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1942

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In ricordo di Denise Epstein Némirovsky

Cher petit oreiller, doux et chaud sous ma tête, Plein de plume choisie, et blanc! Et fait pour moi!     Quand on a peur du vent, des loups, de la tempête Cher petit oreiller, que je dors bien sur toi.   “Blagueuse et belle vivante jusqu'au bout!”, scrivono i figli per annunciarci che Denise Epstein è morta lo scorso I aprile. Pesce triste, atteso, temuto, come i fogli che, nel fatidico primo giorno d’aprile, da bambini si temeva sempre che qualche buontempone appiccicasse di nascosto sulle schiene. E Denise, malata di cancro, da settimane con cannula di ossigeno e morfina costantemente in vena,  quel foglio lo ha appiccicato, sfinita dopo aver assistito a un concerto di canti yiddish domenica sera.     L’avevo conosciuta nel settembre del 2009, dopo che al Festival di Mantova andai ad ascoltarla. Non mi commosse, non aveva intenzione di farlo, ma fui colpita dalla determinazione della voce di quella vecchietta, tutta nervi e sorrisi appena abbozzati, ovunque corteggiata e rincorsa – “Alla fine abbiamo vinto noi, e mia madre è tornata!” – da quando,...

Di libro in libro scorre la vita

Certe volte capita che la lettura di un libro metta in moto una reazione a catena, per cui si sente il bisogno di dipanare una matassa, si ricorre ad altri libri, ti tocca fare i conti con episodi del passato, si ritorna ai libri e si va avanti, fino a quando si mette un punto. Per modo di dire.   Chernobyl di Francesco Cataluccio mi ha portato a Imperium di Ryszard Kapuscinski, come tenendomi per mano. Il 4 giugno 1933, mentre in Ucraina si muore di fame e le madri impazzite mangiano i propri figli denutriti, il responsabile della catastrofe passata alla storia col nome di Holodomor, Stalin, approva l’esecuzione del suo progetto più folle, la costruzione del Palazzo dei Soviet a Mosca: l’edificio, racconta Kapuscinski, avrebbe dovuto oscurare l’Empire State Building; alto 415 metri, sormontato da una statua di Lenin alta tre volte la Statua della Libertà, (il cui dito indice avrebbe dovuto misurare 6 metri), a costruzione ultimata avrebbe raggiunto una capacità di 7 milioni di metri cubi, equivalente alla cubatura dei sei massimi grattacieli newyorkesi di allora, un vero schiaffo all’America. Mentre sulle strade e fra i...

Franco Fortini / Italia 1942

Il secondo dopoguerra si apriva con un convinta ripresa della poesia civile, nella quale ricorre assiduo, suffragato da profonde istanze di rinnovamento, il tema “Italia”[1]. Italia 1942 spicca nella raccolta d'esordio di Franco Fortini, Foglio di via (1946): in questa poesia la nazione può essere riconosciuta come una patria da amare non più per le vestigia del passato – e qui vengono in mente “le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l'erme / torri degli avi nostri” di Leopardi – né, “per la voce / dei tuoi libri lontani”, ma per la “pena presente”, per la comunità di uomini liberi, di compagni che la popola, con cui ritrovare “parole tessute di plebi” e parlare la lingua dell'avvenire: come per Dante, così per Fortini una comunità si fonda (si rifonda) anche su una lingua condivisa.     Ora m’accorgo d’amarti Italia, di salutarti necessaria prigione.   Non per le vie dolenti, per le città rigate come visi umani non per la cenere di passione delle chiese, non per la voce...