Il Sud ai margini
Da Guido Dorso a Gaetano Salvemini ad Antonio Gramsci, la tradizione del meridionalismo critico si distingue per aver analizzato la specifica e particolare dualità Nord-Sud alla luce delle contraddizioni aperte da processi storici globali segnati da forti dinamiche sociali e quindi dal conflitto. In un momento in cui questa linea di pensiero sembra essersi fortemente indebolita a favore di vuote visioni estetizzanti della realtà meridionale, di subalterne strategie di adattamento e di ambigue retoriche identitarie, ben venga il libro di Pino Ippolito Armino Storia dell’Italia meridionale (Laterza), che nel solco del meridionalismo critico, invece, rimane. II testo è un compendio delle vicende storiche che, dalla monarchia borbonica al progetto leghista di “autonomia differenziata”, hanno originato il dualismo tra un Nord Italia pienamente inserito nel contesto dello sviluppo del capitalismo e un Sud che per molti aspetti rispetto a quello sviluppo è rimasto ai margini. Una ricostruzione storica dalla quale è evidente (qui sta l’utilità del libro) come la questione meridionale possa essere compresa in termini corretti solo facendo riferimento alle modalità secondo cui si sono affermati, in Italia e nel mondo, il sistema di produzione e i rapporti sociali che stanno alla base della civiltà tecnologico-industriale.
Da Carlo I di Borbone a Roberto Calderoli, Armino individua sette eventi storici rivelatisi a suo giudizio cruciali nel determinare i destini del Meridione, così elencati nella Prefazione al volume: «Il disastroso esito a Sud della rivoluzione giacobina, la mancata conversione costituzionale della monarchia borbonica, la vittoria dei moderati sui democratici risorgimentali, l’altalena di fine Ottocento tra liberismo e protezionismo, la razionalizzazione fascista del sistema produttivo nazionale, la conclusione dell’intervento speciale avviato nel secondo dopoguerra, la nascita di una fittizia “Questione settentrionale”».
Dal 1734 al 1759 il regno di Carlo I è caratterizzato da riforme importanti sul piano fiscale, amministrativo ed economico e da una crescita notevole dei traffici commerciali, della manifattura e delle opere pubbliche (reggia di Caserta, Teatro San Carlo, l’Acquedotto Carlino). Sotto la cappa di un ferreo assolutismo cresce nel Meridione, in maniera non molto dissimile da quanto accade nelle regioni settentrionali, una borghesia del commercio e dell’industria. Matura cioè una realtà economica e sociale alternativa all’Ancien Régime, in un processo che continua il suo corso per tutta la durata dei regni dei quattro sovrani (Ferdinando IV, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II) che si succedono sul trono delle Due Sicilie dal 1759 al 1861. È più di un secolo, durante il quale il protagonismo di una borghesia meridionale sempre più forte economicamente e socialmente e sempre più consapevole del suo ruolo politico convive con la ferrea determinazione della dinastia dei Borbone a contrastare ogni sbocco istituzionale di tipo liberale delle crisi di legittimità che via via si susseguono: la rivoluzione napoletana del 1799, il Decennio napoleonico, i moti del 1820 e quelli del 1848. Sono le tappe di un percorso attraverso il quale la borghesia meridionale e i suoi intellettuali cercano inutilmente di produrre gli effetti di emancipazione politica ottenuti dai liberali piemontesi sotto i Savoia con la concessione dello Statuto Albertino. I Borbone, stretti in un’alleanza di ferro con l’Impero Asburgico, restano sino alla fine arroccati in una strenua difesa di equilibri che nella storia d’Europa non avranno futuro.
La fine arriva con la spedizione garibaldina. Con l’annessione al Regno d’Italia, il Sud entra pienamente nella storia del progressivo affermarsi, in Europa e nel mondo, del nuovo ordine borghese. Ma ci entra in una posizione di debolezza e di subordinazione. Le politiche economiche di Cavour, rigidamente liberiste, svantaggiano il Meridione, che dal regime protezionistico garantito dai Borbone passa bruscamente a un regime di libera concorrenza penalizzante per industrie, come quelle campane o pugliesi o siciliane, che hanno bassa produttività e costi di produzione (e prezzi) molto più alti dei concorrenti nazionali ed europei. L’unificazione amministrativo-finanziaria, inoltre, impone a tutti gli italiani il pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico che erano in larga misura un’eredità del Piemonte. Altro duro colpo al Sud viene dal trasferimento automatico del regime fiscale sabaudo al resto della nazione: il carico delle tasse aumenta e la specificità delle regioni meridionali viene ignorata. Per non dire, infine, delle commesse statali, quasi esclusivamente assegnate, specie nei settori tessile e meccanico, alle industrie del Nord. Quando poi, a fine Ottocento, dal liberismo cavouriano si passa a pratiche protezionistiche sempre più dure, dettate dal fatto che in un mercato tendenzialmente planetario diventa sempre più difficile reggere la concorrenza internazionale, è soprattutto l’agricoltura meridionale a soffrirne, molto pesantemente. Tutto questo dentro un quadro segnato dall’egemonia del liberalismo moderato di matrice monarchica che vede le correnti repubblicane e democratiche del Risorgimento marginalizzate, perdenti. Un quadro in cui, come nel passaggio al secolo XX il meridionalismo critico puntualmente segnala, le componenti più conservatrici dell’imprenditorialità settentrionale stringono un’alleanza organica con la borghesia moderata meridionale e con la grande proprietà agraria del Nord e del Sud indistintamente. Un connubio dal quale restano esclusi non soltanto i settori politicamente più progressisti della borghesia (settentrionale e meridionale), ma anche i contadini e il nascente proletariato industriale. Si salda insomma, al di là di ogni distinzione tra Destra e Sinistra storiche, un potente blocco egemonico, moderato e conservatore, che solo dopo la Prima guerra mondiale entra in crisi, aprendo la strada all’avvento del fascismo. Il ventennio mussoliniano però, ben lungi dallo spezzare i vecchi equilibri economici e sociali, nella sostanza li conferma. Citato da Armino, in uno dei contributi raccolti nel libro L’occasione perduta, Guido Dorso scrive: «L’Italia è retta da una dittatura permanente che prima si è servita dello pseudo-liberalismo e della pseudo-democrazia ante Marcia su Roma, e poi, toltasi la maschera, è sfociata nel fascismo». L’occasione perduta del titolo dorsiano è quella che le forze progressiste borghesi, marginalizzate lungo tutto il corso del Risorgimento, hanno mancato quando non sono riuscite a fare in modo che, dopo il primo conflitto mondiale, la crisi del liberalismo approdasse non al fascismo ma alla sconfitta del blocco moderato e conservatore egemone per tutto il corso del Risorgimento e sino al 1915-18. Le prospettive sono certamente differenti all’interno del meridionalismo critico: Dorso parla alla borghesia democratica e repubblicana (in primo luogo meridionale) di cui auspica una mobilitazione antimoderata; Salvemini punta, con forti accentuazioni autonomistiche e federaliste, all’apertura delle istituzioni liberaldemocratiche alle classi subalterne; Gramsci indica l’orizzonte di un ordine nuovo oltre il capitalismo. Ma sempre, nel meridionalismo critico, è forte, quando analizza la dualità Nord-Sud in Italia, la coscienza di pensare e di operare al centro di conflitti di natura storica generale.

Tutte e tre le linee (Dorso, Salvemini e Gramsci), sconfitte dal fascismo, ritornano in campo nell’immediato secondo dopoguerra. Armino si sofferma a lungo sulle politiche di intervento straordinario attraverso le quali si punta a recuperare il divario tra Nord e Sud. Nei trentaquattro anni in cui opera (dal 1950 al 1984), la Cassa per il Mezzogiorno trasferisce ingenti risorse pubbliche al Sud contribuendo alla crescita del Pil, del reddito e dei livelli di occupazione delle regioni meridionali. Il progetto si risolve in misure che puntano all’integrazione del sistema economico del Mezzogiorno in quello nazionale. Modernizzazione è la parola chiave che tiene insieme progressismo laico e socialista e solidarismo di matrice cristiana. Un progetto in cui persistenti tendenze moderate e conservatrici convivono con spinte emancipatorie, in primo luogo nel campo del conflitto tra capitale e lavoro. Un mix che contraddistingue tutta la stagione del centro-sinistra dal 1963 alla metà degli anni Ottanta. È circa un ventennio, durante il quale la macchina del welfare funziona, con tutte le sue interne contraddizioni, alimentata anche dalle pratiche consociative attraverso le quali la sinistra di classe entra nella gestione dei meccanismi di compensazione salariali e territoriali in una sorta di giolittismo di ritorno. Tutto cambia quando l’intervento straordinario viene messo sotto attacco dalla nascente controffensiva neoliberista. La Cassa viene chiusa nel 1984 e sostituita da una sua versione depotenziata, l’Agenzia per la promozione e lo sviluppo del Mezzogiorno (AgenSud). La quale viene a sua volta soppressa nel 1992, quando ormai la prevalenza delle logiche di mercato si avvia a diventare pensiero dominante. Da quel momento in poi le regioni meridionali saranno spinte a competere solo con le proprie forze nei circuiti economici e finanziari globalizzati, le cui regole privatistiche vengono riconosciute, sempre più apertamente, come fonti imprescindibili di legittimazione e di regolazione, anche delle politiche pubbliche. Ma se è così, perché non Calderoli allora? Perché non istituzionalizzare la reciproca autonomia di Nord e Sud se ciò che conta davvero, nell’ordine ormai pervasivo dei mercati, non sono le decisioni dei soggetti pubblici ma i comportamenti dei soggetti privati? Questo sta dietro l’“autonomia differenziata”: le energie imprenditoriali e finanziarie di ogni territorio libere di scegliere le strategie (privatistiche) più appropriate da sviluppare nella partita aperta sul campo dell’economia neoliberista. La questione meridionale non è più questione nazionale semplicemente perché neppure la questione nazionale è più (soltanto) nazionale. A guidare sono forze che stanno oltre e sopra gli Stati.
Questa è l’ultima tappa del percorso ricostruito da Armino. Un esito di fronte al quale appare chiaro come i termini diciamo classici del meridionalismo critico richiedano una revisione. Resta valido l’approccio metodologico riferito al conflitto, ma la ricostruzione di Armino mostra che i mutamenti intervenuti nel secolo intercorso dagli anni Venti del Novecento al secondo decennio del nuovo secolo sono tanti e tali da rendere indispensabile un aggiornamento di quella linea di pensiero, il ricorso a nuovi strumenti di analisi. Nella frammentazione e nei radicali e a tratti violenti processi di ricomposizione che segnano il mondo uscito dai processi di globalizzazione, la dualità Nord-Sud non può essere né analizzata né tantomeno cancellata se non si comprende che ci troviamo di fronte a un divario di potere. Effetto del processo storico attraverso il quale si sono affermati, in ogni parte del globo, il modo di produzione capitalistico e gli equilibri sociali a esso collegati, questo divario interessa non solo il Meridione d’Italia, ma tutti i Sud del mondo. Come mostrano con efficacia linee di ricerca ormai consolidate nelle scienze sociali (per citare solo le principali, tutto il pensiero postcoloniale e decoloniale, gli studi che spostano il terreno del conflitto dalla produzione materiale di merci alla produzione allargata di conoscenza, la “world ecology” e l’ecologia politica di ascendenza non solo marxiana), la storia globale dei rapporti tra Nord e Sud – tra Occidente e resto del mondo, ciò che conta non è la determinazione geografia ma è la determinazione di potere – svela un rapporto di subordinazione strutturale senza il quale l’egemonia planetaria della civiltà tecnologico-industriale mai avrebbe potuto realizzarsi. Così come – ed è un punto cruciale perché apre una decisiva prospettiva intersezionale che allarga il campo ad altri importanti contesti di studio ben presenti nel panorama contemporaneo – mai la civiltà tecnologico-industriale avrebbe potuto istituire la propria centralità senza costruire ex novo o mantenere attivamente (anche con la forza) altri divari di potere: di classe, di genere, di orientamento sessuale, di razza.
È ponendosi a questa altezza che la persistente frattura tra Nord e Sud d’Italia andrebbe studiata. Qualche tentativo di allargare gli orizzonti è stato fatto. Alcuni studiosi (tra gli altri Marco Gatto, Sandro Abruzzese, Vito Teti, Franco La Cecla, Alessandro Leogrande) hanno insistito, in questo primo scorcio di secolo, sul collegamento stretto tra realtà odierna del Sud e processi storici globali. Ma nonostante il loro lavoro, resta debole la consapevolezza che il nesso tra Nord e Sud si configura come un rapporto di subordinazione funzionale all’affermazione storica e al mantenimento di un sistema economico e sociale. Spadroneggiano, invece, le rappresentazioni della realtà del Mezzogiorno che quel rapporto di subordinazione non solo non scalfiscono, ma anzi confermano e stabilizzano, lungo tre linee di tendenza. La prima è quella legata all’acritica esaltazione di esperienze di governo locale che in un breve volgere di anni hanno tutte mostrato la loro inconsistenza, cioè la loro subalternità (le “primavere meridionali” con Bassolino a Napoli, con Orlando a Palermo e con Vendola in Puglia). La seconda è l’estetizzazione del Meridione, le rappresentazioni del Sud come luogo di un’essenziale diversità fuori da ogni rapporto sociale e da ogni determinazione storica. La terza è quella di una chiusura localistica con forti tratti passatisti.
Tutti i Sud (compresi i Sud del Nord, le “zone depresse” francesi, inglesi, tedesche, statunitensi) sono prodotti di un fenomeno epocale, di un processo storico “grande e terribile” (esteso cioè a tutto il mondo e spesso violento) che è tuttora in corso. O ci si colloca dentro queste coordinate o costruire, come sarebbe urgente e necessario, un nuovo meridionalismo critico sarà impossibile.