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L'autunno a Parigi

Strano constatare quanto la realtà e la sua crudezza necessitino di risuonare attraverso la memoria per trovare le parole. Cerco di mettere ordine tra i pensieri di questa stagione costellata di cadaveri mentre ascolto in maniera compulsiva “Sign O' the Times”, una canzone di trent'anni fa che parla di AIDS e di ragazzini fatti di crack, di fucili mitragliatori e di bombe atomiche, di destino, di ingiustizia e di speranza. Questione di pochi giorni, poi come al solito va a finire con i Sangue Misto a ripetizione, come se la chiave per uscire da questo labirinto di morte e di follia stesse nascosta in qualche piega degli anni ‘90, in quei concerti improvvisati negli spazi dismessi delle borgate, nei miei viaggi in motorino verso le periferie di Roma alla scoperta di interi universi dei quali, essendo cresciuto al centro della città, non sospettavo nemmeno l'esistenza.    Réamur - Sébastopol, Paris 2013   E dunque, di nuovo a parlare dei fatti propri? Ancora in prima fila a dire "c'ero anch'io"? Va bene, la nostra civiltà sta declinando verso un delirio di egotismo; va bene...

L’Aquila. La neve al centro

La neve attutisce il rumore, qui non ce n’è bisogno, è superficiale, nel suo intento, è sterile. Inoltrandoti, i rumori pian piano si allontanano comunque, il vociare, la vita e il suo scorrere, le sirene sono sempre più deboli, il motore della camionetta che scalda i militari, fioca la musica all’interno dei bar vuoti. Resta solo il ciaf bianco dei passi. Dentro, nei vicoli, io, la neve, le macerie e più nulla, la città e solo quella. L’Aquila.   Niente altro. Non c’è nessuno.     I teli di plastica legati alle transenne attorno ai palazzi si dimenano al vento, sbattono cupi sulle maglie di ferro. Teli messi lì a coprire. Lavori in corso, i nomi delle imprese. Coprire la vergogna, coprire il dolore. Il lavoro di ricostruzione non c’è. Quei teli non coprono il tempo. Sembrano anni, non sapresti dire quanti.     Due cani randagi mi seguono. I cani sono gli unici che non hanno mai abbandonato il centro storico. Godono di rispetto ora. Nessuno si permetterebbe di scacciarli. Loro hanno avuto il coraggio di restare. Sono tutta la vita che puoi...

San Pier d’Arena / Paesi e città

Dovrei parlare di Genova perché secondo i certificati che ho all’anagrafe è lì che sono nato. Però fino a quasi trent’anni ho vissuto in un posto dove la gente quando andava in centro diceva “andiamo a Genova”. Allora vuol dire che non ci vivevo a Genova e infatti sui miei documenti di allora, a controllarli bene, dopo il nome del capoluogo ci si vedeva un trattino e poi quello di un’altra cosa, Sampierdarena. Ho scritto cosa apposta perché ancora adesso non la saprei definire, città no perché non ce l’aveva mica il sindaco, quartiere nemmeno visto che era lei a essere divisa in quartieri, il Canto, la Coscia, il Campasso, San Gaetano…: insomma un po’ meno di una città e qualcosa di più di un quartiere. Infatti il maestro ci faceva scrivere delegazione, una parola che non afferravo del tutto, come senso, e che poi ho capito che stava a Genova come un’agenzia sta alla banca. Così Genova diventava un’entità inafferrabile che viveva nelle sue singole parti senza però confondersi con loro, e questo mistero non accadeva solo a Sampierdarena...

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