Est. Narva ultimo avamposto NATO

15 Marzo 2026

Narva è l’ultimo avamposto della NATO. Lì termina anche la UE, sul lato orientale del confine Schengen. Dall’altra parte c’è la Federazione Russa. È “La frontiera” con la “L” maiuscola”, come mi spiegano in un parco di Tallinn delle studentesse di cinema durante il concerto per l’anniversario della nazione. Queste non rinunciano a chiedermi perché io voglia visitare a tutti i costi quella che loro definiscono “la Mecca dell’architettura socialista”. A Narva, almeno il 90% della popolazione è di etnia russa. Mi confermano che lì si parla prevalentemente russo e che loro si rifiutano categoricamente di farlo. Per molti appartenenti alla generazione nate dopo il 1991 – anno in cui l’Estonia riacquisì la propria indipendenza dall’URSS –, il passato sovietico è infatti qualcosa da dimenticare. Nonostante alcune tensioni etnico-politiche, e aspirazioni filorusse, Narva fa pur sempre parte dell’Estonia, anche se gli spostamenti tra le due nazioni sono diventati più complicati di un tempo. Se si vuole entrare nella Federazione Russa, si può attraversare la frontiera solo a piedi e solo se si ha il visto. Incombono nuove chiusure e la situazione sembra essere mutevole. Dal Febbraio 2024 è stato inoltre interdetto il traffico ai veicoli tra i due stati e il Ministero degli esteri estone sconsiglia i viaggi verso la Federazione Russa. Non so se a Narva finisca l’Europa, ma di certo è proprio a Narva che finisce la libertà di movimento europea. È per questo che voglio andarci.

k
Narva. Il ponte di confine tra l’Estonia e la Federazione Russa. Foto dell’autore.

Tallinn, stazione centrale.

Non è una giornata tiepida, soprattutto standosene fermi al binario ad aspettare il treno che è in ritardo. Anche la gente sembra fredda, seria, poco amichevole. Io sto male, colpa di un’infezione alle vie respiratorie che ho preso a Londra. Mi è esplosa poco dopo l’arrivo in nave da Helsinki e neppure l’aria di mare è riuscita a togliermela di dosso. In treno, inizio a perdermi nei meandri della complicata storia di questa provincia estone confinante con la Russia, senza la pretesa di afferrarne i dettagli in maniera esaustiva. Parto da un episodio “classico” della storia moderna della zona: la Grande guerra del Nord per l’egemonia del Baltico (1700-1721).

k
Narva, edifici risalenti all’epoca di Nikita Chruščëv. Foto dell’autore.

Proprio a Narva lo zar Pietro il Grande venne umiliato in battaglia dall’imperatore Carlo XII di Svezia. Anche quella volta i Russi furono numericamente molto superiori. Ma nonostante tutto, lo scontro volse in favore degli Svedesi. I Russi persero 9.000 uomini, gli Svedesi soltanto 700. Quattro anni dopo, Pietro il Grande riuscì però a ricomporre le sue forze e a strappare una vittoria finale, ponendo lì il suo limes imperiale. A testimoniare quegli eventi, rimangono ancora in città due imponenti fortificazioni. Sembra quasi che una che si specchi con l’altra, in uno scenario più unico che raro in Europa. Quello di due castelli rivali, appartenenti a due nazioni diverse che si fronteggiano attraverso un fiume (il fiume Narva) separati solamente un centinaio di metri in linea d’aria. In un colpo d’occhio straordinario, un ponte sembra quasi unire le due fortezze. Sembra una visione proveniente da un incrocio tra le menti di Escher e Buzzati. Quella estone (un tempo danese, si chiama il castello di Hermann), era stata costruita dai Danesi alla fine del XIII secolo e fu a lungo presidiata dai Cavalieri teutonici. Quella russa, invece, la fortezza di Ivangorod, venne costruita dallo zar Ivan il Grande. Proprio lì si trova il confine tra UE-NATO e la Federazione Russia: non vedo l’ora di vederlo.

Dal finestrino, mentre il treno lascia Tallinn, scorgo dei palazzoni socialisti in rovina, prima di costeggiare dei boschi con dei laghetti sullo sfondo, sotto un cielo grigio. Tra carrozze tecnologiche, pulitissime, c’è silenzio. Il moto meccanico ondulatorio del treno è l’unico rumore. Una babuška vestita di nero guarda fuori dal finestrino con aria affranta. È seduta sul sedile di fronte con di fianco a sé una valigia con le ruote che è più grande di lei. Su questo vagone dominano serietà e mancanza di convivialità, nonostante sia ora di pranzo. Ne rimango interdetto, quasi turbato. Da italiano trovo strano che a ora di pranzo su un treno ci sia un silenzio da biblioteca: nessuno che osi scartare nemmeno una merendina, nessun odore di caffé, nessuno che si mette a chiacchierare. Ascolto un vecchio russare. È l’unico in grado di smorzare una sorta di tensione latente che serpeggia. Forse proviene dall’epoca dei treni del periodo comunista che andavano a Mosca e a Leningrado. Quando i prigionieri politici venivano deportati verso le gelide terre siberiane, troppo spesso senza ritorno. Senza lasciarsi avviluppare troppo dalle suggestioni, è ovvio che ci stiamo avvicinando alla Russia del nuovo zar.

Eppure presto devo ricredermi. Qualcuno inizia a parlarmi. È la babuška di fronte. Ha i capelli bianchi, sormontati da un velo dai motivi verde scuro e marrone, che le copre interamente la testa. Indossa una camicia di lino nera e i suoi occhi di ghiaccio le regalano uno sguardo intenso, quasi folle. La cosa che notiamo sia io sia Cleo – mia moglie che mi accompagna tra gli Stati baltici –, è che l’anziana ha appoggiato con nonchalance il suo passaporto sul tavolino. Nulla di strano a parte che quello è un passaporto britannico. Io le ascolto parlare in inglese, registrando mentalmente la conversazione e prendendo di nascosto qualche appunto sul telefono. La signora appartiene alla religione dei Vecchi credenti russi in Estonia. Si tratta di un culto scismatico della Chiesa ortodossa che dal Seicento in poi ha fatto insediare i propri adepti lungo le sponde del Lago Peipsi (o Peipus), le cui acque vengono condivise sia dall’Estonia che dalla Russia. Assomiglia moltissimo al ritratto “la Madre di Whistler” del pittore americano James McNeill Whistler. Parla piuttosto bene inglese e ci racconta di aver ottenuto il passaporto grazie al marito con il quale ha vissuto per più di dieci anni in Inghilterra, nei pressi di Liverpool, dal quale ha avuto un figlio. Ci spiega che in realtà è stato proprio il figlio ad aver insistito a farle avere il passaporto. Lei però detesta quel documento. Oltre al passaporto, la signora odia anche l’Estonia con tutte le sue forze. Presto scopriamo, incalzandola di domande, che è in realtà russa (non inglese) ed è originaria della Crimea. A sua detta, quel passaporto britannico le ha fatto “fare un patto con il diavolo”, perché è dotato di un chip elettronico. Tutta colpa quindi del “diabolico Occidente iper-tecnologico”, di cui secondo lei l’Estonia è il massimo esponente. Presto assistiamo a una scena in cui cerca di convincere il controllore donna di pagare la differenza del biglietto in contanti: vuole infatti sbarazzarsi degli euro perché sta andando in Russia. Narva non è la sua destinazione finale bensì il Lago Peipsi. Deve scendere a una fermata intermedia per poi prendere un autobus. Non riuscendo a farsi capire come vorrebbe, ribadisce ad alta voce in inglese: “detesto l’Estonia!”. Alla fine deve scendere alla sua fermata. È pur sempre una persona anziana, avrà almeno ottant’anni anni, e quindi l’aiuto a scaricare la valigia dal treno. Lei mi ringrazia con una carezza sul viso, al che io mi blocco in un sorriso imbarazzato. Nel congedarmi mi lancia un monito con un ghigno: “non creda a una parola di quello che le dicono sulla Russia qui in Estonia!”. Mi guarda per l’ultima volta con i suoi occhi di ghiaccio e se ne va lungo il binario, tirandosi dietro la valigia. “Iniziamo bene...”, penso tra me e me.

Qualche fermata dopo arriviamo a Narva. La stazione emana un gusto socialista con i portali in stucco e la tonalità rossastre. Percorriamo allora il viale alberato che porta in centro, fiancheggiato da palazzoni costruiti nell’epoca di Nikita Chruščëv. Camminando lungo il viale le campane delle chiese iniziano a suonare a morto. Ci interroghiamo del perché (“non chiederti mai per chi suona la campana…”, scriveva saggiamente Hemingway), senza però riuscire a scoprirlo. È tutto piuttosto inquietante, ma la regola di quando si viaggia è che la fame fa dimenticare qualsiasi cosa. Ci fermiamo a pranzare alla prima tavola calda che troviamo. Le cameriere, il locale, la gente… l’atmosfera è russa come mai mi è capitato di vedere in vita mia.

k
A sinistra Il forte estone di Hermann. Dall’altra parte del fiume, il forte russo di Ivangorod. Foto dell’autore.

Decido di lanciarmi e, a mio rischio e pericolo (ne avrei fatto le spese in una tappa successiva del viaggio), provo ad ordinare il pranzo con quelle tre parole che conosco in russo, il tutto con grande approvazione da parte della cameriera. Arriva non molto dopo un borsch di rape rosse bollente con la carne, sormontato da una specie di cupolone di pane imburrato gonfiato dal calore del forno. Pietanza ghiotta ma non leggera. Sembra che il piatto in sé provenga dall’Ucraina, ma la versione con la carne è certamente russa, forse addirittura siberiana.

k
Bandiera storica della città di Narva. Museo del castello di Hermann, Narva. Foto dell’autore.

Eccoci dunque sulla “Nuova Cortina di Ferro”. Nei pressi della fortezza, un anziano turista tedesco convinto di sapere tutto ci ha tenuto una specie di conferenza insistendo che sul municipio di Narva era stata appesa una bandiera ucraina rovesciata. Questo a sua detta in segno di scherno al paese di Zelensky e quindi in supporto alla guerra russa in Ucraina, a conferma della vocazione della città. L’abbiamo vista anche noi sventolare e sembrava effettivamente una bandiera ucraina rovesciata con i colori giallo e blu messi al contrario.

k
Dai bastioni del forte di Ivangorod sventola la bandiera della Federazione Russa. Foto dell’autore.

In realtà, come avremmo appreso poco dopo, non era nulla del genere, per quanto potesse apparire plausibile in quel contesto. All’interno del forte estone (il tedesco per non pagare il biglietto non è entrato e quindi tornerà in Germania con le sue convinzioni erronee), c’è un museo. Lì abbiamo visto esposta la stessa bandiera. Leggendo le didascalie, abbiamo scoperto che quella bandiera con gli stessi colori dell’Ucraina è in realtà la bandiera storica della città di Narva. Il mistero del presunto irredentismo russo di Narva sbandierato all’arrivo dei visitatori davanti alla stazione è stato risolto, ma la vocazione filorussa della città è ben conosciuta ed è infatti sospettata di slealtà dagli estoni, come del resto Daugavpils in Lettonia, anch’essa città di confine.

k
Monete dell’epoca sovietica dalla collezione di un venditore di strada. Narva. Foto dell’autore.

Ho deciso di comprare come souvenir un rublo degli anni Settanta con la faccia di Lenin di profilo e la scritta CCCP sul verso della moneta. L’ho acquistata da un russo di nome Ivan che vende monete, cartoline e francobolli dell’epoca sovietica, non lontano dal fiume. Faccio il cenno con le dita di connessione toponomastica tra Ivan e Ivangorod (il forte russo) e lui apprezza.

k
Venditore di monete dell’ex URSS, spille e foto d’epoca a Narva, Estonia. Foto dell’autore.

Ivan ha anche una bella collezione di francobolli e di foto d’epoca. Come ricorda il giornalista Oliver Moody nel suo recente libro sul Baltico, durante l’URSS di Stalin persino i collezionisti di francobolli venivano deportati in Siberia. Venivano considerati infatti dei controrivoluzionari, così come i clericali e gli agenti di polizia.

Sul ponte di attraversamento della frontiera vedo transitare alcuni giovani dalla Russia all’Estonia: si trascinano dietro dei trolley e sul viso inforcano degli occhiali da sole fiammanti. Camminano veloci tra fortificazioni, cavalli di frisia e telecamere. Cento metri a piedi oltre il fiume e si arriva in Russia. Dove sono io le bandiere NATO, UE e quella dell’Estonia svettano dai pennoni nei pressi della frontiera. Dall’altra parte dai bastioni del forte di Ivangorod sventola invece un’enorme bandiera rossa, bianca e blu della Federazione Russa. L’impressione è sicuramente di un luogo di confine, ma vi è anche un’atmosfera di organizzazione territoriale e, tutto sommato, di tranquillità. Lungo entrambe le rive del fiume vi è gente che passeggia, che porta a spasso il cane. Mi colpisce molto un pescatore in mezzo al fiume che getta di continuo la lenza da mosca, forse violando la linea di confine. Sembra pure aver catturato qualcosa.

Appena ce ne andiamo da Narva, lungo i binari ferroviari vi è un’interferenza nella connessione del mio telefono. Il Gps sballa completamente e osservo il puntino blu della mia posizione muoversi a caso sulla mappa di Google Maps. Non mi era mai successo prima.

Una volta tornati a Tallinn, vediamo scendere una carrozza intera di militari dell’esercito estone in uniforme, probabilmente di ritorno dagli addestramenti. Sono giovanissimi e scherzano tra di loro, mentre trasportano il loro bagaglio e cercano di raggiungere a piedi la stazione.

Di recente, lungo il fiume Narva, diversi chilometri più a sud rispetto alla città, dove il fiume sfocia nell’imponente bacino del Lago Peipsi la situazione è cambiata. Il 17 dicembre 2025 le guardie di frontiera della prefettura orientale dell'Estonia hanno infatti rilevato tramite una telecamera di sorveglianza il movimento di alcuni militari russi a bordo di un hovercraft nei pressi del frangiflutti di Vasknarva. Questi di seguito sono sbarcati in territorio estone e hanno attraversato a piedi la linea di controllo dalla Federazione Russia verso l'Estonia. Successivamente, sono tornati verso la costa russa. Dopo l’episodio, chiaramente una provocazione, la Prefettura orientale estone ha aumentato il dispiegamento di pattuglie per essere pronta a rispondere a eventi simili.

Tra non molto tocca la mia visita alla città di Tartu e proprio al Lago Peipsi. Così facendo, in qualche modo, potrò visitare quei luoghi per magari chiedere alla popolazione locale che cosa ne pensa di questo tipo di avvenimenti e della percezione che ha del suo autocratico e sempre più minaccioso vicino orientale.

In copertina, Soldati estoni scendono dal treno proveniente da Narva alla stazione di Tallinn. Foto dell’autore.

Leggi anche:
Gianni Dubbini Venier | Est. Białystok, Polonia nordorientale
Gianni Dubbini Venier | Est. La barriera
Gianni Dubbini Venier | Est. Schengen, la frontiera
Gianni Dubbini Venier | Est. Le notti di Helsinki

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).