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Civiltà

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Il progresso come immaginario / Fragile

Gli ultimi anni hanno reso evidente il declino di uno dei grandi miti della modernità, quello del progresso. Parliamo apertamente di “mito” per fuggire un facile malinteso; ovvero poiché tale crisi non ha investito la nozione tout-court di “progresso”, bensì una sua specifica accezione otto-novecentesca. Quella di una Zivilization universale, finalisticamente determinata, sorretta dalla fiducia in una crescita illimitata, nell’allargamento indeterminato dei mercati, nell’estensione sconfinata della città, nella sovrapproduzione alimentare, nella liberazione dal lavoro manuale e dal mantra dell’innovazione per l’innovazione.  Questa costellazione di idee è rapidamente precipitata in una realtà storica opposta. Un mondo caoticamente globalizzato, sovrastato dal sovraccarico informativo, economicamente instabile, ecologicamente insostenibile e cinicamente disilluso sul piano dei rapporti di lavoro e della ridistribuzione delle risorse. Questo ci pon — con eclatante offesa per una concezione lineare della storia — di fronte a un secondo e più tecnologico Ottocento, nel quale, epidemie a parte, assistiamo a nuove lotte tra imperi e nazioni, movimentazioni di massa, rivoluzioni...

Meravigliosamente

Non conosco altra parte d'Italia che condensi in così pochi chilometri tracce di civiltà tanto illustri come la Sicilia orientale. Di qui una chiesa barocca, di là un teatro greco, un mosaico romano, una tonnara, o semplicemente una graziosa villetta liberty. Il freddo intenso non impediva al nostro gruppo di lombardi al 37simo parallelo di seguire i dettami delle guide e di soppesare con cautela (come se ci trovassimo in una spedizione etnografica nell'Africa coloniale) i consigli degli indigeni. Eravamo ospiti (paganti) di un barone di illustre casata che ogni sera ci offriva un aperitivo davanti a un bel fuoco scoppiettante e ci deliziava con aneddoti, il più fresco dei quali risaliva a Franceschiello, ma era un ottimo conteur e non chiedevamo di meglio. Quanto al cibo, eravamo ostaggio della signora La Greca che ci preparava il meglio della cucina siciliana in modalità casalinga (la più efficace, ça va sans dire): pasta alla Norma, trancio di pesce spada con salmoriglio, insalata di cedri, delicatissimi spaghetti con alici e pangrattato, un robusto brasato al Nero d'Avola e, nec plus ultra, una zuppa di cozze al...

Pizza e pasta every time

Raffaele Liucci ha scritto un pamphlet su Cacciari che nessuno vuole pubblicare, un implacabile j’accuse che fa risalire all’ex sindaco quasi tutti gli attuali mali della città. Ne ribadisce, accalorandosi, le tesi seduti in un bar per gondolieri dietro piazza San Marco. “Fino a venti-venticinque anni fa Venezia era una città che aveva un futuro”. Mah, io qui non sono più d’accordo e ripenso ai fantasiosi piani di De Michelis e, ancora di più, all’alluvione del 1966. Save Venice: fu allora che l’anacronismo divenne stridente e si capì che la città da sola non ce l’avrebbe fatta, consegnandosi così nelle mani del mondo.   In realtà la civiltà veneziana è finita nel 1797 e quando guardo la statua di Garibaldi davanti ai Giardini mi pare un abusivo, mentre Ippolito Caffi che ritrova la luce di Venezia in ogni parte del mondo o Carlo Scarpa che la imprigiona e ne restituisce i colori nei vetri di Venini, proseguono dopo di allora la grande civiltà veneziana, difendendola dalle oscurità romantiche e dai presagi decadenti dei forestieri....

Paese

Sentire parlare Primo Levi di concetti così fortemente connotati in senso conservatore o reazionario come “patria” ci riporta alla lezione di cui è stato maestro: quella di accettare qualsiasi sfida ermeneutica posta dal mondo e di non avere nessun tabù, nessun pregiudizio, nessun pudore, nessun disgusto: il mondo è vasto e complesso e ha bisogno di tutta la nostra intelligenza e la nostra buona volontà per essere decifrato. Levi individua un vuoto semantico nel vocabolario simbolico nazionale, dove termini come “patria” o “nazione” rivelano tutta la loro astrazione storica, la loro mancanza di vero spessore cognitivo, emozionale, significativo. Si sforza quindi di ricercare connotazioni che possano aderire più esattamente al concetto italiano di “patria” – cercando di sterilizzare i germi della vuota retorica nazionalista che ha piegato in senso reazionario termini emotivamente densi come “homeland” o “Heimat” –, e che siano inoltre concordi con la tradizione dell’erranza ebraica che individua in luoghi specifici, in riti, in un idioletto...

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