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condanna a morte

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Final Words. Le tue ultime fotografie

La fotografia intrattiene con la morte un rapporto, vien da dire, genealogico. Fin dalle sue origini, la realizzazione fotografica si è fatta carico di una sorta di narrazione della vita dalla prospettiva eminente dell’interruzione, del termine della vita stessa.   Roland Barthes, nel suo La camera chiara,[1] compie forse il più celebre affondo critico nell’abisso che è proprio il rapporto tra fotografia e morte. Egli afferma, senza mezzi termini, che «in fondo, ciò che io ravviso nella foto che mi viene fatta (l’“intenzione” con la quale la guardo), è la Morte: la Morte è l’eidos di quella Foto» (p. 17).   Final Words [final-words.org] è un progetto che si prefigge di instaurare una riflessione sulla pena di morte raccogliendo e diffondendo le Ultime Parole, appunto, dei 517 giustiziati dallo Stato del Texas dal 1982. Iniziativa no-profit sostenuta da VII Association – ente che si attiva per la sensibilizzazione e il dialogo intorno ai diritti umani – Final Words ha in primo luogo dato vita a un libro. Tra le pagine si trovano i profili dei condannati,...

Teste mozze e cultura americana

Di recente, il giudice della 9.a Corte d’Appello, Alex Kozinski, ha sostenuto che se gli Stati Uniti intendono continuare ad applicare la pena di morte, farebbero bene a ricorrere all’unico strumento che, curiosamente, i boia a stelle e strisce non hanno mai impiegato: la ghigliottina. Secondo Kozinski è ipocrita mascherare una pratica “brutale e selvaggia” come l’esecuzione capitale da “morte serena”. Meglio sarebbe che tutti prendessero coscienza dell’orrore che si mette in atto quando si uccide un uomo. Meglio la decapitazione.   Nella maggioranza degli stati in cui è prevista la pena capitale si ricorre all’iniezione letale, considerata il sistema più “indolore” e meno spettacolare, ma la possibilità di tornare alla camera a gas, all’impiccagione o alla fucilazione resta sempre sulla carta. Nessuno stato, però, ha mai praticato la decapitazione. Come scrive Kozinski, la ghigliottina “si pone in contrasto col nostro spirito nazionale”. A questo punto viene da chiedersi se, tra le considerazioni che hanno indotto l’ISIS a filmare le decapitazione degli ostaggi americani e britannici, non vi sia anche quella di mettere il pubblico americano di fronte a una violenza...