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Le sette anime dei makers

L’improvvisa attenzione dei media per il fenomeno dei Makers è da rintracciare in due eventi principali: World Wide Rome, un grande meeting in stile TED organizzato a marzo da Riccardo Luna – ex direttore di Wired Italia ed oggi tra i principali divulgatori italiani nel campo dell’innovazione e delle nuove tecnologie – e The Future in the Making, mostra organizzata da Domus durante la Design week di Milano. Ma cosa vuol dire esattamente Makers? Con questo termine si intendono in realtà pratiche, filoni di ricerca e visioni molto diverse tra loro.   In senso stretto, con Makers si intende una sottocultura di origine statunitense incentrata sul fai-da- te tecnologico (chiamato da molti D.i.y. 2.0) che si organizza attorno alla rivista Make e che si riunisce in periodiche Maker Faires tenute in tutto il territorio degli Stati Uniti. Nei Makers statunitensi si ritrovano gruppi e personaggi eterogenei, che vanno dagli inventori da garage agli artisti psichedelici, passando per hacker e piccoli artigiani di vario tipo. Quello che tiene assieme la scena è un generico desiderio di produrre autonomamente, vendere e comprare gadget e...

Che città vogliamo

Che Milano vogliamo? II Pgt, che avrà comunque negli anni come esito finale la forma visibile della nostra città, quella costituita dagli edifici che verranno costruiti con le sue norme, non ce lo ha detto e non sembra ce lo dirà mai. Qualche giorno fa su queste colonne Gianni Biondillo ha segnalato con giusta irruenza lo scempio che va profilandosi davanti al Cimitero Monumentale, il doppio sgorbio della demolizione di un palazzo esistente che gli amanti della buona architettura vorrebbero venisse lasciato in eredità ai nostri figli - perché possano continuare ad ammirare i loro predecessori - e della ricostruzione al suo posto di un nuovo palazzo di dimensione e di aspetto offensivi. Ma a queste rimostranze - che sempre su queste colonne mesi fa avevo del resto sollevato sulla nuova lottizzazione della cascina Merlata - il sindaco ha sorprendentemente obiettato che il progetto era stato approvato dal consiglio comunale, sottintendendo che le procedure della democrazia siano garanti della bellezza. E invece non è così, perché quello che molti di noi vorrebbero è che la discussione sul Pgt avesse come preliminare...

La città in comune

In un’epoca neanche tanto lontana, tra anni quaranta e settanta del secolo passato, in Italia si è sviluppata una nuova visione della tutela, salvaguardia, recupero e riuso delle città, un approccio originale, poi studiato e recepito in molti altri paesi, cui contribuivano discipline e saperi diversi, uniti nella volontà di fare i conti con le novità del mondo moderno e di mettere le proprie conoscenze al servizio di un’idea di progresso culturale e sociale che oggi ci appare quasi inverosimile, tanto ampie e profonde erano le sue aspirazioni. Architetti, storici dell’arte, archeologi, restauratori, urbanisti, impegnati all’indomani della seconda guerra mondiale e negli anni del boom economico nell’immane compito di mettere in salvo la memoria storica delle città semidistrutte dai bombardamenti, di fronteggiare le massicce trasformazioni prodotte dall’industrializzazione e trasmettere alle generazioni future la straordinaria continuità della tradizione italiana, si erano ben presto resi conto che ciò che andava tutelato non poteva più essere solo il singolo “monumento”...

Lettera di Gabriele Dadati

Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.     Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblicato Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; Barbera, 2008), premio Dante Graziosi e finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Radio 3 Rai, e Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009). Nel 2009 ha rappresentato l’Italia nel progetto Scritturegiovani di Festivaletteratura di Mantova. Collabora con Booksweb.tv, scrive su Libertà e si occupa di Laurana Editore.     Cara Alessandra,   rileggo questa tua domanda – “Di quanta bellezza e pienezza ha bisogno un essere umano ogni giorno?” – e mi torna in mente quel che sentii dire un pomeriggio di alcuni anni fa da un bravo scrittore italiano che ha pubblicato tre libri, poi s’è reso conto che non gli importava più stare dentro il mondo delle lettere e da mattina a sera ha detto basta. Lo scrittore in questione si chiama...

Deyan Sudjic. Architettura e potere

Si fronteggiano a breve distanza, meno di un chilometro in linea d’aria. Il primo ha la forma di due grandi parentesi contrapposte nella parte convessa, una più alta e una più bassa; il secondo è invece una sorta di nastro di vetro che si srotola partendo da una cuspide posta più in alto. Si tratta delle nuove torri milanesi. In quella edificata su progetto di Henry Cobb ha sede la Regione Lombardia, nell’altra, opera di Cesar Pelli, si trasferirà tra poco UniCredit, la più grande banca italiana.   La torre di Henry Cobb, Milano.                                                          La torre di Cesar Pelli, Milano.   Come ha notato Silvia Micheli in un testo dell’atlante di architettura contemporanea MMX Architettura Zona Critica (a cura di M. Biraghi, G. Lo Ricco, S. Micheli, Zandonai, pp. 297, € 26), le nuove architetture evidenziano i due poteri della capitale morale: il...

Un possibile grande paese

Un grande paese: si presenta così il nuovo libro di Luca Sofri (Rizzoli, pp. 250, € 10), con un titolo netto e positivo. Persino risibile, come egli stesso sottolinea spesso nel libro, perché è un auspicio, più che un dato di fatto. Un augurio.   Dentro, fra le tante cose, fra Obama, Michael Jackson, Baricco, fra la moglie (le cui frequenti citazioni, è bello dirlo, sottendono una amorosa gratitudine), fra amici, esperienze e digressioni sul presente, ci sono due idee di fondo: la collettività e il cambiamento. Ma queste due parole sono troppo piccole per dire tutto.   La prima è il tentativo di dare un nuovo nome, una nuova forma, a quello che troppo spesso chiamiamo semplicemente patria. E che invece contiene qualcosa in più che è l’io. Il passaggio, non detto ma evidente, sta nel fatto che la nuova identità collettiva contemporanea non passa per l’idea di nazione (vacua e incomprensibile) ma per una più lucida forma di empatia fra se stessi e i propri compagni di viaggio. Non passa per l’idea astratta di un’identità totemica (la patria) ma...