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dissenso

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Censura e democrazia

Torno in Italia e orecchio discorsi che mi piaccion poco. Ne trovo traccia sulla stampa, sui blog, sui magazine internazionali. Anche al bar, devo dire. Racconto che a Hong Kong c’è maretta, perché l’elezione a suffragio universale del Governatore, promessa per il 2017, rischia di ridursi – così comanderebbe il Partito da Pechino – a una farsa: gli Hongkonghesi sceglieranno il proprio Governatore tra due o tre nomi indicati da notabili fedeli alla Repubblica Popolare Cinese. Non è una farsa: è un imbroglio, un plateale tradimento degli accordi che regolano la graduale presa di sovranità sulla ex colonia britannica da parte della Cina.   A Milano, il furbetto della birra accanto non si esime dal commentare: e perché, da noi? No caro, da noi la democrazia c’è. Il popolo sovrano la esercita entro i limiti e nelle forme stabilite dalla Costituzione. E non a caso spuntano, piacciano o meno – a me meno – Grillini, Salvini, e Renziani a piè sospinto. A Hong Kong nulla di nuovo avrebbe possibilità di spuntare, se il diktat di Pechino passasse. Sì, mi dice birretta...

Ai Weiwei, il corpo e la rete

Ai Weiwei è iscritto a Instagram dall’estate del 2011, subito dopo i suoi 81 giorni di detenzione, ma è solo da un anno che ne fa un uso quotidiano. Ad oggi ha caricato 968 fotografie ed è seguito da più di 20 mila follower. Per chi non lo sapesse Instagram è un social network di sole foto, è una vetrina di immagini sulla vita privata e funziona con la stessa logica di Twitter del “ti seguo/mi segui”. E il fatto che Ai Weiwei abbia zero following, cioè che non segua nessuno, va a confermare ancora una volta quale sia per lui lo scopo dei social network e di internet in generale: non solo uno strumento di connessione fra persone, di condivisione e diffusione di informazioni, ma soprattutto un canale di dissenso, il più possibile irriverente nei confronti del governo cinese.     Il 25 ottobre 2012 Ai Weiwei pubblica un video, che in Cina verrà prontamente censurato dopo pochi giorni, in cui offre una personale versione del Gangnam Style, il tormentone estivo di portata mondiale del rapper sudcoreano Psy. Ai Weiwei  vestito in giacca nera e con una maglietta rosa shocking, balla...

Speciale Ai Weiwei

Artista e architetto tra i più famosi del nostro tempo, Ai Weiwei è salito alla ribalta della cronaca politica come oppositore e critico irriducibile del regime autoritario cinese, bersaglio di una serie di ritorsioni culminata nel suo arresto nell’aprile di quest’anno e nella lunga detenzione senza processo, interrotta dopo diversi mesi anche grazie a una vasta mobilitazione internazionale in suo favore.   Attraverso il suo blog, pubblicato tra il 2006 e il 2009, quando fu chiuso d’autorità, Ai ha denunciato soprusi, additato responsabilità istituzionali, connivenze e censure, riflettendo sulla condizione sociale, politica, culturale della Cina contemporanea, sul suo modello di sviluppo economico, sulle conseguenze dei radicali mutamenti che ne hanno trasformato il volto negli ultimi trent’anni. Con le sue pagine dense di riflessioni sull’arte, lo scenario urbano, la cultura e la politica cinesi, con le sue annotazioni autobiografiche, le petizioni e le inchieste, il blog ha dimostrato la possibilità di organizzare su internet inedite forme di resistenza democratica in un paese dall’opinione...

La fine del comunismo

In questi giorni la Polonia inizia il suo semestre di dirigenza dell’Unione Europea. Il suo programma è molto ambizioso e riflette le aspettative di un paese che, in ventidue anni, ha bruciato le tappe ed è oggi uno dei più solidi e convinti paesi d’Europa. Fa un certo effetto andare indietro con la memoria al 1989 quando, con la cosiddetta Tavola Rotonda, si avviò un processo di radicale cambiamento che, dalla Polonia, si estese a tutti i paesi dell’Est europeo, Russia compresa. Di quei mesi ormai si sa molto: sono stati scritti svariati libri e resi pubblici importanti documenti. Ma per ricostruire quell’atmosfera, come spesso accade, è più utile servirsi di un libro di fiction che, pubblicato nel 1992, mantiene ancora intatta la forza narrativa oltre a stupire per la massa di informazioni, esatte, che contiene, soprattutto sul mondo dei servizi segreti che, anche in quell’occasione, giocarono un ruolo estremamente importante. L’autore allora faceva il giornalista e collaborava ai settimanali “Panorama” ed “Espresso” con inchieste sul terrorismo, la finanza e il Vaticano...

Intervista con Noam Chomsky: le parole in politica

Riportiamo alcuni stralci di un’intervista video di Frank Barat a Noam Chomsky svoltasi nel mese di marzo. L’intervistatore di Red Pepper, un bimestrale inglese indipendente di area socialista, si avvale di alcune domane poste da intellettuali, attivisti e artisti, tra cui John Berger, Ken Loach e Amira Hass.   Qui tutta l’intervista in inglese (non perfettamente redatta). In basso il video completo dell'intervista.   John Berger   La pratica politica spesso sorprende il vocabolario politico, per esempio si dice che la recente Rivoluzione nel Medio Oriente chiede democrazia, possiamo trovare parole più adeguate? Usare vecchie parole spesso fraintese, non è un modo per assorbire lo shock invece che accoglierlo e ritrasmetterlo?   Innanzitutto, penso che la parola rivoluzione sia un po’ un eccessiva. Magari lo diventerà, ma per il momento si tratta della richiesta di una riforma moderata. Ci sono elementi, come il movimento dei lavoratori, che hanno provato ad andare oltre, ma rimane ancora tutto da vedere. Tuttavia la questione è giusta e non c’è modo di uscirne. Non...