iGirl, un viaggio per curare il disagio della civiltà
Una stretta strada bianca come la neve o come il deserto quando abbacina e confonde la percezione cromatica. Scende da una gradinata dove troviamo lastroni rovinati, derive del mega scioglimento dei ghiacci o resti cementifici di costruzioni perdute, di (in)civiltà travolte. La strada porta dritta tra i vapori di continenti di ghiaccio, pronti, anche quelli, a trasformarsi in terre bruciate o in geometriche pulsazioni cromatiche che sprofondano dentro l’immaginazione o dentro i segreti della psiche o perfino nell’occhio lagrimante di una gallina.
Su quello stretto sentiero, inerpicandosi o perdendosi nelle visioni che lo schermo di fondo fa palpitare, forme geometriche, paesaggi, facce di vecchi padri, quadri di angeli, un piccolo rettile su volto femminile che sprofonda nell’antro dell’orbita dell’occhio, vive il corpo di una donna. Un corpo androgino, con i capelli rasati cortissimi, con lunghe gambe contenute in una tuta che a poco a poco cadrà lasciando la pelle completamente nuda. Nuda e tatuata, con colori vivacissimi, con gli Arcani maggiori dei Tarocchi, una storia dell’umanità per archetipi. Ventuno, non ventidue, perché il primo e l'ultimo è il corpo stesso che agisce, che parla, che ripercorre ere storiche e interiori, rivelando quei disegni che rimandano alle decorazioni delle caverne, alla preistoria, rievocando il passato remotissimo, quello dei pacifici Neanderthal distrutti dalla nostra genia dei Sapiens, quello dei dinosauri che sicuramente sopravvivono sotto la cattedrale di Saint Paul a Londra, scontrando il presente della grande mutazione climatica, dello scioglimento delle nevi perenni, della desertificazione, e quindi un futuro di apocalisse, di rivelazione della forza distruttrice dell’uomo. E qui per “uomo” intendo proprio l’essere umano di sesso maschile, il guerriero, il detentore dei poteri, il patriarca, capace di divorare ogni cosa, perfino le ere geologiche, con la sua brama di possesso.
Canti misteriosi e profondissimi. Stridori acutissimi. Elettronica sovrapposizione di suoni e di silenzio. Parole staccate dal mutismo della resa e del combattimento. Grida di fronte all’imponenza del padre.

iGirl della scrittrice irlandese Marina Carr, nata nel 1964 nella contea di Offaly e formatasi allo University College di Dublino, super premiata, una delle voci ormai affermate della nuova drammaturgia anglosassone, capace sempre di riservarci sorprese, non è un testo facile. È costituito da ventuno parti, ventuno monologhi, che attraversano gli eoni e le ere, proiettandosi in eroine della letteratura e del teatro come Antigone e Giovanna D’Arco, in Giocasta e Laio, in Prospero e Miranda, in miti come quello di Persefone e Demetra, dello sprofondamento nell’oscurità della terra e del rifiorire, risalendo appunto alle caverne e ai Neanderthal, ritmando il cosiddetto progresso con una grande nostalgia del passato più arcaico, comunque nascosto dentro di noi, nella tettonica della terra, del nostro sistema corticale, del nostro immaginario, oltre ogni caratterizzazione specista. Non a caso in scena compare quella stessa gallina che nel video piange, in forma meccanica, come piumato robot che cammina guidato, che può perfino scappare, ma viene recuperato e può essere perfino smontato, o bloccato, semplicemente togliendogli le pile.
Marina Carr scrive testi complessi e riscrive classici della letteratura teatrale, come una Mirandolina, dalla Locandiera di Goldoni, allestita in questo stesso 2026 per il Teatro Stabile del Veneto. iGirl, pubblicato con una variazione sul mito intitolata Ecuba nella prestigiosa collana di teatro di Einaudi fondata da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri, non è un testo facile da interpretare, nel suo richiamare e intrecciare l’arcaico, l’archetipico e il futuribile, anche solo con quella i minuscola iniziale, che associamo di solito a prodotti digitali. La voce nel testo è una sola ma “si fa molteplice – furiosa, lirica, sacrilega e compassionevole”, si legge nella quarta di copertina del libro con la traduzione di Monica Capuani e Valentina Rapetti. La postfazione del volume è di Federica Rosellini, che dello spettacolo è voce e corpo, interprete e regista.

Chi sia Federica Rosellini gli appassionati di teatro lo sanno. È una delle nostre attrici di più rara forza, capacità, profondità interpretativa, in teatro e in cinema. Protagonista ‘furiosa’ del recente Dracula di Andrea De Rosa, interprete per Luca Ronconi, Federico Tiezzi, Antonio Latella, Andrea De Rosa, autrice sulla scena di affondi in personaggi come Giovanna d’Arco, come il ragazzino di Ivan e i cani, tra spettacolo e concerto elettronico, e di HildeKurt, tra la mistica di Hildegard von Bingen e il grunge di Kurt Cobain. Di recente è stata anche nominata condirettrice artistica di uno dei festival storici più attenti al teatro internazionale e agli incroci tra i generi, il Festival delle Colline Torinesi, al fianco di Isabella Lagattolla.
Il saggio di postfazione si intitola iGirl o la danza Arcana dei Mostri, e ripercorre tutto lo spettacolo – il testo – basandosi sugli Arcani dei Tarocchi di Jodorowsky, come ritorno alle origini di quelle carte non come divinazione ma come una “grammatica del divenire”, principalmente nella psiche. Lo scritto per Einaudi si apre con un’epigrafe, tratta da un testo di Jude Ellison Sady Doyle, in cui leggiamo: “La transfemminista Elena Rose nel suo appello per un ‘femminismo del mostruoso’ chiama ‘mostruosità’ la natura di quanto è ‘rattoppato, ricucito, innestato […] indorato, sotterraneo, straniero, ciò che si muove nell’oscurità; il sudicio splendore che inabissa le barche, abita le caverne, rompe le ossa e dice no, diamine, non sono in ordine, non sono semplice”. Freaks. Così si intitolava un suo spettacolo con allievi della Silvio D’Amico e con inserti dal famoso film omonimo di Tod Browning. La sua introduzione, invece, subito dopo l’esergo, inizia così: “Ci sono testi che non si lasciano attraversare in linea retta. Testi che, come i dipinti bosciani, moltiplicano le proporzioni, mescolano creature antiche e visioni del futuro, spingendo chi legge o chi guarda a muoversi con attenzione, a fare un passo e poi un altro, senza la certezza che quello successivo sia nella stessa direzione del precedente”.

Certo, quello rappresentato in prima assoluta a ottobre al Romaeuropa Festival e ora ripreso per Teatro Piemonte Europa (TPE) al teatro Astra di Torino e quindi in tournée, è uno di questi testi. “È materia viva”, “che non segue un ordine ma una geografia interiore”. Ho saltato, nella citazione, volutamente un aggettivo: è materia viva, “sciamanica” (corsivo mio). È un viaggio senza un’apparente direzione verso un paese grande come la sfera delle ere, profondo come gli strati della psiche, come la terra, dal nucleo di lava agli animali e ai vegetali che ne popolano la superficie, fino alle specie estinte, alla natura che ci circonda e che distruggiamo; è un cammino prospettico come il futuro, costituito di esseri dalla natura composita, molteplice. Ha la coscienza che nulla esiste fuori di noi e pone il dubbio se noi esistiamo veramente. È un tragitto misterioso e misterico negli archetipi, per curare il disagio della civiltà.

A tutto questo dà lava, ghiaccio, abisso, terra, fioritura, volo Federica Rosellini come attrice. Con una dizione chiara, chiarissima, capace di risonare infinitamente nello spettatore, anche giorni dopo la visione, e nello stesso tempo complessa, martellante, polifonica, come la sua performance fisica senza tregua, il suo mettere alla prova il corpo e le sue estensioni mentali, distendendosi in tutto lo spazio, seguendo la striscia bianca che in realtà è uno stretto tappeto di danza, arrampicandosi sulla gradinata, tra gli spettatori e i lastroni rovinati, portandoci con la sua visione interiore a proiettarci, noi che guardiamo, negli schermi dove viene narrata per lampi, per apparizioni e scomparse, la storia e il mito della terra, mentre le parole richiamano favole antiche e immagini ci mostrano occhi, un occhio femminile fiorito di terra e erbe, sempre tenendo al suo fianco la fedele gallina, ultimo residuo campagnolo dell’arcaica genia dei dinosauri.
Bosch, gli sciamani viaggiatori nel paese degli spiriti protettori, gli Arcani e i loro viluppi e sviluppi, il mostruoso, il rattoppato, il ricucito, uno splendore sudicio, e pure il sudore e l’intelligenza, il corpo che al sacrifico si sottopone e si sottrae, il sangue misto, l’odio la guerra l’amore ma anche l’arte, e quel mistero cui non possiamo dare altro nome che anima, intrecciata di archetipi, di fughe, di ritrovamenti. Con i video psichici di Rä Di Martino, la musica originale di Daniela Pes, il design del suono avvolgente o distaccato, distillato, di GUP Alcaro, la scena di Paola Villani, i disegni, costumi e tatuaggi, che ci vogliono ore a rinnovare ogni due giorni, come nelle cerimonie di vestizione degli attori orientali, di Simona D’Amico: è tutto fuso e rifulgente nello spettacolo prodotto da TPE, Teatro Stabile di Bolzano, Elsinor, Festival delle Colline Torinesi, con il sostegno di Romaeuropa Festival.
iGirl si può vedere ancora fino al 22 marzo al Teatro Fontana (Milano), il 24 al Teatro Comunale di Bolzano e il 25 a quello di Trento. Vale proprio la felicità di perdersi in questi cento minuti che scorrono come un fulmine e si dilatano nella memoria interiore come un mare.
Le fotografie sono di Andrea Macchia