Doria Pamphilj appartamenti addomesticati
Se osservate con uno sguardo diverso, sono proprio ‘certe cose’ a mostrare tutta la loro ambiguità. Perché «Certe cose/si nascondono agli occhi della gente […] Certe cose sembrano essere state predisposte/da Dio e dal Diavolo […] Certe cose sono come il terremoto/utilizzano tutte le nostre paure […]». Sono alcune delle ‘certe cose’ elencate nella lunga lista della poesia di Emanuel Carnevali. Quelle ‘certe cose’ che, seppur naturali, comuni, inoffensive, in realtà possono diventare altro, possono nascondere trappole e insidie, lasciare invisibili segni, mascherare impercettibili condizionamenti, silenziosi timori. Possono essere, parafrasando la celeberrima frase di un personaggio di un film di Carlo Verdone, ‘ferro o piuma’. Perché, ‘certe cose’, non sempre mantengono integra la loro primigenia funzione e, da oggetti innocui, possono diventare inaspettati strumenti di offesa. È in questo scarto, nello spazio interstiziale tra la normalizzazione della violenza e la sua negazione, che affonda la genesi dei lavori di Silvia Giambrone.
Lavori fondamentalmente modellati su quelle tensioni che creano le diverse forme dell’addomesticamento. Solitamente indistinguibili, tuttavia presenti in molte relazioni, soprattutto sentimentali, ma, ancor di più, in quelle culture ancora e tuttora fortemente patriarcali. A dare verbo a molti suoi lavori, che spaziano dalla scultura, alla performance, al video, dal collage all’installazione, all’incisione, alla fotografia, da subito sono state la letteratura, la poesia, i saggi. E la folgorazione sulla via di Damasco avviene proprio con la lettura di Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi. Allorquando, studentessa di 25 anni, da Agrigento approdata a Roma per i suoi studi all’Accademia delle Belle Arti, quella lettura confermò “tutti i miei sospetti giovanili più latenti che d’improvviso, compiutamente e puntualmente formulati come io all’epoca non avrei potuto fare” e ha plasmato “il nucleo profondo della mia ricerca, che ancora si nutre degli stessi eterni sospetti sulle pratiche di potere nelle relazioni umane più essenziali”.

Dato che, salvo alcuni ravvedimenti (aggiustamenti?), Carla Lonzi voleva attuare una tabula rasa dell’arte, perché compromessa con la cultura patriarcale; una posizione estrema che, non a caso, la portò alla rottura del suo sodalizio con l’altra artista di origini siciliane Carla Accardi. Non è accidentale che una delle prime mostre realizzate da Silvia Giambrone, si intitoli L’impero libero degli schiavi (2012). Una serie di colletti di merletto all’uncinetto, modulati in materiali diversi, che, con forza, poneva l’accento sul significato recondito dell’antica pratica. Un oggetto innocente, finanche vezzoso che, in realtà, sottintende una latente coercizione.
Pratica svolta esclusivamente dalle donne, ha rappresentato per loro, nel corso dei secoli, uno dei momenti conviviali accettati e permessi: si sentivano libere nel pieno del loro assoggettamento; e dietro l’aspetto della delicatezza, della leggerezza, della raffinatezza del lavoro, si nascondeva, invece, tutta la durezza di quell’attività e la condizione sociale delle donne di completa sottomissione. E sempre il colletto di merletto è stato il fulcro di una delle più potenti performance realizzata dall’artista. In Teatro anatomico, per dare piena tangibilità a questo tacito asservimento, attraverso le mani sapienti di un chirurgo, Silvia Giambrone si è fatta letteralmente cucire, sul proprio collo, uno di questi colletti, per tradurre la violenza che è praticata su un corpo, assumendo, ad un certo punto, addirittura un’aria soddisfatta per avere, su di sé, nonostante tutto, un elemento bello e attraente. A questo punto è doveroso ricordare che, con Teatro anatomico, Silvia Giambrone ha vinto la nona Biennale di Kaunas nel 2013, facendo acquisire a tale lavoro un ulteriore messaggio. In Lituania, il colletto ricamato, aveva un’altra storia: durante l’occupazione sovietica era obbligatorio indossarlo a scuola. Per questo, uno dei primi gesti di protesta contro l’occupazione, è stato quello di strapparlo via. Per cui, Teatro anatomico, ha rappresentato, per gli abitanti di Kaunas, che a suo tempo è stata altresì la prima capitale della Lituania, un momento di verità. In seguito, nel 2016, Silvia Giambrone è stata nominata ambasciatrice per Kaunas2022.

Riprendendo quanto si stava dicendo, un senso di inconsapevole ebbrezza affiora anche in Sotto tiro (2013), un’altra intensa performance della Giambrone. Sebbene la presenza del red dot luminoso faccia sentire una certa vicinanza alla performance The Objective (2017) di Regina José Galindo, qui assume l’inquietante risvolto della tensione a cui la vittima è costantemente sottoposta ma che, nel perverso continuo scambio di ruoli e di forze di potere, alla fine diviene una sorta di piacevole compagnia, tanto che l’artista, a un certo punto, serenamente gioca proprio con l’impalpabile punto rosso. Perché, purtroppo, molto spesso, nelle relazioni sentimentali, soprattutto tossiche, tra il carnefice e la vittima, si instaura un rapporto di interdipendenza, che normalizza la violenza, caricata di un significato di legame e di attenzione. Difatti, l’intera ricerca di Silvia Giambrone si incentra sui temi della soggettività e della relazione tra corpo, linguaggio e potere. In Nobody’s room (2015) l’artista reinterpreta Indicazioni stradali sparse per terra di Nedzard Maksumic.
Nel testo del bosniaco sono elencati venti punti per sopravvivere a una guerra; nella performance, Silvia Giambrone li trasforma in diciassette punti per sopravvivere al proprio ambiente domestico, verbalizzati in microfoni realizzati con inquietanti oggetti da cucina, quali la mezzaluna o i coltelli. E, “in queste condizioni nessuno è intelligente […] bisogna non avere paura di niente. La paura genera nuova paura e blocca. Bisogna credere fermamente di essere stati prescelti a restare vivi […] bisogna proteggere i ricordi […] non dire ciò che si pensa […] cercare di essere sempre prudenti”. Eppure, quello che guida l’agire di molte persone, è il costante bisogno di amore. Quell’amore che viene dichiarato nella struggente performance August 6th, mon amour (2015), parte della mostra Dillo con i fiori: la riproduzione dell’orologio ritrovato dopo l’esplosione della Little Boy, sganciata dal bombardiere Enola Gay, sulla città di Hiroshima, fermo all’ora esatta dell’esplosione, 8.15, intervenuta, però, spostando di un minuto in avanti la lancetta dei minuti, e aggiungendo la lancetta dei secondi che oscilla avanti e indietro, bloccata tra il passato e il futuro.

Quel senso di blocco, di immobilità è quanto trasmesso dalla performance titolata con la parola tedesca TRAUM (2021), che significa sogno: su dei fogli spiegazzati, realizzati in ceramica, sono incise le frasi del racconto di una sopravvissuta alla violenza domestica, simbolicamente evocata dal fragore dei fogli di ceramica gettati a terra alla fine della loro lettura, che puntualmente richiama il noto rumore dei piatti rotti durante le violente liti familiari. Tuttavia, è proprio la gentilezza del fiore, o meglio, della rosa, che raggiunge il ruolo portante della mostra accolta negli Appartamenti Segreti di Palazzo Doria Pamphilj, prodotta dallo Studio Stefania Miscetti. Sub rosa, questo il titolo, è la forma abbreviata dell’espressione latina sub rosa dicta velata est, cioè il patto di riservatezza che si crea tra le persone che lo accettano: tutto quello che viene detto/accade, non uscirà dalle quattro mura della stanza. Frase a cui fa il paio l’altra espressione più vicina ai nostri giorni: i panni sporchi si lavano in famiglia. Da sempre simbolo anche di silenzio, la rosa, con la sua bellezza e delicatezza, sappiamo bene che riserva delle insidie con le sue spine.
Quelle che si possono trovare in qualsiasi appartamento, anche tra i più regali e sfarzosi. È proprio questa antinomica dicotomia che Silvia Giambrone ha voluto esprimere attraverso le sue sculture disseminate negli Appartamenti Pamphilj. Oggetti apparentemente innocui che, invece, perdendo la loro neutralità, divengono testimoni di tensioni e inquietudine, altresì di meccanismi di assoggettamento. Cos’altro può comunicare uno ‘specchio’, non più riflettente, trapassato da acuminate spine? Quella bellezza che può diventare una gabbia. Quella gabbia che può intrappolare il tempo, trasformandolo in un infinito presente disturbante. ‘Specchi’ che, non a caso, sono stati la scenografia alla sfilata donna autunno/inverno 2021 di Dior nella Galerie des Glaces di Versailles, scelta dall’allora direttore creativo della maison Maria Grazia Chiuri. The Hall of Shadows è un’imponente installazione site specific che include quattordici giganteschi (circa 3m di altezza) ‘specchi’ che, ritmicamente, scandivano i settantatré metri della galleria. Con profili diversi, tali specchi pienamente danno forma al concetto dell’inganno: anziché riflettente, la loro superficie è ricoperta da uno strato opaco (cera) da cui fuoriescono delle spine (solitamente di acacia ma, dal momento che le dimensioni non ne consentiva il loro reperimento in natura, l’artista le ha realizzate in vetroresina).

L’inganno della bellezza, il dolore della bellezza quando portata ai massimi estremi, la verità che soggiace dietro al riflesso, quel male che solo guardandolo dritto, può essere visto e ostacolato. Ritornando alla mostra romana, sono questi oggetti, queste ‘certe cose’ che abilmente (subdolamente) si camuffano (nascondono) con gli arredi originali degli Appartamenti. Perché, ‘certe cose’, solo aguzzando la vista si riescono a notare, avvertire. Come il delicato leporello posto sopra il pianoforte verticale: una sorta di spartito le cui note sono un lungo filo spinato. Oppure la piccola scatola in legno, sul cui coperchio ritorna la scritta sub rosa che contiene delle inedite carte di tarocchi, nelle quali, invece, campeggiano le diverse specie di rose tratte dalla raccolta di incisioni Les Roses dell’artista di corte di Maria Antonietta, Pierre-Joseph Redouté (conosciuto, infatti, come il "Raffaello dei fiori" o il "Rembrandt delle rose"), che Sivia Giambrone ha, però, associate secondo le caratteristiche biologiche: in quale ambiente crescono, come si riproducono, e così via. O come il piccolo specchio con la lapidaria frase “preferisco la morte”, mimeticamente appoggiato su una raffinata toeletta.
Alla stessa stregua degli ‘specchi spinati’, che ben si confondono con gli altri oggetti utilizzati per la cura personale. Appunto, quelle ‘certe cose’ che, dietro il loro abituale significato, celano quello di violenza perché, come tutti i dati sulla violenza, è proprio nell’ambiente domestico che si sviluppa, nonché, “il luogo in cui primariamente si venga addomesticati alla possibilità della violenza stessa”, perché fondamentalmente è il modo in cui noi guardiamo l’oggetto che l’oggetto si carica di un significato diverso. E azioni violente si nascondono negli oggetti più innocui, come uno specchio o una rosa.
Silvia Giambrone | La tensione dell’addomesticamento
fino al 29 marzo 2026