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Expo e dintorni: mi chiedevo cosa fosse Expo

Mi chiedevo cosa fosse Expo. Poi mi sono chiesto cosa fosse per le persone. Domenica scorsa sono entrato.     Ero riluttante. Aspettavo, rimandavo, anche per la spesa del biglietto. Per vincere questi freni avevo in testa di andare con mio figlio di undici anni, di considerarlo una guida, col suo sguardo entusiasta di bambino, così da appoggiarmici per fare le mie foto.     Poi sabato, a sorpresa, è arrivata qua a Milano la mia giovane sorella. Lei vive in Francia. Mi ha chiesto di andare insieme a vedere Expo. A quel punto, ho messo mano nel portafogli e mi sono detto andiamo a divertirci. In tre: io, zia e nipote, vale per il biglietto tariffa famiglia e si risparmia.     Expo è intrattenimento, quindi te lo devi pagare. Allora si sta in coda, si suda in mezzo agli altri ad aspettare senza insofferenze, chiacchierando e curiosando nei discorsi degli altri. È movimento, per non ammuffire; un gioco, l’uomo ha bisogno di giocare. Non ho visto intellettuali, bensì umanità divertita in barba al pianeta!     Ignoro le cifre degli incassi attuali e le proiezioni. Non so se i...

Expo: una serata anni Ottanta

Mentre in città ci si lamenta che ancora non sono arrivate le folle previste per EXPO, il sito è affollato dalle scolaresche e dalla più liquida categoria dei baby pensionati dell’Europa del welfare. Per me la prima occasione di visitare EXPO è un invito della Regione Basilicata, tramite Roberto Linzalone, il cantastorie di Matera, per parlare di Olivetti e il sud. È un pomeriggio che minaccia pioggia e in giro non c’è troppa gente. L’impatto col decumano, la lunga allée di oltre un chilometro, è di grande effetto, una promenade architecturale che non sempre tiene conto degli insegnamenti del movimento Moderno (e pensare che proprio qui Le Corbusier aveva progettato la grande fabbrica dell’elettronica Olivetti).   La prima cosa che mi colpisce è come i padiglioni abbiano tutti la stessa dignità: non si distingue tra Nutella e Turkmenistan, tra Coca Cola e Polonia. Mi abbandono a una fantasia in cui le milizie private di Samsung dichiarano guerra all’Uruguay che si allea con Ferrero e risponde annientando l’Irpinia. Si potrebbe ragionare a lungo sul senso di appartenenza...

Pushkar, la grande fiera, e l’hic et nunc

Gli zoccoli ancora da ferrare scalpitano a vuoto a Pushkar, Rajasthan, India del Nord, avamposto del deserto di Thar, e sono pistoni che infuriano senza scalfire il confine violento di una semi immobilità obbligata. Silenziosi, sentenziosi come colpi di martello, i calci demoliscono dune di sabbia e ne formano di nuove, il deserto è una creatura animata, e i frequenti nitriti sono disperati, grida poderose e garrule di femmine partorienti.     I purosangue in posta, e ce ne sono migliaia distribuiti per tende e padroni che paiono tutti predoni impavidi pronti alla bisboccia della notte, sono in piedi su tre gambe, perché una delle anteriori è piegata in due ed è legata, sollevata e paralizzata per mezzo di corde spesse e annodate con maestria. Solo l’equilibrio precario convince le bestie all’apparente mansuetudine.   La sensazione dell’arto reciso, dello scompenso di natura, sottomette persino il desiderio selvaggio di scatenarsi in furia, e d’altronde c’è bisogno di proteggere la mercanzia dal suo stesso istinto, dall’inaudita vitalità di una merce che è merce ma è viva, dai giochi tumultuosi che i puledri inscenerebbero se lasciati in possesso del candore...

Expo e dintorni: RHO FIERA EXPO MI

Ho comprato un biglietto delle linee S (Suburbane) di Trenord per Rho Fiera Expo. Costo del biglietto 2,20 euro; al ritorno col metrò ho pagato 2,50. Ero partito dalla stazione di Porta Garibaldi.   Operaio   Certo il metrò è più comodo e veloce e si evince facilmente dai trenta centesimi in più che fanno pagare, ma è arrivando alla stazione di Rho Fiera Expo con il Passante e linee ferroviarie di superficie che mi rendo conto del gran lavoro edilizio che c’è in atto. Da semplice osservatore e frequentatore di bar (per bere il caffè), direi che c’è del ritardo sulla consegna dei lavori alla città e ai visitatori. Scendendo dal treno ho raggiunto il sottopassaggio che collega tutto: la fiera, il metrò e di nuovo la linea S e il centro. In effetti, è bello grande. Ciò che ho colto maggiormente stavolta non si può fotografare: i rumori delle seghe circolari dei carpentieri, il pulviscolo che si sviluppa e certi odori forti di solventi. Tanti operai con accenti del sud e del nord. Linguaggi tecnici su fili elettrici che portano corrente a sistemi. Ingegneri e...

Art Basel 43. Diario

Non sono certo di poterla metter giù con tanta sbrigativa chiarezza, ma gli artisti che colpiscono di più, in quest’edizione 2012 sottotono (ma non troppo) di Art Basel, sono quelli che lavorano sull’Inatteso: e con ciò intendo anche il rifiutato, l’eroso e l’obliato, il sottaciuto, l’eccedente, l’inappariscente e il profetico.   Gli sciami di pipistrelli di Jeremy Deller escono dalla caverne texane di Frio e Bracken con violenza catartica e rivelatoria. La registrazione dei suoni ad alta frequenza che gli animali emettono per orientarsi in volo ci introduce a mondi di cui non sospettavamo l’esistenza. Walid Raad insegue il punto esatto di colore del cielo di New York la mattina dell’11 settembre 2011: sopraffatta dagli eventi, la memoria dell’artista sembra avere rimosso questa informazione. Runa Islam crea un breve film da un’unica immagine in bianco e nero ritrovata tra le collezioni dello Smithsonian Institute. Teheran, inizi del ventesimo secolo. Non conosciamo le circostanze storiche e sociali a cui l’immagine si riferisce. Non conosciamo l’autore della fotografia n...

Art Basel 42 (e dintorni)

Come raccontare una fiera? La domanda torna frequentemente nei giorni di Art Basel. Gli analisti del mercato dell’arte incalzano con domande sull’andamento delle vendite e si sforzano di prevedere l’ascesa meteorica delle quotazioni di giovani stelle come Fujiwara o Kassay. Ma questo non è il mio punto di vista. Come evitare un’arida lista di nomi? Non pochi, tra quanti attendono indicazioni di indirizzo o mutamenti di scena, quest’anno si dichiarano delusi: scelte prudenti e prevedibili, orientate a artisti di solida reputazione e certo mercato.   Se scorriamo i nomi degli artisti presentati a Art Unlimited, ci imbattiamo in effetti in una processione di ritornanti: ha senso qualificarsi attraverso l’ennesima versione (in acciaio) delle sculture-pavimento di Carl Andre, igloo postumi di Mario Merz, installazioni a strisce di Buren, neon di Flavin, proiezioni luminose di Turrell, serigrafie di Rauschenberg lunghe quanto l’equatore? Sappiamo che Untitled (Sculptural Study) di Sandback, opera del 1982 e riedita oggi dalle gallerie Verna (Zurigo) e David Zwirner (New York), è acquistata da Budi Thek per l’...