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giornalismo

(28 risultati)

Piove all’insù e la violenza del ’77

Due anni fa moriva, a pochi giorni dal suo cinquantaquattresimo compleanno, Luca Rastello. Intellettuale tra i più lucidi e impegnati della sua generazione, autore di reportage memorabili nella sua attività di giornalista, Rastello è stato innanzitutto e perlopiù un grande scrittore, la cui opera ancora aspetta di ricevere l’attenzione critica che merita. Qui è dell’esordio romanzesco di Rastello, Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006), che vorrei parlare: non solo il suo capolavoro, ma anche un romanzo cui, nel quarantennale del 1977, spetta un posto d’onore nella bibliografia in continua evoluzione su quel periodo storico e sul movimento multiforme che lo ha attraversato.   Piove all’insù si apre in una cornice pseudo-epistolare collocabile con ogni probabilità nel 2002: Pietro, narratore e protagonista, ha appena saputo del licenziamento ingiustificato della compagna e, «tanto per distrar[la] un po’» (p. 7), decide di svelarle un dettaglio risalente agli inizi della loro storia che gli è riaffiorato alla mente di recente – un pretesto, in realtà, per raccontarle la sua giovinezza e rincontrare il se stesso di fine anni Settanta. Così, tramite le vicende personali e...

Luca Rastello. Due anni dopo / Piove all’insù e la violenza del ’77

Due anni fa moriva, a pochi giorni dal suo cinquantaquattresimo compleanno, Luca Rastello. Intellettuale tra i più lucidi e impegnati della sua generazione, autore di reportage memorabili nella sua attività di giornalista, Rastello è stato innanzitutto e perlopiù un grande scrittore, la cui opera ancora aspetta di ricevere l’attenzione critica che merita. Qui è dell’esordio romanzesco di Rastello, Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006), che vorrei parlare: non solo il suo capolavoro, ma anche un romanzo cui, nel quarantennale del 1977, spetta un posto d’onore nella bibliografia in continua evoluzione su quel periodo storico e sul movimento multiforme che lo ha attraversato.   Piove all’insù si apre in una cornice pseudo-epistolare collocabile con ogni probabilità nel 2002: Pietro, narratore e protagonista, ha appena saputo del licenziamento ingiustificato della compagna e, «tanto per distrar[la] un po’» (p. 7), decide di svelarle un dettaglio risalente agli inizi della loro storia che gli è riaffiorato alla mente di recente – un pretesto, in realtà, per raccontarle la sua giovinezza e rincontrare il se stesso di fine anni Settanta. Così, tramite le vicende personali e...

Il corpo di Internet / L’arte di Trevor Paglen

Cloud Confondiamo spesso l’invisibile con l’immateriale. Qualcosa che si sottrae alla vista diventa presto, nella nostra mente, qualcosa privo di materia. L’universo digitale rappresenta senza dubbio il caso più eclatante: virtuale è sinonimo di effimero, d’intangibile, di qualcosa che esiste ma è senza sostanza, è presente ma invisibile. Approcci scientifici recenti quali l’archeologia dei media e il nuovo materialismo tentano di correggere la presunta smaterializzazione delle tecnologie più avanzate, Internet in primis. Il network delle telecomunicazioni ha una densità materiale pari a quella del nostro mondo.   Eppure è difficile immaginare e, ancor più, dar corpo a Internet, che sembra esistere solo in quanto funziona – operor ergo sum. Con la sua spinta all’ubiquità, Internet si sottrae facilmente alla vista. Le immagini e il vocabolario per descriverlo sono imprecisi quando non fuorvianti: la rete, il campo, lo spazio cibernetico, la “cloud” (o il “cloud”, non sappiamo neanche se è maschio o femmina). Nessuna tecnologia era stata così eterea, simile all’aria che respiriamo. E questo nonostante i ben informati ci abbiano avvertito che ormai in tutti i continenti sorgono...

Un delitto perfetto? / Caso Varani. Il movente c’è eccome!

A bocce ferme, possiamo dircelo: c’è qualcosa che ci si poteva aspettare di leggere nella miriade di editoriali e commenti suscitati dall’omicidio di Luca Varani, e che non è stato (quasi) mai detto. Probabilmente non occorre ripetere particolari che ormai tutti conoscono. A Roma, nel quartiere Collatino, la notte tra il 3 e il 4 marzo Varani, ventitré anni, è stato lungamente seviziato e assassinato da due uomini sui trent’anni, Marco Prato e Manuel Foffo, nell’appartamento di quest’ultimo. Le ragioni del delitto non erano chiare. La larga quantità di droga (cocaina e altro) assunta dagli omicidi poteva al massimo amplificare una distorsione più profonda.   Non c’è quotidiano che non abbia pubblicato un editoriale  – o due, tre, cinque – sulla vicenda. Ma la ricerca delle cause ha preso subito una direzione ben precisa: il delitto del Collatino come sintomo di un disagio universale, storico, esistenziale. Questa chiave di lettura è stata perseguita ad oltranza, con pagine e pagine  di commenti sul “problema del male”. Ancora il 20 marzo l’inserto culturale del “Corriere della sera” pubblicava tre pagine in cui “medici, scienziati, umanisti, artisti” ragionavano “...

Renzi e i social / Renzi l'americano

La diretta di oltre un’ora lanciata da Matteo Renzi il 6 aprile su Facebook e in contemporanea su Twitter  ha suscitato una grande attenzione da parte dei media e di tutti coloro che prestano attenzione alla politica italiana e alla comunicazione ai tempi del web. Nel guardare il filmato mi è tornato immediatamente in mente il precedente di Barack Obama che, nel pieno della campagna elettorale per la rielezione nel 2012 , in camicia bianca e maniche arrotolate attivò la sessione “ask me anything” su Reddit per rispondere alle domande dei cittadini. Anche in quel caso, l’evento ebbe grande successo e copertura mediatica e contribuì a riportare il presidente americano al centro della scena, come argutamente sottolineato da qualcuno: “While a tropical storm batters the Gulf Coast and Republicans make their case for reclaiming the White House, Barack Obama diverted attention from both by typing three simple words on Wednesday afternoon “ask me anything”.    L’opportunità di occupare la scena senza necessariamente ricorrere alla disponibilità dei legacy media è, dunque, sempre più sfruttata dai soggetti politici. E Matteo Renzi non è certo il primo a farlo. Per...

L'ho conosciuto perché ha deciso lui / Del Giudice racconti e silenzio

Fino a qualche tempo fa chiedevo ai suoi amici come stava, poi a un certo punto ho capito che non era più il caso. Già la domanda mette una gran tristezza a chi la ascolta e che, per rispondere, proprio non troverebbe le parole. Di parole ci devono bastare quelle che Daniele ha scritto tempo fa, e oggi tornano sui banconi delle librerie. Ho conosciuto Daniele Del Giudice perché l'ha deciso lui. Non so bene come sia successo: mi ha mandato un suo libro in uscita e mi ha anche invitato alla cena milanese di presentazione. Si vede che amici comuni gli avevano parlato di me. Quel libro, oggi, mi richiede sempre un attimo di riflessione: non mi ricordo mai se si intitoli Mania o Anima, secondo l'anagramma del titolo che gli avevo offerto come un timido mazzolino di fiori, per ringraziarlo di quell'invito. Del libro mi vengono subito in mente soprattutto alcuni dettagli: il doppio senso di «Fuga» nel titolo di un racconto di ambientazione napoletana e l'apparato ottico del racconto ambientato a Edimburgo che apre la raccolta. Poi ricordo l'impressione che mi faceva quella sintassi avvolgente, che ti tira dentro – o anche sopra, se penso ai racconti aviatori di Staccando l'ombra da terra...

Intervista a Ettore Mo

  Ettore Mo, decano dei giornalisti italiani, da 50 anni al Corriere della Sera, prima all’ufficio di Londra poi a Milano nella sezione spettacoli. Dal 1978, inviato speciale. Ha raccontato storie da tutti i continenti, seguito guerre e avvenimenti internazionali e vinto più di 40 premi. Considerato da molti un maestro o un esempio da seguire e forse uno degli ultimi grandi inviati. Ma lui, nella sua freschezza e semplicità, si considera un cronista, fedele alla regola insegnatagli da Egisto Corradi: “Per raccontare una storia bisogna consumare la suola delle scarpe”. Inizia a interessarsi alla scrittura e ai libri dopo le scuole medie. Soprattutto a come scrivevano gli altri. Poi si iscrive all’università di Cà Foscari a Venezia e, durante le estati, gira l’Europa: Svezia, Francia, Spagna, Inghilterra. È proprio qui, a Londra, che alla fine degli anni ‘50 trova un posto come cameriere sulle navi da crociera che fanno il giro del mondo. Abbandona la facoltà di lingue a Venezia e fa tre giri del mondo sulla nave. Ogni giro durava sei mesi. Ma l’idea di scrivere e di diventare giornalista non l’abbandona. Cosicché prima del suo terzo lungo viaggio lascia alcuni suoi scritti...

Ricordo di Manlio Cancogni

Era bello scendere in Versilia sapendo che Manlio Cancogni c’era ancora. Certo, aveva 99 anni, tutti i suoi amici più cari erano morti (l’ultimo, Cesare Garboli); l’appartamento di Fiumetto, dove era costretto da tempo, era una specie di punizione dopo anni di girovagare per il mondo (la guerra in Albania e Grecia, gli anni di Parigi corrispondente de «L’Espresso», quelli americani dove insegnò in un college del New England). Ma, quando si andava a trovarlo, oppure si leggevano le interviste che, con cadenza periodica, rilasciava ai quotidiani, si coglieva l’intelligenza viva, la sfida alla noia, l’occhio sempre vigile al presente.   Cancogni appartiene a quell’epoca della narrativa borghese italiana (dagli anni ’50 ai ’70) di grande qualità. Il più intrinseco era Carlo Cassola; la loro amicizia giovanile è rievocata in Azorin e Mirò, il capolavoro di Cancogni, dove è teorizzata la poetica del “subliminare”, un’autodefinizione critica per significare le epifanie, i momenti di poesia del quotidiano che rimandano ai Dublinesi di Joyce. Pi...

Foto giapponesi

Dopo esser uscito, per la prima volta, nel 2011, in Francia, è ora finalmente stato pubblicato in Giappone, da Nanarokusha, il mitico Diario di un’indagine (1958) di uno dei più grandi, e misconosciuti, fotografi nipponici del dopoguerra: Yūkichi Watabe (1924-1993).   Yūkichi Watabe, A Criminal Investigation, 1958   Il 13 gennaio del 1958, a Mito, vicino al lago di Sembako, nella parte nord-orientale di Tokyo, furono rinvenuti un naso, due dita e un pene. Il giorno successivo, lì vicino, fu scoperto il cadavere sfigurato di un uomo, parzialmente bruciato dall’acido. Dall’impronta del pollice fu identificato come Tadashi Sato. La polizia locale iniziò le indagini, ma due investigatori furono inviati da Tokyo per tentare di risolvere il difficile caso. Watabe, che allora faceva il fotogiornalista freelance, ottenne, in via eccezionale, di poter seguire il loro lavoro, sia nei locali della polizia che nei più malfamati distretti della capitale (bar e bettole, sottoponti, scali merci, edifici abbandonati). Gli investigatori scoprirono che Sato era stato contattato da un certo Nishida che lo aveva attirato a Mito, con...

Cahier de doléances

Mi immagino Thebes, la undicenne di The flying Troutmans, che sfreccia verso il Messico su uno scassatissimo furgone Ford Aerostar accanto a suo fratello Logan, mentre ascoltando la zia Hattie parlare al volante apre per l’ennesima volta il vocabolario. Siccome me la immagino, per ragioni drammaturgiche è uscita dal romanzo di Miriam Toews (bellissimo: leggetelo! C’è anche in italiano), non è più canadese e sta consultando il vocabolario della Treccani, nientemeno. Va alla lettera «f» e inizia una delle sue assurde letture. Nessuno la interrompe. «Free lance ‹frìi làans› locuz. ingl. [propr. “lancia libera” e quindi “soldato di ventura”] (pl. free lances ‹... làansi∫›), usata in ital. come agg. e come s. m. e f. – Detto di professionista, e in partic. di scrittore, giornalista, fotografo, indossatrice, ecc., non legati da contratti esclusivi con società, centri organizzati, case editrici o ditte, ma che svolgono liberamente e in modo indipendente la loro attività professionale. Anche di musicista di jazz che si esibisce, nelle...

Un racconto della strage di Srebrenica

In questi giorni è mancato un amico, il grande giornalista e scrittore Luca Rastello. Non gli sarà concesso di vedere l'uso politico, ideologico e identitario che verrà fatto in occasione del ventennale della strage di Srebrenica dell'11 luglio 1995, un atto genocidario nel quale persero la vita circa ottomila uomini e ragazzi musulmani per mano delle milizie serbe di Ratko Mladić, i “cetnici”. Un episodio recente della storia europea che ci parla anche e soprattutto delle responsabilità delle potenze occidentali in quella guerra, dell'Unione Europea e delle missioni di pace dell'Onu. Degli “angeli”, i Caschi blu canadesi e olandesi che Luca ha raccontato ne La guerra in casa (Einaudi 1998), pubblicato a tre anni dalla fine del conflitto. Quasi vent'anni dopo, le sue parole sono ancora di sorprendente attualità.   Per ricordare Luca pubblichiamo alcuni stralci del libro, che ci restituiscono almeno in parte il suo sguardo lucido, lontano dalla retorica passe-partout e sempre accompagnato dai fatti: Luca riuscì a tirare fuori da quella guerra decine di persone, e ad aiutarle a costruirsi...

Da cosa nasce... cosa?

Ottobre 2014. Da un anno sei in cassa integrazione in deroga a 0 ore, in Abruzzo, dove l'INPS e la Regione non pagano l'indennità (nel momento in cui scrivo, 12 mesi di arretrati. Ma questo non è un racconto-denuncia).   Tu però non sei stata ferma: telefonate, CV, mail, selezioni, colloqui... finché, dopo mesi di bonaccia, sul tuo orizzonte lavorativo si profila un'Opportunità. “Sia chiaro: freelance, mica dipendente, eh”. Mancoaddirlo, rispondi a un tuo ex collega che, durante una conversazione telefonica fintocasuale (aka “networking”) ti ha procurato un colloquio: “Ma tu, oltre a fare la copy, sei pure giornalista?” “Sì, pubblicista. Perché?” “Ci sarebbe un mio amico, uno ricco da fare schifo... un velista, ha vinto un sacco di gare internazionali... ne hai mai sentito parlare? Ora è Presidente del Club Nautico.” “Veramente, non seguo la vela”, rispondi pensando che invece dovresti. “Tempo fa mi ha chiesto se conoscevo un ufficio stampa, sai per EVENTI, regate, far uscire qualche articolo... poi, da cosa nasce cosa!...

Rappresentare il non-rappresentabile

Mattia Cacciatori è un giovane fotoreporter che ha trascorso parte degli ultimi anni in Cisgiordania, a Ramallah, per documentare il conflitto israelo-palestinese. I suoi amici sono dunque abituati ad averlo lontano, a saperlo in giro per il mondo. L’8 luglio 2013 le prime pagine dei giornali accostarono, all’improvviso, le parole Mattia e Farnesina, io stesso mi ero quasi scordato che il mio amico fosse in Turchia per le rivolte di Gezi Park. Stavo seguendo, tra l’inerzia di Twitter, quelle giornate di Istanbul e quando la parola Mattia entrò nello schermo, in tutti gli schermi, mi trovai senza più nulla da dire e senza più nulla da pensare su quei giovani che vedevo manifestare e sulla questione turca in generale. D’un tratto l’unica immagine possibile di quella rivolta era formata da quell’insieme di parole che, lapidarie, su tutti i quotidiani italiani online e non, descrivevano l’arresto di Mattia da parte della polizia turca. Il flusso di notizie e immagini riguardanti le manifestazioni si era improvvisamente arrestato in una terza dimensione, la profondità della prossimità di Mattia alla mia...

In futuro ogni freelance sarà un titolo AAA++ o BBB--

La gloria di un uomo, come la sua credibilità e la sua ricchezza (…) sono forme di “quantità” sociali. Sarebbe interessante se, attraverso qualche ingegnosa statistica, potessimo ottenere una misurazione di questa singola quantità per ogni tipo di celebrità. Il bisogno di un gloriometro è sentito con una certa chiarezza dal momento che si stanno moltiplicando forme di popolarità di ogni tipo e che, nonostante il suo carattere effimero, la fama permette di acquisire un formidabile potere, comportandosi come una merce per la persona che la possiede, mentre per la società è un’illuminazione e una fonte di fede (…) La Fama è una componente della gloria; può essere misurata dal numero degli individui che sono a conoscenza dell’esistenza di un uomo o delle sue gesta. Ma l’ammirazione, una componente non meno essenziale, è una qualità molto più difficile da misurare. Dovremmo metterci a contare il numero degli ammiratori, per poter calcolare l’intensità della loro ammirazione e inoltre tenere in conto il differente valore sociale dei singoli...

Tom Kromer. Un pasto caldo e un buco per la notte

“Dice che questa depressione fa bene alla salute. Dice che la gente mangia troppo (…). Dice che gl’insegnerà i veri valori della vita. (…) Me l’immagino, con un tirapiedi in livrea, (…) in giro in Rolls Royce tutto il santo giorno. Eppure quel bastardo ti scrive tutte quelle fregnacce perché la gente se le legga.”   Un barbone, mangiando una salsiccia ammuffita, parla di un giornalista che si riempie la bocca, oltre che di prelibatezze, di belle parole. Nella rabbia di queste frasi potremmo leggere la critica definitiva a ogni teoria sugli effetti eticamente benefici della crisi che stiamo vivendo, a ogni elogio di una decrescita felice. È una rabbia che ci viene dritta dagli anni della Grande Depressione americana, dalle pagine di un libro dimenticato troppo a lungo.   Pubblicato nel 1935, Waiting for nothing nella nuova edizione italiana (traduzione e cura di Mario Maffi, Quodlibet 2014)  torna al titolo proposto originariamente dall’autore: Un pasto caldo e un buco per la notte. Tom Kromer ripercorre dodici situazioni di vita di strada in cui il comune denominatore è proprio la...

Cosa ha risposto Bernbach

Una pubblicità non esiste. Esistono i diversi modi di pensarla e produrla. Così come non esiste un giornalismo, un design, un cinema, un fumetto, una tv. Anche nell'oceano del linguaggio pubblicitario, come negli altri linguaggi della modernità, ci sono autori, stili, scuole nazionali e capolavori così come naturalmente orrori, servilismi e cialtronerie di ogni sorta. Finché quest’opera di discernimento non sarà condivisa, un dialogo tra chi parla di pubblicità in toto e chi invece ne pensa e produce una in particolare potrà generare scintille.   Un esempio classico è il testo del 1962 che presentiamo qui in prima traduzione italiana: uno scontro tra lo storico e filosofo Arnold Toynbee, schierato su posizioni d'integrale condanna del fenomeno pubblicitario, e quel William "Bill" Bernbach (1911-1982) al quale questo blog è dedicato, forse il più grande autore dell'advertising moderno, di certo il primo a separarlo dal capitalismo e farne un'esplicita risorsa democratica.   Per Toynbee, del quale Ratzinger amava citare le analisi sulla crisi dell'occidente...

Libération a 40 ans

“Eravamo in 50 in 30 metri quadri e tutti fumavano Gauloises”, è il ricordo vivido di uno dei redattori. Era il 5 febbraio del 1973, quando il primo numero di Libération debutta nei chioschi. Non c’è ancora il celebre logotipo rosso, ma una fotografia campeggia sulla prima pagina, accanto alla promessa editoriale “Si vous le voulez un quotidien libre tous les matins”, letteralmente “Se lo volete, un quotidiano libero tutte le mattine”. Si presenta così, alla Francia post-sessantottina, il primo numero di Libé, come è affettuosamente soprannominato, un puro prodotto del maggio ’68, concepito in un momento d’ebbrezza, quasi d’incoscienza. Diventato ufficialmente un quotidiano nel maggio del ’73, venduto in edicola al prezzo di 0,80 franchi, Libération ha festeggiato i suoi 40 anni lo scorso anno, celebrando quattro decenni di informazione militante e attivismo.     Per l’occasione, la redazione ha lavorato a uno speciale “libro anniversario”, dove si racconta la storia di un’epoca, si passano in rassegna circa 10.000 edizioni del...

Jumpinshark. Il web e l’arte della manutenzione della notizia

Quando ho letto degli 800 licenziamenti in Rcs la mia reazione è stata (prima di pensare alla crisi del giornalismo, al futuro di quei redattori e tecnici dell’editoria presto disoccupati, alla scomparsa di quelle riviste e ad altre cose prettamente demoralizzanti): nelle redazioni di Rcs lavorano più di 800 persone? Così tante? Ora, so che non si tratta solo di giornalisti, ma anche di grafici, photoeditor e quant’altro, ma possibile che ancora nel 2013 si pensi che per fare un quotidiano servano così tante persone?   Ho avuto modo di leggere Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia aka Jumpinshark e questa mia domanda ha trovato risposta. “No” quella molto breve, ma vale davvero la pena approfondire leggendo questo ebook che spiega in maniera semplice e chiara anche per i non addetti ai lavori in che situazione si trova oggi l’informazione italiana. Informazione che ormai passa solo da internet e dai tanti siti, come Il Post, Lettera43 e Huffington Post che lì sono nati e guadagnano lettori a scapito dei vecchi colossi di carta.   Questi ultimi, con il loro...

Ugo Stille. L'uomo nato due volte

Alexander Stille nel suo recente libro La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America uscito da Garzanti, va a raccontare, a prima vista, la storia di due straordinarie persone. Sono sua madre Elizabeth Bogert – donna ribelle e fascinosa, colta e irriverente, figlia di un algido giurista wasp di Chicago – e suo padre Ugo Stille – leggendario corrispondente del Corriere della Sera negli USA per oltre quarant’anni e dal 1987 al 1992 direttore dello stesso quotidiano.     L’uomo nato due volte   Dei due viene ricostruito l’ambiente famigliare – due universi quanto mai diversi, visto che da un lato c’è la colta e benestante borghesia puritana alla quale appartengono i Bogert e dall’altro c’è l’odissea dei Kamenetzki, la famiglia ebrea nella quale, nel 1919 a Mosca, nasce Mikhail Kamenetzki, destinato a non poche traversie: abbandona con i suoi la Russia bolscevica, approda nell’Italia mussoliniana, compie brillanti studi a Roma e stringe fondamentale amicizia con Giaime Pintor con cui condivide una decisa opposizione al fascismo. Dopo le leggi...

Frankenstorm: l'uragano Sandy e le sue foto fasulle

Il rapporto tra giornalismo e social network non è sempre stato dei migliori. Se da una parte il primo non sempre capisce ed è capace di integrare la cultura digitale nelle sue pratiche (è di questi giorni l'errore clamoroso di Rosanna Santonocito ai comandi dell'account @24job su twitter), dall'altra parte i secondi sono stati spesso veicoli virali di notizie fasulle e bufale di vario genere, dalle mille e più morti di Fidel Castro ai tagli di Hollande.   Ultima in ordine di tempo a inserirsi all'interno di questo dibattito è la proliferazione di foto fasulle dell'uragano Sandy, di cui si sono occupati molti giornali americani negli ultimi giorni. Su "The Atlantic", Alexis Madrigal si è dedicato a verificare quali, tra le fotografie più virali dell'uragano postate sui social network, fossero reali, quali fasulle e su quali permanessero dei dubbi dovuti all'impossibilità di controllare le fonti.   Sul blog di "Storyful", invece, Fiona McCann suggerisce tre semplici mosse per procedere in proprio al riconoscimento di fotografie reali o fasulle. In questa linea...

Ragazzo, per sopravvivere scrivi!

Ragazzo, non fare il giornalista!, il mio primo articolo pubblicato da doppiozero, ha creato una vivace discussione fra i commenti e ha avuto il suo momento di gloria sui social network. Indicativo come anche i giornalisti più esperti e formatisi nel passato abbiano concordato con quanto scritto, sintomo di un cambiamento nel mondo del giornalismo che, soprattutto dall’interno, è stato notato da tutti. La polemica sui blogger non pagati all’Huffington Post ha fomentato la conversazione sulla crisi economica dell’informazione, ma nessuno pare conoscere la via per risolverla.   Comunque bando alle ciance: avevo promesso di svelare la soluzione personale trovata al problema del lavoro per chi ha come punto di forza l’italiano e ora mi appresto a spiegarla.   Lungi da me, nel primo articolo, dare la colpa della morte della figura del giornalista (nb: non del giornalismo) a internet. Come si può dare un risvolto così negativo a una tale innovazione?   A parte il giornalismo, internet ha cambiato il modo di stare sul mercato di tutte le aziende. Dalla catena di supermercati alla casa di moda, ogni settore...

Ragazzo, non fare il giornalista!

Avete mai visto un diciottenne con un quotidiano in mano? Pensateci: avete mai visto una persona fra i quattordici e i venticinque anni entrare in edicola? Se è successo, avete assistito a una rarità. Non si tratta di criticare gli adolescenti di oggi e il loro presunto disinteresse verso la cultura. Tra quelli della loro età, chi si vuole informare e intende leggere le notizie (e ce ne sono) lo fa su internet. Gratuitamente.   A nessun ragazzo passerebbe mai per la testa di andare in edicola ad acquistare un quotidiano. Perché farlo? Le notizie sono lì, gratis sul computer e sul cellulare. Siano essi appassionati di calcio o perché no, vogliano interessarsi per la prima volta alla politica o agli affari esteri (esiste ancora questo tipo di giovani, anche ai giorni nostri, e non bisogna metterlo in dubbio), lo farebbero su internet. Mai e poi mai andrebbero in edicola a comprare la Gazzetta dello Sport, la Repubblica o Internazionale. D’altronde sono tutti e tre accessibili su internet. Certo, hanno alcuni contenuti a pagamento, ma quello che lasciano disponibile gratis sulla rete è più che sufficiente per...

Apocalissi dietro di noi

Un umorismo etico: ecco, molto in sintesi, lo stile di pensiero che Roberto Alajmo mette in gioco nella sua opera letteraria e saggistica, giornalistica e umana. A ripercorrere i molti libri che ha pubblicato – dal Repertorio dei pazzi di Palermo a Cuore di madre, da Notizia del disastro a L’arte di annacarsi –, ma anche a seguire la sua densa attività di cronista ed editorialista, ci si accorge facilmente come il suo sguardo costitutivamente irrisorio nei confronti del mondo si mescoli sempre, non senza ricercati stridori, con una coscienza morale trasbordante nei riguardi di uomini e cose, fatti e situazioni. Si ride parecchio, con gli scritti di Alajmo, e ci si incazza altrettanto. Cosa non nuova, anzi per certi versi classica, nella storia letteraria, ma ogni volta rafforzata da una serie d’altre evidenti ricorrenze nello stile intellettuale e linguistico di questo cittadino palermitano tipicamente fuori posto: l’ossessione dell’elenco (che tende verso un’esausitività palesemente maniacale), quella della trasmigrazione dei generi (che gli permette di zompare dal racconto al romanzo, dal teatro all’elzeviro),...

Gladwell, scrittore post-Apple

Malcom Gladwell ha poco meno di cinquant’anni, scrive articoli brillanti e acuti sul “New Yorker”. Nelle foto che compaiono nei suoi libri – quattro sin qui – appare come un giovane con i capelli crespi e la pelle leggermente scura; somiglia, seppur vagamente, a Michael Jackson. È figlio di una giamaicana, psicoanalista, e di un inglese, professore di matematica, e rappresenta in tutto e per tutto l’anti-Tom Wolfe, ovvero quello che è diventato il giornalismo americano di punta negli ultimi vent’anni. Gladwell ha un grandissimo talento, quello di insinuarsi nei luoghi comuni e di ribaltarli, o almeno di farli ruotare di novanta, o più, gradi. Da poco è stato tradotto in italiano il suo ultimo libro, What the Dog Saw (Avventure nella mente degli altri, Mondadori), una raccolta di suoi pezzi apparsi sul “New Yorker” tra il 2000 e il 2006, piccole e saporite indagini: perché ci sono tanti produttori di maionese mentre il ketchup della Heinz è unico e risulta insuperabile? cosa voleva davvero fare John Rock, il cattolico che ha creato la pillola anticoncezionale? come è stato...