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hipster

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San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...

Jennifer Egan. La fortezza

Di fronte alle prime pagine de La fortezza di Jennifer Egan, pubblicato originariamente nel 2006 con il titolo The Keep e ora tradotto in italiano da minimum fax, si ha l'impressione fortissima di fare un salto indietro nel tempo, quando il principale intento di uno scrittore postmoderno era quello di riflettere sul proprio ruolo di scrittore postmoderno: il primo nome che viene in mente è John Barth e la sua raccolta di racconti metanarrativi Lost in the Funhouse (1968). La situazione che apre il romanzo è infatti letteraria e antirealistica nella sua essenza: un trentacinquenne newyorkese si trova nel cuore della notte alle porte di un castello, da qualche parte nell'Europa centrale, e porta con sé soltanto uno zaino, un paio di «stivaletti da hipster» e un'antenna parabolica. Il castello si staglia nero e scuro su un paese senza nome, è mezzo diroccato, le sue mura antiche sembrano sprovviste di un'entrata. Siamo evidentemente da qualche parte tra la citazione esplicita di Kafka e suggestioni alla Gormentghast, riferimenti europei che suonano ancora più letterari perché vengono da una penna statunitense...

L’hipster non è più cool?

Uno studio del dipartimento di Biologia dell’università australiana del New South Wales (pubblicato a marzo qui) sembra dimostrare che il numero di maschi con la barba folta (uno degli stereotipi più caratteristici dello stile hipster) nel mondo potrebbe aver raggiunto il suo picco massimo e che, essendo ora così diffuso, ha iniziato a perdere valore e a non esercitare più lo stesso fascino di prima.   In poche parole, portare la barba non è più né cool né “hip”. Semplicemente, i biologi australiani potrebbero aver scoperto l’acqua calda, ovvero che le mode passano e che seguono dei cicli in cui un dato stile (la minigonna) è sulla cresta dell’onda (è “hip”) oppure è dimenticato e sostituito, per poi tornare ciclicamente cool in futuro.   Dalla diffusione della ricerca australiana, molti giornali, prima sul Guardian (The end of the hipster: how flat caps and beards stopped being so cool) e poi a rimorchio sugli altri, sono usciti articoli sulla “fine” dell’hipster. D’altronde, che la curva hipster fosse già sul lato...

Una zebra al Salone del Mobile

Quando da via Conte Rosso ho svoltato per via Ventura, ho sentito la voce di Simonetta che mi chiamava. Mi sono avvicinato e mi ha detto: “Guarda che cosa ho comprato”. Era una custodia per Iphone zebrata. È stato il primo oggetto con cui sono entrato in contatto al Salone del Mobile. Poi ho visto una specie di grande cabina armadio, fatta come una specie di grande vagina color amarena.   In quanto profano, cieco, intellettualmente inerme di fronte a ciò che genericamente chiamo design, devo ricorrere a perifrasi vaghe e unappealing: "una specie di cabina armadio". Del resto io non so niente. Non sono titolare di nessun sapere specifico. Semplicemente da fantasma passo attraverso l'informazione. Come tutti o quasi tutti. La conoscenza si muove da un punto all'altro come polline nel mondo on line e off line del dopo Gutenberg. Senza sosta. E ci attraversa. E allo stesso modo io mi sposto per Milano, flâneur da un quartiere all'altro della Design Week. Cammino fra cloud umane di visitatori – con le loro grandi barbe hipster disegnate a carboncino, le scarpe forellate, le labbra tinte di rossetto sotto gli occhiali...