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Di angolo in angolo / La lampada Tizio di Richard Sapper

Non sono molti gli uomini, e ancor meno i designer, che avrebbero saputo dire no a Steve Jobs, rifiutando ben 30 milioni di dollari l’anno, per restare fedeli alla propria libertà creativa, ma soprattutto per mantenere gli impegni di lavoro già presi.  Richard Sapper (1932 – 2015), invece, lo ha fatto.  “Jobs voleva assumermi per progettare il design dei computer” ha dichiarato lui stesso in un’intervista rilasciata nel 2013 al magazine londinese Dezeen, che si occupa di architettura e di design:  “ma non avevo voglia di andare in California e non volevo abbandonare le cose sulle quali stavo già lavorando. Inoltre, Apple non era all’epoca una grande società, era solo un piccolo produttore di computer; ero comunque molto interessato, ma avevo tra le altre cose un contratto in esclusiva con IBM”.  Si fa riferimento, ovviamente, a un periodo precedente il 1985, prima dalla cacciata del co-fondatore dall’azienda; quell’offerta è invece stata subito accolta dal designer inglese Jonathan Ive, a tutt'oggi Chief Design Officer di Apple.   Richard Sapper, tedesco di nascita e di convinta formazione bauhausiana, ma milanese per scelta fin dal 1958 e italiano in...

Concavo-Convesso / La lampada Falkland di Bruno Munari

Era reduce da uno dei suoi frequenti viaggi in Giappone, Bruno Munari (1907-1998), innamorato com’era del minimalismo zen espresso dalla cultura di quel paese, quando, nel 1964, ricevette da Bruno Danese la commissione del progetto di una lampada. Gli si chiedeva che fosse innovativa sia dal punto di vista della forma che da quello dei materiali, senza che tuttavia risultasse troppo costosa. Gli si chiedeva, insomma, che fosse un oggetto “alla Munari”, dotato di tutti i requisiti che l’artista milanese (o sarebbe meglio dire il designer? Oppure l'operatore visivo, come lui stesso preferiva definirsi? Sul tema si legga qui il saggio di Marco Belpoliti) riteneva indispensabili per un buon progetto. Doveva quindi essere semplice, efficiente, caratterizzata da un minimo ingombro per lo stoccaggio e da una massima resa formale, ma soprattutto, doveva diffondere una ‘bella luce’. Gli era anche richiesto che fosse lavabile e facile da montare. A quel tempo, in commercio, con caratteristiche simili esistevano soltanto le lampade giapponesi in carta di riso, o più semplicemente di carta. Ma erano troppo fragili, assorbivano molta luce, ingiallivano, non erano lavabili e, soprattutto, si...