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Differenze e identità / Lo Straniero e l’ospite

L’incipit dei Miserabili di Victor Hugo racconta l’incontro tra un miserabile avanzo di galera di nome Jean Valjean e Monsignor Myriel. Dopo l’uscita dal campo di lavori forzati, Jean Valjean, ripudiato da tutti per via del suo passaporto giallo, indice di infamia, trova rifugio presso l’abitazione di Myriel. La mattina fugge, rubando l’argenteria. Catturato dalle guardie, viene riportato presso Myriel. Il sacerdote, suo ospite tradito, risponde che l’argenteria non è refurtiva, ma dono e, al dono, aggiunge i candelieri. Il salto iperbolico è salto che dice di un’idiozia, ma quale idiozia? Non, seguendo la diagnosi, il “grave ritardo mentale”, né idiozia è qui da intendersi come insulto che usiamo per squalificare l’altrui persona. L’idiozia è quella della cecità della fiducia.   Michel Agier, nella prima parte del suo bel saggio Lo straniero che viene: ripensare l’ospitalità, uscito di recente per Cortina, discute da una prospettiva antropologica e con ammirevole competenza, il programma filosofico di Jacques Derrida sull’ospitalità. I testi di Derrida, in buona parte anch’essi comparsi presso Raffaello Cortina (Politiche dell’amicizia e ...

Naufragi / Ospitalità, incrocio di cammini

Ci sono alcune parole che nel nostro tempo, e in particolare nei nostri giorni, sono offese. O straziate. Perché svuotate di senso, respinte nell’insignificanza, rinviate a quella coscienza dell’umano ritenuta puro orpello di anime belle. Parole ritenute altro dalla politica. Altro dalla decisione politica, che in un preteso stato di necessità richiede fermezza e ruvidezza e maniere forti. È del resto sulla voce tuonante e sulla presenza incombente che si costruisce il consenso, e si raccoglie il frutto delle disseminate paure. Tra le parole oggi rese pallide, e restituite all’inerzia di un lessico depotenziato della sua energia, c’è la parola ospitalità. Rinviata a una corretta e igienica pratica alberghiera, destituita di quel riconoscimento forte del tu che è suo vero ritmo, sua ragione. Sottratta anche al disegno del noi, di un noi festivo, che in essa prende forma e vigore. Liberata da quel passaggio miracoloso dall’hostis all’hospes, dall’estraneità alla prossimità, che è scritto invece nell’origine del suo nome. In ognuna delle lettere che compongono il suo nome.    Una frase di Edmond Jabès coglie il tragico di questo svuotamento del nome ospitalità e l’urgenza...