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Antropocene: consumiamo come uno tsunami

14 Marzo 2026

C’è un’immagine usata dall’antropologo Bruno Latour per indicare la separazione tra Natura e Cultura su cui rifletto sovente (La sfida di Gaia, Meltemi 2020) ed è attinente alla storia dell’arte: riguarda la tecnica della prospettiva messa a punto, come sappiamo, in età rinascimentale, dove la pittura di paesaggio (o di oggetti) è organizzata intorno allo sguardo dello spettatore e tutto ciò che osserva è allestito per essere reso il più visibile al suo sguardo. Dove cioè l’oggetto è lì solo per essere visto da un soggetto. Oggetto e soggetto rivestono i ruoli rispettivi del binomio Natura/Cultura e la separazione tra umano e non-umano viene enfatizzata nella tradizione occidentale. Già uno storico come Carlo Ginzburg nella sua Indagine su Piero, per le microstorie, nei primi anni ‘80 aveva osservato, a proposito della Flagellazione, risalente a metà Quattrocento, come Piero della Francesca avesse voluto segnare con la distanza “prospettica” uno scarto temporale tra il martirio di Cristo (evocato, non descritto) e in particolare il personaggio barbuto che compare in primo piano, insieme ad altri, e fa riferimento a quel topos religioso. Un regime scopico – tornando a Latour – rintracciabile anche nella pittura di natura morta (e l’aggettivo è emblematico) in cui gli oggetti, grappoli d’uva dorati, limoni, ostriche e altro non rivestono più alcun ruolo se non quello di essere proposti a quel tipo specifico di sguardo già indicato nel genere di pittura.

Dall’antropocentrismo ora siamo arrivati alla sua forma più distruttiva e autodistruttiva: l’antropocene, che ha inaugurato un rapporto inedito col nostro mondo e col pianeta. Con l’antropocene siamo catapultati in un periodo nuovo di instabilità in cui la Terra diviene sensibile alle nostre azioni e noi, gli umani, paradossalmente, diventiamo in un certo senso geologia! Tutte le attività umane si trovano metamorfizzate in parte in forme geologiche con lo strato roccioso che si umanizza sotto il peso delle nostre azioni (si pensi ai cambiamenti dell’acidità degli oceani, i cambiamenti dell’erosione, dell’azoto e della Co2 nell’atmosfera). A furia di alimentare il consumo energetico usiamo un dispendio di energia paragonabile a quella dei vulcani o degli tsunami (ma loro solo per brevi periodi), noi h 24. Antropocene o Capitalocene come suggerisce Saitō Kōhei nel suo Il capitale nell’antropocene, ristampato poco tempo fa da Einaudi, per cui il nostro è un sistema bifronte: un modello che prevede produzione, consumo di massa da parte delle società del Nord globale e che depreda i territori e le risorse del Sud globale, facendo per di piú gravare su di loro il prezzo della nostra agiatezza. Prende forma, si può dire, una vera e propria società dell’esternalizzazione ma l’esaurirsi progressivo della possibilità di esternalizzare retroagisce impedendo il funzionamento del sistema in atto fino a oggi. È l’inizio della crisi: l’essenza della crisi dell’Antropocene.

Sta accadendo alla Terra, tornando a Latour, ciò che è accaduto nei secoli precedenti al paesaggio: la sua artificializzazione progressiva rende la nozione di natura altrettanto obsoleta di quella di wilderness. Questo fenomeno pone una domanda a tutti noi: se nelle Hawaii cadeste su delle rocce composte in parte di lava in parte di una nuova sostanza, la plastica, come traccereste la linea di demarcazione fra uomo e natura? Ecco il rovesciamento: la terra che era fino a poco prima quel che ci si doveva lasciare alle spalle per profittare della Modernizzazione diviene la Nuova Terra che sta venendo verso di noi. E, contrariamente a ciò che dicono i nostalgici, il Ritorno della Terra non ha nulla a che fare con il Ritorno alla Terra.

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Occorre darsela una terra. Quel che è certo – afferma Latour – è che se gli umani della specie moderna si erano potuti definire come coloro che si emancipavano sempre dai vincoli del passato, che cercavano sempre di superare le insuperabili colonne d’Ercole, oggi al contrario è indispensabile esplorare i Limiti. La geostoria richiede un cambiamento nella definizione stessa di ciò che significa avere, mantenere od occupare uno spazio, di ciò che significa essere fatto da una Terra. Far proprie le grida dei marinai di Colombo, ma senza sfide di conquista: Terra, terra!

Come diventare terrestri o ridiventarlo è la domanda che si pone ancora Latour in Come abitare la terra, il titolo del libro-conversazione con Nicolas Truong poco prima di morire (Einaudi 2024) in cui immagina nuovi stili di esistenza e di azione in un mondo che non può più essere quello organizzato intorno alla frattura tra le cose e i viventi, perché è alla fine : è un mondo obsoleto costruito intorno al principio che le cose non hanno la capacità di agire e possono essere controllate dai calcoli e dagli algoritmi. Se le persone sono disorientate dalla questione ecologica e non riescono a reagire a una situazione che tutti sappiamo essere catastrofica, ciò si deve in larga parte, secondo il Latour delle Conversazioni, al fatto che continuano a stare nel mondo di prima, che si immagina fatto di oggetti privi di agency, controllabili dalle previsioni numeriche. Mentre lo sfondo che si agita al di là di noi, è un mondo di cose vive (pensiamo anche solo al Covid). Che cosa si è rotto allora nel nostro orizzonte di pensiero? L’idea del “Moderno”. «Moderno» è stata la parola d’ordine che ha segnato il fronte della distruzione. Molti ormai sono d’accordo nel ritenere che non arriveremo a modernizzare il pianeta. Se lo modernizziamo, il pianeta sparisce. Diventa inabitabile e invivibile per noi umani. Le nostre azioni di umani “industrializzati” occupano uno spazio enorme: solo a partire però da tre secoli fa; prima le tracce lasciate dagli umani sul pianeta Terra erano trascurabili. L’ambiente veniva trasformato dal punto di vista del paesaggio, ma non il sistema Terra, né le nostre condizioni di vita nell’universo.

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“Ecologizzare” allora per controbilanciare la “modernizzazione”? E come reagire, su che basi? Qui entra in gioco la questione del territorio. Il territorio non è piú il luogo in cui ci troviamo dal punto di vista delle coordinate geografiche, ma ciò da cui dipendiamo (e il termine non è usato da Latour a caso). Se il mondo precedente era fondato sulla questione dell’emancipazione nel nuovo mondo in cui viviamo, e vivremo, il problema fondamentale è che “dipendiamo”, e che ciò da cui dipendiamo definisce chi siamo. L’abitabilità – parola chiave della civiltà ecologica – posta seriamente a rischio su scala planetaria è legata a quella dell’accettazione della dipendenza. In nome della quale il problema non è più tanto o solo la produzione e la suddivisione della ricchezza, ma riguarda ciò che al momento ingloba, circonda, rende possibile il sistema di produzione.

Politica come ecologia. È cosí che emergono quelle che Latour chiama classi, non sociali nel senso tradizionale del termine, ma geosociali. Ecco che Latour parla esplicitamente, a questo proposito, di una nuova classe sociale, la classe ecologica.

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