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ridere

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Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Ridere

In sei ore ne capitano di cose, stando insieme. Raramente nella nostra vita privata dobbiamo stare nella stessa stanza con qualcun altro ore e ore, senza pause. Oggi è tale la paura che un ragazzino si spacchi il naso durante un intervallo che certi dirigenti scolastici addirittura vietano di fare l’intervallo nei corridoi e negli atrii! Chiusi in classe! Oppure spuntano cartelli di VIETATO CORRERE! VIETATO USARE IL CELLULARE! VIETATO FUMARE! (questo diventa attuale ormai dalle classi terze della media, dove i maschi credono di farsi fighi svapando nei bagni…). La mia innata propensione alla provocazione mi spinge più volte a voler appendere qualche altro cartello, tipo: VIETATO RIDERE! VIETATO ABBRACCIARSI! VIETATO STARE BENE! Lo so lo so, i pericoli ci sono: a me in prima media hanno spaccato il naso; resta uno dei rari ricordi della mia infanzia; immenso atrione alla scuola media Majorana; orde di classi mescolate, scatenamento scimmiesco generalizzato; un tizio con rincorsa salta in groppa a un altro tizio che mi precipita sul naso con la tempia; svengo, e quando riapro gli occhi vedo il mio sangue per terra dappertutto; risvengo, e quando mi sveglio in pronto soccorso un...

Ma uno con una foto decente proprio mai? / No Cheese

  “Documento prego”. Niente Polizia o Carabinieri, solo un esame universitario. Ed ecco che la danza ha inizio. Prima di tutto, il modo di tirar fuori il suddetto documento. Il soggetto maschile solitamente è deciso, perfino irruento: paf, lo sbatte sul tavolo e sia quel che sia. Quello femminile no, comincia subito un rituale fatto di sorrisetti, occhi che si abbassano, gesti della mano. Non lo poggia sul tavolo, te lo porge, ma il gesto è quello di chi non vorrebbe che tu lo prendessi, di qualcuno che spera che quella carta d’identità non venga mai aperta, che sia insomma la solita formalità. Quando vede che la paginetta sta per essere spalancata e capisce che ormai non c’è più nulla da fare, ecco che costei si prepara. È un secondo, il tempo di un respiro preso e trattenuto fino al momento fatidico in cui gli occhi di chi ha ricevuto il documento passano dalla pagina di sinistra, quella in cui ci sono le generalità, a quella di destra. È lì il possibile motivo di imbarazzo, la cosa da sdrammatizzare, di cui cominciare a ridere preventivamente per evitare che qualcuno scoppi a farlo per davvero, spontaneamente, fragorosamente. È lì la fototessera, piccola, quadrata, e...

Cosa occorre per ridere? / Per un'etica della buccia di banana

  "Per ridere di qualcosa occorre: 1) sapere di che cosa stai ridendo; 2) sapere perché stai ridendo; 3) domandare a qualcuno perché pensano tu stia ridendo; 4) buttare giù qualche appunto; 5) ridere". (Robert Benchley, Why we laugh – Or do we?, “New Yorker”, 2 gennaio 1937)   Chiunque abbia dedicato del tempo allo studio dei meccanismi del comico, sa bene quanto sia un compito difficile, faticoso e – diciamolo pure – di una noia mortale. La comicità sembra refrattaria all'analisi: per quanto uno la sottoponga al più minuzioso degli esami, per quanto si riempiano pagine e pagine di appunti (altro che le “few notes” si cui parla Robert Benchley), non esiste microscopio tanto potente da rivelarne il mistero. C'è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa d'inspiegabile che rimane lì, sulla punta della lingua, e rifiuta di tradursi in un discorso compiuto.   La comicità non ha molto a che fare con la teoria. È un sapere pratico, quindi? Secondo Stan Laurel, che di queste cose se ne intendeva, in un certo senso è così. «Un amico», dichiarò in un'occasione, «mi domandò una volta che cosa fosse la comicità. Caddi dalle nuvole. Che cos'è la comicità? Io non lo so...