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Mad Men. The Other Side of the America Dream

Lo scorso maggio si è chiusa Mad Men, serie televisiva tra le più belle e influenti della recente storia televisiva americana: ideata da Matthew Weiner e prodotta dal canale AMC, è andata in onda per sette stagioni e otto anni (l’ultima stagione è stata infatti suddivisa in due parti), a partire dalla prima puntata del 19 luglio 2007. E ora che è finita, dovendo elaborare il lutto, abbiamo pensato di ripercorrerla individuando sette momenti, e altrettante inquadrature, in ciascuna stagione: non necessariamente i momenti più importanti o belli della serie, ma quelli che hanno lasciato un segno nella memoria, quelli che hanno delineato più a fondo il carattere del suo protagonista (il pubblicitario Don Draper) o definito il rapporto che la serie instaura con la storia americana tra il 1960 e l’inizio degli anni ’70, con la città di New York e, in generale, con i miti, le derive e le genialità della società dei consumi.   Mad Men, stagione 1, ep. 13: The Wheel (La ruota del destino)   È quasi scontato partire da qui, ma nell’ultima puntata della prima stagione Mad Men...

Effetti di serie

I sintomi si confondono con quelli della depressione. Apatia, malinconia del presente, alienazione, insoddisfazione, acuita percezione della propria pochezza. Li si potrebbe sintetizzare con le parole di Amleto, «how weary, stale, flat and unprofitable seem to me all the uses of this world», se non fosse per l’afasia che colpisce chiunque abbia trascorso buona parte del pomeriggio adagiato sul divano in compagnia del suo dispositivo mobile, risucchiato negli universi alternativi messi generosamente a disposizione da siti come guardaserie o eurostreaming. Non è solo il rimorso del tempo perduto, e neppure un generico rincoglionimento da video. È qualcosa di più specifico che riguarda il rapporto, di per sé già problematico, con la dimensione extradiegetica, altrimenti detta realtà. Per chi riemerge da ore di immersione ininterrotta nei mondi di Game of Thrones, Homeland, True Detective o House of Cards – per citare alcune delle serie più celebrate – il ritorno all’io qui e ora richiede una laboriosa ristrutturazione cognitiva. La sensazione che il mondo vero sia quello della fiction, di cui la...

House of cards

Tra l’apoteosi del potere e l’abisso della rovina c’è solo un sottile crinale, una costante tensione tra l’ebrezza del comando e l’incognita del rovescio. Questo insegna House of Cards, la più potente saga sulla politica vista finora in tv. Lo scorrere degli episodi della serie prodotta negli Stati Uniti da Netflix, arrivata oggi alla sua terza stagione, è stato tutto un sapiente alternarsi di toni e umori. Il racconto è iniziato come una riflessione sull’eccitazione e il fremito della scalata verso la cresta del comando, sulla spregiudicatezza nel piegare il fato alla propria volontà di governare, sull’indifferenza più completa nel sacrificare amici e nemici nella strada che porta al vertice della piramide. Quello in cui si muove Frank Underwood, il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti interpretato da Kevin Spacey, è un mondo governato da leggi primordiali e brutali (“caccia o sarai cacciato”), dall’arte della dissimulazione, dal desiderio bruciante di primeggiare.     Dopo il crescendo delle prime due stagioni, la terza, dedicata al racconto dei...