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Ruggero Pierantoni. Salto di scala

Non c’è bisogno di appartenere alla “setta dei poeti estinti”, come il professore de L’attimo fuggente, per avere l’impulso di strappare le pagine in cui Evans Pritchard misura sul piano cartesiano il valore di una poesia. Quell’episodio della guerra mai spenta fra le “due culture” dava voce al timore, di origine romantica, che la ragione quantificatrice possa distruggere quanto appartiene alla dimensione “spirituale” delle arti. Aprendo l’ultimo libro di Ruggero Pierantoni, Salto di scala (Bollati Boringhieri, pp. 320, euro 39), veniamo proprio invitati a prendere un righello per misurare in millimetri l’altezza di uomini raffigurati su di un mosaico di Thera o sui resti di un muro dell’antica Roma; l’archeologia recente ha conosciuto una discussa “svolta metrologica”, per la quale sembra rilevante solo quel che è cartografabile sul terreno e riducibile all’anonimato della misura. Se ci lasciamo condurre dalla mano sapiente dell’autore lungo i 43 capitoli del libro (più 40 pagine di note bibliografiche e 60 illustrazioni), veniamo coinvolti in un...

Americanate

Sono passati quasi vent’anni da quando sono venuto a vivere negli Stati Uniti. Il mio rapporto con l’Italia è rimasto però forte grazie ai frequenti viaggi e ai sempre più numerosi ed efficaci strumenti di comunicazione via internet. Un passatempo tipico di chi come me divide la propria vita fra due paesi diversi è fare il confronto dei rispettivi modi di vivere. Lo si fa specialmente quando si torna in patria e si racconta cosa fanno gli stranieri.   Dopo un po’ di questo traffico transatlantico, sarà stato verso la fine degli anni novanta, ogni tanto, quando stavo in Italia, mi prendeva come il vago sospetto di essere ancora negli Stati Uniti. Non era per la lingua, per l’alluvione di vocaboli inglesi dentro l’italiano, quello no: ascoltare i connazionali masticare l’inglese dentro le loro cadenze regionali mi faceva invece sentire tutta la distanza che ci separava dall’America. Non era per le parole che mi prendeva la sensazione di essere rimasto di là, ma per le cose, le abitudini, il modo di vivere. Ogni volta che tornavo in Italia mi accorgevo che intorno a me c’erano sempre...

Milano / Paesi e città

Non so bene perché, ma il quartiere dove sono nato mi ha sempre fatto pensare all’America, agli Stati uniti d’America per essere precisi. Il quartiere dove sono nato. O, per meglio dire, dove fui condotto, quando avevo solo pochi giorni di vita, dalla clinica Villa Igea. La mia prima casa, e qui non parlo della clinica, risponde all’indirizzo di via Ada Negri 2. A quel tempo, tuttavia, alla futura via Ada Negri non era stato ancora concesso il privilegio di un’identità onomasticamente riconosciuta e così io mi trovavo ad abitare in via Antonini 51/2. Via Antonini. Uno stradone che separa in parte, ma ancor più nettamente separava allora, la città dalla campagna. La città stessa, d’altronde, della campagna non pareva aver assunto in quei luoghi un controllo troppo stabile. Un villaggio della frontiera sorto in quello che solo dieci anni prima era territorio apache. Palazzi simili a scatoloni messi di sbieco, l’uno accanto all’altro, a formare mezza lisca di pesce. Sul lato opposto della strada, una fila di case e negozi, la scuola elementare e, subito dietro il sottile paravento, campi, cascine...

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