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stereotipi

(8 risultati)

La varietà del mondo in una forma sola / Pregiudizio

  Storie    (a) Quattro aperitivi analcolici, aveva ordinato al cameriere quello di loro che sembrava più a suo agio degli altri. Certo, era l’unico che aveva il cellulare alla cintura, i blue jeans e la camicia a scacchi colorata. Anche altri due di loro si muovevano con un certo agio, come chi ormai conosce i posti e ha imparato alcune abitudini di base. Era il quarto che si misurava evidentemente con quel mondo per la prima volta. Statuario, col suo fez col pon pon, si guardava intorno alla ricerca di segni accessibili e si muoveva con una certa pesantezza nel suo vestito lungo, sotto il quale spuntavano dei corti pantaloni e sandali di cuoio consunto. Gli altri tre no: avevano scarpe da ginnastica di quelle che non cambiano mai colore anche quando sono vecchie, e esibivano una certa confidenza col luogo. La piazza era quella di una città del nord est, medievale e curata da attenti restauri, nell’atmosfera di un sabato pomeriggio dei primi di novembre. Seduti al tavolo del bar avevano intavolato da subito una di quelle fitte conversazioni fatte di parole incatenate le une alle altre, interrotte solo da fragorose risate, che portano nei nostri pomeriggi perbene...

L’ultimo libro di Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune / Metamorfosi del cretino

Meglio tanti cretini oggi che uno solo domani! Sembra la storpiatura di uno slogan del centrosinistra e invece si tratta di un luogo comune “latente”, uno dei più ostinati. Per luogo comune latente, o fantasma, intendo quelle consuetudini di pensiero che ben filtrate nelle fenditure degli usi e costumi sono i più difficili da rilevare, da smascherare e, qualora vi sia l'intenzione, da estirpare. E riescono a mimetizzarsi così bene nell'abisso dei cliché per un preciso motivo: sono sconvenienti, ovvero fanno parte di quel variopinto sottosuolo di uscite che in pubblico rischiano di provocare silenziosi imbarazzi o stellari calci sotto il tavolo. E affermare che la stupidità diffusa sia preferibile a quella rarefatta è qualcosa che la socialità, più o meno mondana, preferisce non sentirsi dire.     E sta proprio qui uno dei pregi dell'ultimo libro di Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi, 2016, pp. 231, € 14,50): ce lo dice in faccia, senza veli, che la stupidità non solo è diffusa ma radicata nei nostri pensieri, nelle parole e nei fatti di tutti i giorni. Si tratta di un dizionario à la Flaubert in cui la...

Sulla violenza contro le donne / Corpi arresi

Cara Nicla, ho letto il tuo articolo scritto in occasione della giornata contro la violenza alle donne. Qualcosa mi è rimasto addosso nei giorni successivi continuando a interrogarmi: donne e uomini per cui è essenziale praticare la criticità, scrivi, non cadrebbero in alcune trappole; donne e uomini meravigliosi, pensando, sottrarrebbero alla violenza, fisica o psicologica che sia, terreno fertile. “Rimasta addosso”: non utilizzo questa possibilità che è del linguaggio di dare corpo alle parole per rendere il mio dire più efficace, ma perché mi pare che veicoli un modo del linguaggio, una possibilità di ferire al di là del significato, che credo sia al centro di quello che voglio dire. Gli stereotipi, delle volte, li si incarna. Li si veste nei gesti. Il nostro immaginario ne è intriso. Cara Nicla. Vorrei scriverti, pensando con te, che sarebbe bello che bastasse la socratica consapevolezza di sé; sarebbe consolatorio farsi proteggere dall’idea che la stupidità sia il solo mostro e nemico da sconfiggere. Questo non renderebbe facile la battaglia, e nemmeno evidente la via della vittoria. La stupidità affatica, imbarazza, toglie le forze. E tuttavia non disarma....

Cambiare la narrazione del mondo

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version   Credete che il cinema possa produrre un cambiamento reale? Uno spostamento di sguardo, di prospettiva? Noi di lettera27 siamo convinti che sia così. Crediamo nel cinema e nella sua potenza: ogni film ci fa fare esperienza di una realtà diversa o simile alla nostra ma attraverso altri occhi. Crediamo in quello che gli studiosi chiamano ‘meccanismo di immedesimazione’ e cioè che guardare un film vuol dire...

Il presepe slow e gli artigiani del gusto

Se si vuole vedere come un sistema di idee può trasformarsi in scelte visive, interazioni umane e insiemi di sapori, l’evento a cui partecipare è il Salone Internazionale del Gusto di Torino. Ci si troverà di fronte a una variegata e consistente manifestazione del sistema di idee che, per intendersi, sta intorno al cibo “lento”, tipico, buono e giusto: lo slow pensiero.   Dentro il fenomeno sociale che Gianfranco Marrone definisce gastromania, lo slow pensiero ha un ruolo decisivo perché riguarda valori essenziali, come il buono, il giusto, il pulito. E se il pensiero del cibo, anzi il pensiero gastromane, esce dall’ambito della nutrizione e del gusto, e si espande in sfere sociali molto più ampie (politiche, economiche, etiche, criminali), lo slow pensiero lo fa all’ennesima potenza; può essere utile pensarlo come una delle ideologie, attualmente in voga, più chiare, definite, sviluppate. Vi invito a considerare l’ambito politico, religioso o quello generalmente culturale e sociale per trovare una “linea di pensiero” altrettanto diffusa e precisa, alta ma nello stesso...

Bill Master

L’eroe è morto, lunga vita all’eroe. A passare in rassegna la galleria dei più riusciti protagonisti delle serie americane contemporanee si fa la conoscenza di personaggi complessi e oscuri, attraversati da molte ombre e inquietudini, disposti a scendere a compromessi con il Male, a non farsi scrupoli, a cavalcare fino in fondo tutte le proprie pulsioni autodistruttive. Stiamo vivendo il trionfo dell’antieroe seriale: soggetti poco raccomandabili, con cui non vorremmo certo avere a che fare nella vita reale, con i quali tuttavia stabiliamo una profonda sintonia televisiva.   Vince Gilligan, il creatore di Breaking Bad, la serie che è diventata un vero e proprio manifesto della scrittura di un antieroe, ha spiegato al «New York Magazine»: «I gusti di visione sono ciclici. Fra cinque anni forse ci chiederemo “ti ricordi quando a tutti piacevano gli antieroi?”. Per molti decenni, invece, i cattivi in tv dovevano sempre essere puniti, e i buoni dovevano essere coraggiosi, sinceri e senza conflitti interiori. Queste erano le regole del gioco (e del mercato). Ma i gusti delle persone sono volubili e ora chi...

Di forze clandestine e impersonali

Che delle forze senza nome che animano un’insurrezione non esista un’immagine adeguata, non va messo in rapporto solo con il fatto che tali forze danno luogo a un divenire che come tale è irriducibile all’apparente staticità di ogni immagine. Che i rivoltosi non scrivano la storia della propria rivolta o che, se lo fanno, non sia che al prezzo di ritirarsi dalla rivolta stessa, non riguarda tanto l’incompatibilità tra scrittura e vita, ma testimonia di ciò che in ogni accadimento rimane irriducibile al rapporto con la memoria. Jesi lo doveva avvertire, scrivendo: «Del passato ciò che veramente importa è ciò che non si ricorda… l’unico vero passato vivo… vive nel cervello e nel sangue, ignorato dalla memoria» (Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 69).    A chi vi partecipa, la rivolta affida un tempo che è vertigine assoluta. Per questo Carl Einstein ha potuto definirla «un’accentuazione eccessiva» del tempo (Carl Einstein, Lo snob e altri saggi, Guida, Napoli 1985, p. 157) una rivolta non ha...

Il crepuscolo di un mondo

C’era molta aspettativa per la Biennale curata da Rem Koolhaas e ciò perché Koolhaas è il più autorevole esponente di un pensiero che da anni impone le sue leggi. Un pensiero, ed è questo il senso di questo scritto, ormai al tramonto.   Koolhaas, vale la pena ricordare, era presente alla Biennale del 1980 curata da Paolo Portoghesi che consacrava il ritorno della storia: anche lui aveva costruito la sua facciata posticcia nella Strada novissima ma rivedendola si capisce come egli del postmoderno non coglieva l’aspetto epidermico ed iconico, ma metteva in mostra la condizione postmoderna, quella descritta pochi anni prima da Lyotard, ovvero il gusto per il paradosso e la dissacrazione, per la provocazione, per il ribaltamento dei valori e la contaminazione, per l’alleggerimento pop della realtà fino a renderla evento effimero, sempre sul punto di evaporare.   Lo ritroviamo pochi anni dopo, nel 1986, alla Triennale, nella mostra curata da Bellini Il progetto domestico, dove presenta un’irriverente Casa del culturista dissacrante il mito della grande forma di Mies. L’allestimento era di gran lunga...