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Tavoli

(8 risultati)

Tavoli | Giacomo Rizzolatti

Concentriamoci su due particolari, apparentemente secondari. Ci sono due sedie, non una. E ci sono dei post-it sulla parete di fronte. Il tavolo è ordinato ma meno di quanto possa sembrare. I post-it sono parte essenziale del sistema composito di oggetti che definiscono la “mente estesa” di Giacomo Rizzolatti quando è alla sua scrivania, il suo modo – razionale ma non troppo – di allestire un proprio personale “teatro della memoria”.   C’è il computer, strumento mnemotecnico per eccellenza, che però non basta perché ci sono cose che si ricordano meglio attraverso quaderni o fogli vari, appoggiati sul tavolo o appuntati alla parete, un’agenda tradizionale, le sottolineature con l’evidenziatore. Un quaderno ha la copertina a fiori e chissà che anche i contenuti non siano qualitativamente diversi dagli altri. Anche i cioccolatini e la bottiglietta d’acqua sembrano rimandare ad altro, ma a ben vedere anch’essi sono un memento dei ritmi quotidiani. Poi ci sono quattro o cinque post-it, per lo più appiccicati su altri fogli, come a sottolineare livelli...

Tavoli | Michele De Lucchi

Il tavolo di Michele De Lucchi è più lungo e stretto che largo e corto. Penso che tutti i tavoli da lavoro individuale disegnati da De Lucchi siano lunghi e stretti. Scelta questa di Michele che penso discenda direttamente dall’idea che ha del lavoro come di un processo continuo, un percorrere appunto la lunghezza del tavolo, scorrendo sulla sedia a rotelle, per meditare transitando, interessato com’è Michele ai processi interiori che la lunghezza dei tavoli registra, battito dopo battito, depositandone sul legno le tracce silenti.   Il tavolo di Michele non ospita un computer; tre portamatite cilindrici e un portamatite piatto; al centro, una penna stilografica chiusa.   Architetto e designer del suo tempo, Michele De Lucchi è profondamente legato a un mestiere artigianale (conoscete la sua Produzione Privata?) entro il quale la matita, il foglio di carta sono compagni sodali e insostituibili. La tecnologia è presente, diffusa nello Studio. Non potrebbe essere altrimenti: non si sfugge all’infosfera. Il frequentatore di quel tavolo assorbe tutto questo e non impone una tradizione...

Tavoli | Umberto Fiori

La scrivania. Come un sudario dovrebbe essere l’impronta dello scrittore assente, come un calco dovrebbe testimoniare il suo passaggio e, ça va sans dire, il suo valore, soprattutto quando, come in questo caso, è la scrivania di uno dei pochi che oggi possono giustificatamente aspirare al titolo di poeta. Ma non funziona così. La fotografia in questione non è un indizio: è un catalogo degli Oggetti.   Dalla chitarra allo spartito, dal libro - Benjamin su Baudelaire! – all’immagine del ragazzo riccioluto, dalle foto di spigoli di case celebrate, al Mac, tutto fa segno in modo univoco, ogni cosa vuole dire. Il significato vi domina sovrano. Siamo di fronte ad una descrizione: non solo un poeta, ripeto un grande poeta, ma anche un musicista, anche un lettore raffinato, anche un viaggiatore (il passaporto), perfino un fumatore di sigaro. Classico esempio di quella fotografia che Barthes chiamava unaria, priva cioè di oscillazioni interne, la scrivania fotografata contrasta in modo quasi brutale con la poesia di Umberto Fiori e credo anche con la sua vita. E non perché vita e poesia di Fiori stiano dalla...

Tavoli | Alberto Arbasino

Il posto di lavoro, che dall’alto appare come un angolo ben protetto, è consumato proprio dove si lavora: l’uso ha rimosso la coloritura del tavolo e per sfregamento riaffiora la natura del legno. La luce arriva dalle spalle, da sinistra, quasi chiudendo l’angolo delle due pareti. Sempre alle spalle, dietro la sedia dal cuscino a lungo usato, un paio di pile di libri appena ricevuti o consultati o sgombrati dal tavolo. A destra il telefono fax fotocopiatrice. Un posto efficiente, con spazi per la consultazione e la revisione e, già a portata di mano, piccoli archivi di momentanea consultazione. Lo strumento di scrittura, sotto la lampada opposta in diagonale alla finestra, è una macchina per scrivere a nastro. Di conseguenza si immaginano rinchiusi in un cassetto adiacente, o sono lì nel portapenne accanto all’orologio, le forbici la colla il nastro adesivo. Da qualche parte a portata di mano si indovinano nastri di riserva, forse anche la carta carbone. Gli occhiali sono pronti all’uso. L’elettronica non sarebbe che la metafora di questa realtà, niente altro che l’illusione di questo alto artigianato,...

Tavoli | Tullio Pericoli

La prima cosa che colpisce è l’ordine: la forbice, il tagliacarte, il cutter, allineati sulla destra, quasi a contenere la zona più caotica del tavolo, lì dove c’è stata, e presto ci sarà ancora l’azione; sopra la serie dei colori, più dietro la cortina dei contenitori, con le matite, a sinistra come a destra. Gli strumenti del lavoro – pennelli di varia dimensione, piccoli, sottili – lì davanti, in ordine sparso. Ma è soprattutto al centro, dove il nero si addensa compatto, una macchia dilatata d’acqua che tiene il posto dell’opera che è apparsa, tempo prima, o che deve ancora apparire. Il tavolo di lavoro per un pittore è un campo di forze che si contendono lo spazio, che fremono, per emergere, per farsi opera, là dove invece la calma meditativa di Tullio Pericoli agisce per disciplinare le energie già nella disposizione stessa degli strumenti. Un momento di pausa, di riflessione, così appare, tra un momento e l’altro del suo fare. E l’opera che verrà.    

Tavoli | Lea Vergine

Matita, gomma, Nazionali Esportazione senza filtro, pacchetto verde. Con questo lavora Lea Vergine. Col temperamatite affina il lapis, con le sigarette spunta la bella voce arrochita, che poi le serve per scrivere. Dopo aver composto, tagliato e incollato una bozza di testo, la corregge ancora dettandola. “Ho bisogno della fisicità dello scrivere, il gomito deve andare lì, ho bisogno della carta, qualunque essa sia, anche la più schifosa.” La scrittura come pratica che flette insieme corde e muscoli personali, allenati febbrilmente. Del resto, il titolo del suo libro sulla Body Art, uscito nel ’74, era Il corpo come linguaggio. Come souvenir, a parete, una foto di quell’anno dell’artista Urs Lüthi. Con dedica sentimentale: “Le cicatrici sul mio viso dalle ferite nel mio cuore. Per Lea”. Che ci scherza su, con la consueta sprezzatura: “Era fermato regolarmente dalla mia portinaia. Che in pugliese stretto mi diceva: C’è un maschio vestito da donna, ma davvero può salire?” Non sorprende che tra le eroine di Un altro tempo, la recente mostra su Bloomsbury, modernismo e dintorni...

Tavoli | Walter Siti

In uno dei suoi libri Walter Siti racconta di quando, giovane laureato di belle speranze, lo spedirono a fare una qualche ricerca sugli scartafacci del Pascoli. Una sera però, con la corriera che tarda e la pioggia che batte, a Walter viene un gran mal di pancia; suda, si agita, decide infine di liberarsi lì in una fratta. Passata l’emergenza si fruga nelle tasche, non sa con cosa pulirsi, s’imbatte in una di quelle sudate, preziose carte. E capisce in un istante, una volta per tutte, che la devozione del filologo non sarà mai la sua.   L’episodio, vero o con molto maggiore probabilità inventato (sulla falsariga di un’indimenticabile coprolalia a tema pascoliano di Alberto Arbasino), fa il paio con un’altra dichiarazione di Siti alla quale credo di aver avuto accesso, invece, solo in forma privata. Secondo la quale il suo vero tavolo di lavoro sarebbe in realtà il letto in cui dorme: ma dove pure legge, prende appunti e butta giù le primissime idee di quello che scrive.   Con questi presupposti era dato figurarsi, nello studio di Siti, un tavolo ingombro d’un caos di carte, maculato d...

Al tavolo

Quanti tavoli possiede uno scrittore? Italo Calvino, racconta Pietro Citati, ne aveva tre nella sua casa di Campo Marzio, a Roma, poiché lavorava nel medesimo tempo a diversi progetti; a detta di Giuseppe Conte le scrivanie sarebbero state invece cinque. In una foto di Ugo Mulas, scattata all’autore del Barone rampante, quando ancora abitava a Parigi, anni prima, lo si vede scrivere con la penna, una cartellina di fogli aperti davanti a sé, altre carte intorno: una confusione ben ordinata.     Anche Pasolini di tavoli ne aveva più di uno: nella casa romana, ma anche nel buon ritiro di Chia. Anche qui uno scatto, foto di Dino Pedriali (Pier Paolo Pasolini, Johan & Levi): il poeta sta correggendo un dattiloscritto a penna, la sua fedele Lettera 22, libri impilati sul tavolo di legno, una copia dell’Espresso. La concentrazione calma e fattiva dell’autore al lavoro.     Ma non c’è solo il tavolo dello scrittore. Nell’atelier del pittore c’è spesso un ripiano su cui Picasso, Miro o Henry Moore lavorano, disegnano, scrivono, e anche leggono. Uno spazio fisico e insieme...