Carlo Ginzburg in obliquo

27 Febbraio 2026

Comincerò da una memoria personale. Un pomeriggio di moltissimi anni fa, seduto al tavolo di cucina dell’abitazione bolognese di Carlo Ginzburg. L’uno di fronte all’altro e ovunque, attorno, la presenza irresistibile dei libri. Dubito che lui lo ricordi: parlammo di alcuni problemi di metodo che stavo affrontando con la tesi di dottorato e di uno scritto sulle traduzioni arabe di Machiavelli a cui non ho poi dato seguito. È curioso perché di tutte quelle parole ricordo distintamente solo una sua frase, quando verso la fine commentò: «ho notato che lei usa spesso la parola “funzionale”; ecco, io non la uso mai». Fu doppiamente imbarazzante notare questa mia ingenuità lessicale: perché venivo da studi di filosofia e sapevo – o almeno intuivo – cosa il termine implicasse; e perché per me, da storico alle prime armi, Ginzburg rappresentava senza alcun dubbio il maggiore punto di riferimento.

Devo il riaffiorare di questo ricordo alla recentissima lettura dell’ultima sua raccolta di saggi, Il vincolo della vergogna. Letture oblique (Adelphi, 2026) e credo che quell’imbarazzo provato tanti anni fa possa aiutare a comprendere alcuni dei percorsi che questo libro propone. A patto di seguire lo stesso gioco metodologico e letterario che Carlo Ginzburg propone in quelle pagine.

Avevo cominciato a ragionare sul metodo della microstoria durante gli anni di dottorato a Venezia, seguendo alcune lezioni di Giovanni Levi, ma erano stati, ovviamente, i libri di Carlo Ginzburg ad anticiparmene la portata. Anticipare la portata non vuol dire necessariamente coglierne gli snodi metodologici. Una sintesi della questione me la fornì ancora Ginzburg alcuni anni dopo: «L’elemento di convergenza [degli studi di microstoria] è costituito dal rifiuto dell’etnocentrismo e della teleologia che caratterizzavano la storiografia che ci è stata trasmessa dal diciannovesimo secolo. L’affermazione di un’entità nazionale, l’avvento della borghesia, la missione civilizzatrice della razza bianca, lo sviluppo economico hanno fornito di volta in volta agli storici, a seconda del punto di vista e della scala d’osservazione adottati, un principio unificatore che era al tempo stesso di ordine concettuale e narrativo». (Microstoria: due o tre cose che so di lei, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 253). Questa affermazione era ripresa in parte dal grande storico della rivoluzione francese François Furet e trovava (o almeno io trovai) la sua soluzione nella pagina successiva, dove Ginzburg concludeva: «Che la conoscenza storica implichi la costruzione di serie documentarie è ovvio. Meno ovvio è l’atteggiamento che lo storico deve assumere nei confronti delle anomalie affioranti nella documentazione» (Microstoria, p. 254). C’erano almeno due cose fondamentali tra le conseguenze di questa affermazione. In primo luogo, il superamento della narrazione storica di matrice ottocentesca e dello storico narratore onnisciente che squaderna tutte le motivazioni recondite degli individui e dei gruppi sociali. In secondo luogo, la rilevanza metodologica di tali “anomalie affioranti”: perché microstoria non è concentrarsi sul piccolo (che sarebbe soltanto un’ovvietà), ma usare un dettaglio, magari marginale o anomalo, per gettare una luce differente e nuova su una serie documentaria più ampia.

Ora, come è ben noto, questi presupposti metodologici ritornano nella maggior parte delle opere di Ginzburg. In questo senso Il vincolo della vergogna non fa eccezione, anche se mi pare di cogliere in questo lavoro un importante slittamento verso la rilevanza del caso fortuito, una questione da lui già sottolineata altrove negli anni passati, ma qui, se non mi sbaglio, dichiarata come maggior precisione sin dalla prefazione, quando afferma di muovere da un particolare «spesso trovato per caso» e di andare «avanti a tentoni, scavando nel buio, seguendo una pista che mi sembra promettente» (p. 12). Simili immagini legate alla ricerca casuale ritornano spesso nel libro, come quando Ginzburg racconta della scoperta di una frase: «girovagando per la mia disordinatissima biblioteca» (p. 154).

Credo che vi siano qui due delle prospettive più interessanti del libro. Da una parte, appunto, l’idea di un rapporto tra frammento e caso che finisce per essere uno dei nodi metodologici del libro. E dall’altra il fatto che questo nodo si leghi, penso volutamente, a un marcato riferimento biografico, segnato dal recupero pagina dopo pagina dei suoi maestri, delle persone e dei libri che hanno segnato la sua vita. Anche in questo caso non si tratta certo di una novità in assoluto: per quello che conosco dell’opera di Ginzburg, mi pare che la riflessione sui fondamenti del proprio pensiero sia stata sempre costante. Ma qui mi sembra assumere una rilevanza diversa; anche se devo ammettere che parte della mia suggestione è legata all’importanza che – talvolta direttamente tramite Ginzburg – molti di questi autori hanno avuto per la mia formazione.

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Così ecco l’iniziale riferimento a Erich Auerbach e Leo Spitzer nei quali egli ravvisa un forte debito metodologico, a partire proprio dall’attenzione verso il particolare (p. 12). Ma a seguire tale filo all’indietro, uno degli autori con cui deve fare i conti è inevitabilmente Proust (che peraltro si lega a fondamentali memorie famigliari: fu sua madre Natalia Ginzburg a tradurre La strada di Swann per Einaudi nel 1946). Ed è Proust, attraverso Leo Spitzer, che mostra ancor più chiaramente il paradigma indiziario e il modello narrativo su cui la microstoria di Ginzburg ha lavorato (p. 71). Una serie di considerazioni che non paiono un semplice complemento al suo famoso saggio sul paradigma indiziario, considerando che Proust al tempo non fu citato (Spie in Miti emblemi spie, Einaudi, 1986, pp. 158-209), ma che anzi mi paiono dimostrare la potenzialità di questo differente sguardo sul proprio passato.

Allo stesso modo trova prospettive nuove un altro tema classico della riflessione di Carlo Ginzburg: la lingua come strumento conoscitivo. Vale per la casistica cristiana (il metodo di riflessione morale sviluppato in età moderna) attenta ad analizzare il dettaglio, l’eccezione. Vale per la discussione talmudica (i cui intrecci con la casistica non sono stati ancora studiati adeguatamente: p. 97). Vale per la lingua idiosincratica utilizzata (e di fatto, per molti versi inventata) dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, a partire perlomeno dal suo fondamentale studio sulla Officina ferrarese del 1934. Uno stile letterario che avrebbe contribuito non poco alla sua straordinaria fama come conoscitore e che si poneva come forte strumento conoscitivo. Perché in fondo le parole sono l’unico sistema che abbiamo per mediare tra esperienza visiva ed esperienza sociale: «l’unico sistema per esprimere dei giudizi», per citare Michael Baxandall un altro storico dell’arte di riferimento per Ginzburg (Michael Baxandall, Pittura ed esperienze sociali nell’Italia del Quattrocento, Einaudi, 1978, p. 48). E vale anche per Italo Calvino, amico di famiglia per Ginzburg e dunque, anche in questo caso legato – direi a questo punto metodologicamente – ai suoi ricordi personali: dove tutto si gioca tra la corrispondenza della sua scrittura con la natura e, per questa via, tra la scrittura e la sua capacità di farsi specchio della storia e dunque strumento politico.

E qui mi pare sia la saldatura tra il problema metodologico e il dichiarato senso politico del libro. Cos’è l’identità? E come essa si pone in relazione con la filologia e l’analisi storica sin qui delineata? La traiettoria di tutti questi saggi, dice lo stesso Ginburg, sta nel concetto che dà il titolo al libro stesso: il vincolo della vergogna. «Molto tempo fa» scrive all’inizio del primo saggio, «mi sono reso conto improvvisamente che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna o di cui ci si può vergognare» (p. 17). È un percorso complesso quello che segue per fondare filologicamente una simile affermazione. Un percorso che fa appello anche in questo caso alle sue memorie personali; come quella di Primo Levi (un’immagine dei primi anni Ottanta: lui e Calvino che camminano assieme in un crepuscolo d’estate parlando animatamente, p. 89): dove la lingua – in questo caso la lingua rigorosa della chimica – si fa strumento per dire l’indicibile, per capire come Auschwitz sia stato possibile (Primo Levi, Capire non è perdonare, in Conversazioni e interviste, Einaudi, 1997, p. 144). E per questa via Ginzburg prosegue attraversando le riflessioni tra morfologia e storia, a cominciare da un’altra opera che rappresenta per lui (e per tutti) un punto di riferimento imprescindibile: i Re taumaturghi di Marc Bloch. E di qui all’antropologia del Saggio sul dono di Marcel Mauss (1925). Saggio a dir poco problematico che ha avuto letture divergenti. Fu lo stesso Mauss in chiusura di quest’opera ad affermare che il dono rappresentava un «fatto sociale totale», aggiungendo che «studi di tale genere consentono di intravedere, di misurare, di ponderare i diversi movimenti estetici, morali, religiosi, economici, i diversi fattori materiali e demografici il cui insieme fonda la società e costituisce la vita in comune e la cui direzione cosciente è l’arte suprema, la Politica». (Mauss, Saggio sul dono, in Teoria generale della magia, Einaudi, 1965, p. 292.). Idee queste che negli anni Trenta, per vie complesse sarebbero anche giunte ad alimentare le riflessioni di circoli sociologici vicini al pensiero fascista, attraverso una costellazione di autori a dir poco variegata, come Sade, de Maistre, Durkheim. Lingua e scrittura, appunto, che avrebbero contribuito a fondare quella saldatura tra società, sacro e retorica politica che emerge da opere differenti, che vanno dalla Storia delle religioni di Mircea Eliade sino alla Psicologia delle folle di Gustave Le Bon. Una saldatura tra società, sacro e retorica politica i cui effetti devastanti sono ancora attivi e presenti nella nostra faticosa contemporaneità.

Ed è qui che il mio piccolo ricordo ha infine trovato il suo senso. Nella constatazione rigorosa di una cosa di cui al tempo non avevo chiare tutte le implicazioni: che dire “funzionale”, appellarsi anche inconsapevolmente a un funzionalismo da filosofia sociale di inizio Novecento, sia collocarsi all’interno di un linguaggio dell’ordine, a una visione organicistica della società dove ognuno, ogni cosa, ha il suo posto. Esattamente il contrario di ciò che metodologicamente Ginzburg ha spiegato e studiato per tutta la vita: che la contingenza, le tracce minute e il caso sono gli elementi attraverso cui si può scoprire il senso della storia e dei differenti gruppi umani.

E questo richiamare e connettere indizi diventa dunque nel libro questione eminentemente politica. Perché così facendo, Ginzburg, pagina dopo pagina, spiega e fonda il suo antifascismo e il suo sguardo sul presente.

L’identità è un insieme di idee divergenti che trovano nell’individuo il punto di intersezione. E per questo, per comprendere le azioni e i pensieri di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra gli insiemi specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo appartiene. Quella vergogna che è la cifra con cui si può guardare solo al paese a cui si appartiene, può essere provata soltanto perché essa è edificata sulla rete minuziosa e vastissima delle radici culturali che, volontariamente o involontariamente, dicono chi siamo.

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