Federica Iacobelli. Teatro, infanzia, libertà

27 Febbraio 2026

Non c’è una lezione, un seminario, un incontro che mi capiti di fare sul teatro di Anton Čechov in cui non arrivi puntuale il momento in cui entusiasticamente suggerisco la lettura de La tua mano nella mia di Carol Rocamora, dialogo teatrale per giovani lettori e spettatori ispirato alle lettere amorose e teatrali tra lo scrittore russo e sua moglie Ol’ga Knipper, grande attrice del Teatro d’Arte di Mosca. E non una volta in cui, se incontro delle insegnanti, non mi capiti di suggerire loro di leggere in classe il testo Lucy/Gli Orsi di Karin Serres come esercizio di immaginazione e fiducia nei sogni e nelle visioni non conformi alle aspettative dei custodi dell’ovvio che infestano questo mondo. Devo l’incontro con questi e altri testi preziosi (alcuni dei quali pubblicati nella collana da lei ideata per le Edizioni Primavera, I Gabbiani, di cui scrivevo qui qualche tempo fa), come pure l’interesse che mi è venuto nel tempo per la letteratura teatrale per l’infanzia, al lavoro ostinatissimo e raffinato che la scrittrice e sceneggiatrice Federica Iacobelli porta avanti da vent’anni sul rapporto tra teatro, letteratura e giovani generazioni. Da tempo aspettavo di trovare raccolta in un suo libro l’esperienza che ha maturato e disseminato, come intellettuale, autrice e docente, e quell’occasione è arrivata ora con Leggere teatro è un gioco da ragazzi, un volume singolare appena pubblicato da Dino Audino che, nello stile di Iacobelli, si muove con leggerezza tra i generi, accompagnandoci nella storia e nella pratica di una relazione che ha molte radici.

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 La copertina di Leggere teatro di Federica Iacobelli (Dino Audino 2026).

In apertura Iacobelli ci ricorda per esempio che Gianni Rodari preferì, negli ultimi anni, scrivere storie teatrali con i bambini e le bambine che le avrebbero anche portate in scena, consapevole della naturale inclinazione dei più piccoli a quest’arte; e che Walter Benjamin collezionava libri per l’infanzia considerandoli “tanto più seri in quanto inutili”, cioè non utilizzabili come strumenti per raggiungere una qualche meta, poiché “era sua convinzione che quando si sta con i bambini e le loro storie, o le storie per loro, non si tratti solo della gioia e dell’educazione del bambino, ma pure di quelle dell’adulto, il quale solo dal bambino può imparare a usare parole e cose senza sottomettersi alla schiavitù dell’utilità e alla violenza della correttezza o dell’aderenza alla realtà”.

Raccontando poi della Francia e del modo in cui, dagli anni Ottanta, le case editrici per ragazzi moltiplicavano le collane di Théâtre jeunesse fino a farne, già nei primi anni Duemila, veri e propri repertori contemporanei capaci di alimentare un circolo virtuoso tra letteratura, poesia, scena, editoria e scuola, l’autrice non si limita a ricostruire un contesto. Ripercorre la storia di un sapere che in Italia (questo non lo dice lei ma lo sottolineo io) è arrivato anche grazie alla sua ostinazione e alla sua visione. All’inizio del millennio, mentre in Francia quel movimento trovava un riconoscimento istituzionale e i testi di Théâtre jeunesse venivano inseriti tra le letture consigliate agli insegnanti dalla prima infanzia alle superiori, lei lavorava perché qualcosa di simile potesse accadere anche da noi. E così da allora ha cercato testi nelle letterature di tutto il mondo, li ha tradotti o fatti tradurre, ne ha scritti di propri, ne ha commissionati altri, ha curato collane, organizzato incontri. E un anno fa ha contribuito anche a far nascere una nuova sezione dello storico Premio Riccione dedicata alla drammaturgia per le nuove generazioni, come naturale prosecuzione di un percorso che tiene insieme pratica, pensiero e costruzione di sistema.

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Una scena di Ivan e i cani di Hattie Naylor (pubblicato nella Collana I Gabbiani), di e con Federica Rosellini, foto di Luca Del Pia.

C’è un effetto di grazia, di saggezza calma e sapienza luminosa che percorre questo come tutti i libri di Iacobelli, anche quelli più narrativi, come il suo ultimo romanzo per Bompiani (Il paese dei matti, 2025). Una storia per un pubblico adulto, ambientata in un manicomio durante la Seconda guerra mondiale. Dove però protagonista è – guarda il caso! – ancora una volta una bambina, il suo punto di vista compassionevole (nel senso di prossimo) sulle cose inspiegabili della vita, al quale Iacobelli riesce a dare una voce limpida e credibile, interna, da narratrice che parla con la voce e la sensibilità dei suoi personaggi e non – come succede nei cattivi romanzi – con la voce e le idee proprie (cioè di chi scrive) messe in bocca a personaggi privi di vitalità interna. Iacobelli è in questo senso proprio una narratrice pura, che sa ascoltare le vite alle quali dà vita con la sua scrittura. Anche quando parla di letteratura altrui.

Nel caso di questo libro appena uscito per Audino la cosa più stupefacente è la capacità di stare al passo, di raccontarci il senso di cercare e leggere i testi scritti senza perdere di vista, nemmeno per un attimo, lo specifico teatrale e le evoluzioni della scena contemporanea. Con la piena consapevolezza che esistono esperienze in cui, per dirlo con lei, “scrivere più che tessere parole vuol dire costruire sequenze visive, disegnare passaggi tra luce e buio, tendere fili inattesi a chi guarda, cercare il filo drammaturgico fra suoni, immagini, gesti e toni”. Una consapevolezza che la spinge a cercare testi che possono essere letti come testi, certo, ma non chiusi, perché carichi di parole che già immaginano uno spazio e dispongono azioni, oggetti, colori, personaggi ai quali offrire un corpo possibile. Parole che costruiscono mondi abitabili, tensioni, ritmi, relazioni. D’altronde è esattamente da questa capacità di far esistere sulla pagina una scena latente che nasce il valore teatrale di un testo. Ed è una concezione che ha molto da insegnare anche a chi scrive per il teatro in senso stretto, perché ricorda che la drammaturgia non coincide con il dialogo, ma con l’azione, con l’invenzione di un’esperienza sensibile e spaziale prima ancora che verbale.

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La copertina de Il Paese dei Matti di Federica Iacobelli (Bompiani 2025).

Nel volume Iacobelli ci suggerisce un metodo per incontrare e capire i testi teatrali per i bambini e le bambine, ma ci insegna anche come leggerli con loro. Con un piacere reciproco, perché leggere storie teatrali con i piccoli può significare per gli adulti “riavvicinarsi alle voci che ci abitano e che se recuperate, se coscienti, possono sostenere ciascuno di noi in ogni momento dell’esistenza”. Il cuore del libro è infatti in una serie di esercizi: leggere i testi da vicino, farli risuonare attraverso le voci, smontarli con pazienza. Ogni capitolo è pensato per una specifica età – dai sei anni in su – e ruota attorno a un testo centrale attraversato con un metodo costante: leggere, scoprire, esplorare. In Fiabe mutanti, dedicato ai piccoli dai sei anni, si lavora sul Cappuccetto rosso dell’autore e regista francese contemporaneo Joël Pommerat. “Le fiabe sono creature mutanti” dice Iacobelli, e questa mutazione diventa il punto di partenza per interrogare non solo le varianti narrative ma la forma stessa della scrittura teatrale. Non si tratta di verificare quanto la versione sia fedele ai Grimm o quanto se ne discosti. Si osserva piuttosto come la storia si organizza nello spazio tipografico, come le parole “vanno a disporsi nella pagina come una poesia”, come il bianco intorno ai blocchi di testo diventi pausa, sospensione, respiro. L’autrice guida l’analisi verso dettagli che normalmente scivolerebbero via: la reiterazione di “sola”, che costruisce una costellazione emotiva attorno alla bambina ma finisce per coinvolgere tutti i personaggi; la scelta di non eliminare il lupo come invece accade nella versione di Grimm, scelta che sottrae alla fiaba la chiusura punitiva e la lascia aperta a un’ambiguità più contemporanea; la disposizione delle battute, che rende visibile la tensione tra paura e desiderio di relazione. Il testo di Pommerat diventa insomma un laboratorio di drammaturgia nel quale contenuto, forma e scelta autoriale non sono livelli separati ma aspetti intrecciati di una stessa architettura. Negli altri capitoli il dispositivo si ripete. Parole danzanti attraversa Lucy/gli orsi di Karin Serres. Amori difficili lavora su I Separabili di Fabrice Melquiot. Vecchie storie interroga il mito attraverso I figli di Medea di Osten e Lysander. Per ogni testo c’è un esercizio concreto, per scoprire che leggere ad alta voce significa mettersi in contatto con la possibilità del dire e del non dire, del dialogo e del silenzio, e imparare a riconoscere in che modo la forma costruisca spazio, ritmo, mondo.

Nella parte finale del libro troviamo invece un’incursione agile nel rapporto storico tra teatro e infanzia, una mappa di tensioni tra educazione e creazione, tra protezione e libertà, tra funzione formativa e autonomia dell’arte. Lo sfondo teorico comprende varie figure che hanno pensato l’infanzia non come destinatario passivo ma come spazio di immaginazione e di rovesciamento dello sguardo adulto, da Asja Lacis a Giuliano Scabia. Emergono così esperienze e percorsi che, in diverse stagioni del Novecento, hanno fatto del lavoro per e con i bambini un terreno di ricerca linguistica e scenica, fino alle realtà che oggi costruiscono repertori per le nuove generazioni. E quando l’attenzione si sposta sui “personaggi bambini”, cari a molte autrici e autori come Lillian Hellman, William Gibson e Hattie Naylor, la figura infantile si impone come voce capace di mettere in crisi l’ordine delle cose, di esporre le crepe morali e affettive del mondo adulto, di trasformarsi in formidabile punto di vista critico.

Ne viene fuori nell’insieme un testo che è un saggio, un manifesto, un manuale, un compendio su un genere, erudito e leggero, consapevole e mai pedante, dove tutto il sapere è al servizio di pratiche da sperimentare oggi, subito, il prima possibile! – con i bambini e le bambine che abbiamo accanto (che siamo i loro insegnanti o genitori, zie acquisite, amiche, amici, fratelli e sorelle non importa: siamo tutti e tutte comunità educante). È un libro prezioso anche. perché tiene insieme tutte le qualità di Iacobelli: il rigore di chi studia davvero, l’intelligenza pedagogica, e la voce limpida della narratrice. E naturalmente la passione per quelle che definisce le “persone piccole”: che le interessano perché con questa espressione non si riferisce solo a un’età anagrafica, ma “al bisogno ancora attivo di conoscersi e conoscere per superare paure, riconoscere ed esprimere ciò che si sente, trovare un proprio spazio nel mondo”, e quindi in qualche modo a tutte le persone che sono alla ricerca, non addomesticate a un sentire conformista né a una forma granitica dell’identità con la quale ci si presenta al mondo.

Nell’ultima foto, di Alice BL Durigatto, una scena di Lucy/gli orsi di Karin Serres (pubblicato nella collana I Gabbbiani) portato in scena dal Teatro delle Apparizioni per la regia di Fabrizio Pallara.

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