Beata ignoranza

26 Febbraio 2026

Ignorance is bliss: beata ignoranza. Questo potrebbe essere l’esergo del nuovo libro di Mark Lilla, docente alla Columbia University, dal titolo L’estasi dell’ignoranza. La tradizione occidentale della non conoscenza, edito presso LUISS University Press, grazie alla traduzione di Mattia Ferraresi.

“Beata ignoranza”, ma in un senso letteralmente nietzscheano: già in Aldilà del bene e del male irrompe un atteggiamento di difesa contro gran parte di ciò che è conoscibile, una sorta di “No interiore” a questo e a quello, un “Sì e amen” all’ignoranza. Quello che a noi manca oggi – scrive Mark Lilla – “è una riflessione non poetica sulla volontà di ignoranza e il suo ruolo ambiguo nell’esistenza umana”. Tutto rimane sospeso attorno a un interrogativo paradossale: “com’è possibile che siamo creature che vogliono sapere e non sapere?”. Non siamo di fronte semplicemente a un percorso da eruditi, quasi come se l’autore avesse concepito un’occasione ulteriore per fare sfoggio – appunto – di quanto sia raffinata la nostra conoscenza, persino sul tema dell’ignoranza. Si tratta, in realtà, di un vero e proprio percorso dai risvolti anche autobiografici: il mondo si trasforma da mezzo per raggiungere i propri fini a oggetto di stupore e meraviglia. Insomma, siamo di fronte a un vero e proprio “Elogio dell’ignoranza”, a un tentativo di valorizzare la figura del “non sapere” all’interno di un contesto globale che pare virare in direzione opposta.

La prima scena si apre su Edipo, e forse non poteva essere altrimenti: molti hanno visto nel figlio di Laio una presa d’atto emblematica di quel velo che da sempre ci troviamo sugli occhi. L’episodio viene messo in connessione con le celebri massime scolpite sul muro del tempio di Delfi. Da un lato abbiamo il celebre precetto “conosci te stesso”, dall’altra però rammentiamo quello strano motto che recita: “Nulla eccessivamente”. E forse – commenta l’autore – quest’ultima massima “intendeva correggere la precedente”. È decisivo come questo passaggio si colleghi alla primissima pagina della prefazione, dove troviamo una specie di rilettura del mito della caverna. Il giovane incatenato, che vede solo ombre riflesse sul muro, all’improvviso si volta e comincia a risalire verso l’uscita e fuori trova le cose “che esistono veramente”, quelle illuminate dal sole: tutto il resto si rivela illusorio. Ma nella riscrittura, il ragazzo compie il percorso insieme a un altro uomo. Dopo poco tempo gli chiede di tornare nella caverna: gli mancano le ombre, il cielo notturno, tutte quelle cose illusorie, su cui lui poteva sognare e fantasticare. Un rovesciamento completo dell’intera tradizione occidentale: il ritorno non è concepito allo scopo di “illuminare” gli altri, bensì di tornare a gustare quel “non sapere” che un tempo animava la nostra vita.

Abbiamo cominciato da Edipo e Platone, ma nessuno si aspetti una storia dell’idea di ignoranza: non sarà un cammino cronologico. Ripartiamo dall’episodio del re Davide che, approfittando dell’assenza di Uria, giace con sua moglie e poi manda Uria in prima fila in battaglia in modo da poter prendere la vedova come sua sposa. E di fronte a Nathan che gli racconta la storia di un uomo ricco, che ruba a un altro l’unica pecora che possedeva, Davide chiede chi sia costui, per poterlo punire. E Nathan gli risponde: “Tu sei quell’uomo”. Ora immaginiamoci Edipo mentre chiede chi sia quell’uomo che ha ucciso Laio e che ha provocato la peste a Tebe? E di nuovo potremmo rispondere: “Tu sei quell’uomo”. E così Davide è un altro volto di Edipo.

La figura successiva è quella di Agostino, che assiste alla “grande lotta nella sua casa interiore”. Mark Lilla ci invita a leggere le Confessioni come un lungo nascondino, dove chi cerca e chi è cercato è lo stesso Agostino, sino a quando è Dio a prenderlo alle spalle: “mi hai preso alle spalle dove mi ero messo perché non volevo osservarmi”. Ed ecco un altro colpo di scena: queste parole non potrebbero essere state pronunciate anche da Edipo? Colui che rincorre sempre la conoscenza, che svela enigmi, ma non riesce mai a vedere se stesso. Soltanto da ultimo, e per ultimo, scopre se stesso, quando la realtà stessa lo coglie alle spalle e gli rivela che lui, l’uomo della conoscenza, è sempre stato cieco. E così Agostino è un altro volto di Edipo.

“Agostino indicò se stesso, Freud indicò Edipo, e videro la stessa cosa: creature che temono più di ogni altra cosa ciò di cui hanno più bisogno”. Perché temono di “vedersi”? Perché evitano la conoscenza di sé? E, in termini freudiani, perché tutti noi evitiamo la conoscenza del Sé? Per citare Thomas Mann, “non c’è conoscenza di sé che lasci il suo oggetto inviolato […] Nessuno rimane esattamente se stesso quando si conosce”. Conoscere significa manipolare, alterare la cosa, fagocitarla entro le nostre stesse categorie: nell’atto conoscitivo, avrebbe detto Hegel, noi ci trasformiamo e così pure l’oggetto. Figuriamoci che cosa accade quando l’oggetto della conoscenza è l’io stesso, anzi ciò che – in mancanza di meglio – chiamiamo il Sé. Lo volete chiamare io, soggetto, anima? Fate pure, sappiate soltanto che è una parola, una bandierina, messa lì appunto per segnalare la nostra ignoranza. In realtà, di quella “cosa” non sappiamo proprio nulla, anzi la ricopriamo costantemente con le nostre fantasie, le nostre rappresentazioni. Ma quanto sono belle, confortevoli e coerenti le immagini che ci facciamo di noi stessi! Siamo troppo belli così come ci siamo effigiati: non indaghiamo oltre, altrimenti rischiamo di sciupare questo bel ritratto. È una strategia: “la persona si rinchiude in prigione per evitare la conoscenza di sé”.

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Tutto questo richiama alla mente Freud, a proposito delle resistenze messe in atto dalla nostra psiche per non confrontarsi con ciò che c’è fuori. Ora pensiamo, però, a Cefalo, ad Alcibiade, ma anche a Fedro, insomma, a tutti coloro che vengono interrogati da Socrate: sempre restii a cambiare opinione. I dialoghi di Platone mostrano quanto sia difficile affrontare la radicalità dell’insegnamento socratico: “continuamente vediamo che le cittadelle degli interlocutori di Socrate sono protette da cinture murarie sorvegliate”. D’altra parte, ancora oggi, “quasi tutte le indagini cominciano da false opinioni ricevute in cui si ha un interesse emotivo”, e queste opinioni si sono radicate in noi a tal punto che è difficile scalzarle per fare posto alla conoscenza. Se l’indagine riesce comunque a farsi strada, malgrado gli ostacoli, ciò accade soltanto perché conoscere è innanzitutto un desiderio.

L’amore per la sapienza, predicato da Socrate, dava fastidio agli Ateniesi – malgrado la democrazia, malgrado la libertà, malgrado tutto. E Mark Lilla aggiunge: “Atene c’est nous. Arriva un punto in cui noi tutti rifiutiamo l’invito che Socrate ci fa di conoscere come stiano realmente le cose”. Si potrebbe anche andare avanti e precisare che in realtà le cose … non stanno. Nel senso che non stanno ferme, non ci sono le cose per così dire “in sé” – tutto dipende da come le approcciamo, da come le affrontiamo, inclusi i preconcetti, i pregiudizi e le opinioni precostituite, tutto quel novero di elementi che ci impedisce e ci ostacola in un primo momento, per cui quando cominciamo a conoscere siamo letteralmente meravigliati da un fatto: tra le nostre mani – ma potremmo anche dire: nella nostra mente – l’oggetto, qualsiasi oggetto, pare trasformarsi. E nel trasformarsi trasforma anche noi, perché muta la nostra consapevolezza. D’altra parte, “non c’è argomento che sia disincarnato”.

Allora è tutto illusione? Qualsiasi rappresentazione, qualsiasi idea possiamo farci sulla realtà, è soltanto un’opinione momentanea, che presto o tardi verrà distrutta dal desiderio mosso da un nuovo slancio conoscitivo? Questo è un libro che scorre veloce: non lascia molto tempo al lettore. Già in esergo al nuovo capitolo l’autore inserisce un frammento di Wallace Stevens: “La disillusione è solo l’ultima illusione”. Come dire, non pensiate di crogiolarvi nel vostro scetticismo, come se aveste trovato un porto sicuro nel mare in tempesta. Anzi, qui si configura una vera e propria “malattia della ragione”, quella che potremmo chiamare “la tragedia della misologia”. A proposito di interlocutori di Socrate, a qualcuno sarà già venuto in mente Trasimaco: “la sua volontà di conoscenza, per rabbia, si era trasformata in un’ostinata volontà di ignoranza”. E così Trasimaco è un altro volto di Edipo.

Saltiamo, andiamo a quel grazioso poemetto di Schiller che è “L’immagine velata di Sais”: un giovane viaggiatore, giunto alla porta di un tempio in Egitto, chiede di entrare. Vuole presentarsi a Iside e conoscere la verità. Il sacerdote lo conduce all’interno: l’immane statua della dea è coperta da un velo, nessuno può guardarla. Neanche a dirlo, di notte il giovane solleva il velo: “i sacerdoti del tempio lo trovano il giorno seguente accasciato e incosciente davanti alla statua. Sopravviverà, ma da quel momento vivrà senza gioia. Non avrebbe mai parlato di ciò che ha visto – perché del resto, cosa avrebbe potuto dire?”. Una storia che ci riporta d’un balzo alla nota tragedia. E così, anche il giovane è un altro volto di Edipo.

Fermiamoci un attimo sulla questione del velo: tutte le convenzioni sociali sono veli. L’uniforme del militare, il camice del medico, la toga del giudice, ma persino la tuta da lavoro legata a mestieri meno altisonanti: senza di esse siamo privati cittadini, ma indossiamo la veste, la “divisa da lavoro” e subito ci troviamo investiti di una strana autorità, … su su fino al caso emblematico che chiarisce tutto. Il cappuccio del boia: “la figura incappucciata trasformata in un simbolo di leggi impersonali della volontà del sovrano”. Come dire, il volto deve essere anonimo. Ma anche questo è un velo, un travestimento, che copre una verità.

Certo, la nostra cultura si è fatta un vanto di aver strappato quanti più veli possibili: dinamiche come l’indagine filosofico-scientifica, il crollo dei miti, delle credenze, delle religioni, tutto quel vasto novero di dinamiche che potremmo riassumere sotto il nome di secolarizzazione, ivi inclusa la neutralizzazione del politico, e così via – tutto questo, si diceva, sono veli che cadono, che strappiamo con forza, alla ricerca della verità. Potremmo citare a questo punto L’anitra selvatica di Henrik Ibsen, dove Gregers Werle scopre che derubare l’uomo medio della sua illusione di vita equivale a privarlo della sua felicità. Ma forse meglio di ogni altro esempio, può valere quello del titano Prometeo, che ha regalato il fuoco e messo negli occhi dei mortali cieche speranze. Tipico atteggiamento di chi ha voluto strappare il velo e ora giace infelice, incatenato al Caucaso, con l’aquila che gli divora il fegato: come tutti noi, una volta che siamo entrati nel vortice della conoscenza. Ma pensate a costui, che si strugge perché ha visto e conosciuto troppo: anche Prometeo è un altro volto di Edipo.

Tra gli altri volti, si potrebbe citare quello di Giobbe, ma anche il moderno prometeo di Mary Shelley, Frankenstein. L’elenco sarebbe lungo: Vite a scadenza di Canetti, Anselmo nel Don Chisciotte, che rovina il suo matrimonio nella vana ricerca di certezze sulla sua amata. Più in generale, Mark Lilla ci invita a far rientrare in questo novero l’intera congerie di esperienze, immagini e racconti che hanno a che fare con la mistica: non solo quella, cosiddetta, occidentale, ma guardando anche al patrimonio sufico. Il futuro stesso è un velo, anzi si potrebbe parlare di una benevola arte del velo: “per assurdo, se i miglioramenti nelle terapie non terranno il passo dei miglioramenti nella diagnostica e nelle previsioni di mortalità, le persone si accolleranno un bagaglio crescente di informazioni spaventose, difficile da portare”.

Questa chiave di lettura dell’ignoranza ci mostra, una volta di più, come l’intera dinamica della civiltà si costruisca attorno a un vuoto: il profeta come vaso vuoto, l’innocenza di Abele, la pietas di Enea, il Billy Budd di Melville e tante altre figure contribuiscono a impreziosire queste pagine.

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