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Serbia

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Mostar, 7 ottobre 1932 – Zagabria, 2 febbraio 2017 / Predrag Matvejević. Un battitore libero attraversato dalle frontiere

Un’isola del Quarnero, un’estate torrida come quella del 1991. La casa è affollata di amici e parenti, così Predrag Matvejević scende da basso e mostra con orgoglio lo studio che si è ricavato nell’ombra del garage: un seggiolino e una macchina da scrivere, due mollette che tengono le pagine a mo’ dì leggio. È l’anno del successo planetario di Breviario mediterraneo, e sta già pensando a quello che, molti anni dopo, diventerà Pane nostro (2010). A pochi chilometri è terminata da poco la cosiddetta breve guerra slovena, ma in agosto viene interrotta l’autostrada tra Zagabria e Belgrado, a fine mese inizia l’assedio di Vukovar. L’anno successivo Predrag non può più tornare sulla sua isola, insieme a molti intellettuali del paese diventato ex, inizia la sua avventura tra asilo ed esilio (così suona anche il titolo di un suo “romanzo epistolare” del 1998). Da quel momento il domicilio è temporaneo, il ritorno provvisorio, la “nostra patria” diventa una condizione momentanea che può materializzarsi ovunque. Perché a Zagabria, nella fase della trance nazionalistica, nella guerra tra “noi” e “loro”, non c’è spazio per chi ha storie miste o si sente ancora jugoslavo. Così accade alla...

Kolinda, dai dai!

Al primo turno, il 28 dicembre, basso numero di votanti. Si era data la colpa alla neve copiosa. Due settimane dopo al ballottaggio, il numero degli elettori è salito. Più di due milioni i partecipanti al voto (intorno al 60%), ma il risultato, a sorpresa, è rimasto lo stesso: è Kolinda Grabar-Kitarović il nuovo presidente croato. I sondaggi, infatti, erano tutti a favore del presidente in carica, Ivo Josipović, socialista, professore di diritto e compositore, stile raffinato e gran savoir-faire. È stato battuto dalla rivale davvero per poco, la differenza è di trentamila voti, poco più del 50,74% a lei, contro il 49,6% a lui. Josipović, pur molto amato, ha pagato il pegno di una crisi economica – disoccupazione oltre il 20%, con un picco di 41,5% tra i giovani – e di una coalizione di sinistra il cui governo non ha più la fiducia degli elettori.   Così, per la prima volta nella sua storia, a capo dello stato croato siede una donna. Kolinda Grabar-Kitarović ha fatto una campagna elettorale con lo slogan abbastanza generico “per una Croazia migliore”, ha cercato di vendere speranza,...

Cibo e malinconia all'italiana

Eravamo da una settimana in cerca di fantasmi: le guerre balcaniche non interessavano più a nessuno, tranne a un manipolo di patetici reduci che cercavano di speculare sulle “glorie” belliche. A Mostar, Sarajevo, Banja Luka e nei centri minori della Bosnia quel che al massimo trovavamo erano le facciate delle case bucherellate dai proiettili, ma soprattutto molta voglia di dimenticare il passato e guardare avanti. In generale il cibo era cattivo, a volte pessimo, come quando, ingannato dall’alfabeto cirillico e dai ricordi del greco scolastico, ordinai un piatto di sofficini nel bar più elegante di Pale.   Passata la frontiera bosniaca, pensavamo a Belgrado come a un’oasi, se non di civiltà, di buoni ristoranti ed eccellenti bar. I bar sono bellissimi e invitano a una vita en plein air, ma quanto alle cene, il livello non si era alzato di molto. Fu allora che ci tornarono in mente le raccomandazioni di un’amica, o meglio di suo marito che è di queste parti, “se avete tempo, andate a salutare Dag il muto”. Così una sera raggiungiamo non senza difficoltà il ristorante italiano Tavolino che Dag...

Piovono rane

Piovono rane. È successo, pare di recente, in Serbia, nel 2005 a Odzaci, ripetendo in quel luogo dell’Europa un’antica calamità, una delle sette piaghe d’Egitto narrate nel libro dell’Esodo. Si tratterebbe di un fenomeno che avrebbe delle sue spiegazioni scientifiche: trombe d’aria aspirerebbero da zone lacustri, fiumi o laghi, l’intera popolazione anfibia, trasportandola a chilometri e chilometri di distanza, per farla poi cadere sui tetti, sulle case, sulle strade e sulle teste degli atterriti abitanti. In Magnolia, il film di Paul Thomas Anderson del 1999, nell’ultima scena c’è una caduta di rane, sorta di nemesi finale, secondo l’interpretazione dei critici. Perché le rane? E perché proprio in questi giorni? Due accadimenti contemporanei, tra loro irrelati, ma cui non viene male applicare la chiave di lettura della sincronicità, come la chiama Carl Gustav Jung.     A Venezia, sulla Punta della Dogana, è stato da poco rimosso il "ragazzo con la rana", la controversa scultura di Charles Ray lì installata da qualche anno. L’...

Firmato S. B.

Le date, 20 Febbraio 1986 - 20 Febbraio 2011, sono ricamate in oro, così come la firma in corsivo. Da meno di vent’anni le squadre di calcio hanno il nome dello sponsor stampato sulla maglia ma non era mai accaduto che qualcuno vi apponesse il suo nome e cognome alla maniera di una griffe: invece il Milan sceso in campo contro il Chievo (maglia bianca e banda verticale rossonera) brandiva sul petto la prova che da venticinque anni esso è una privata e anzi personale proprietà di colui che, da altrettanti, è signore e padrone del nostro paese. Si dice lo abbia fatto per mettere le maglie all’asta e versarne i proventi a Alice for Children (un progetto per i bambini di Nairobi) pure se le Carte federali (all’art.72) fanno espresso divieto di esibire distintivi o scritte di segno politico e confessionale. Quella firma è però di tutt’altra natura, perché è segno non soltanto di una metafisica proprietaria quanto di un dominio biopolitico cui non possono scampare, oramai, né l’immaginario degli appassionati né gli stessi calciatori in carne e ossa. Molto meno vistosa, eppure rilevante...