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Archeologia del sapere

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Autobiografie / L'archeologia del sangue di Enzo Moscato

Per chi non lo sapesse, Montecalvario si trova subito sopra via Toledo. Non è propriamente un quartiere, né una strada. Topograficamente, lo si può intendere come l’insieme di vicoli dei Quartieri Spagnoli che salgono dalla parte centrale di via Toledo fin sotto Corso Vittorio Emanuele, verso la collina di San Martino. Enzo Moscato, nel suo Archeologia del sangue, primo volume di una trilogia autobiografica, pubblicato nel novembre 2020 da Cronopio, lo definisce a più riprese “rione”, identificando in quell’insieme di vicoletti, bassi, soprannomi, strani figuranti di mestieri antichi e personaggi scomparsi, il luogo della sua origine: il posto dove tutto cominciò. Chi conosce la materia di cui il Teatro dell’autore attore napoletano si nutre, sa bene che essa prende vita da quello che sarebbe meglio definire come un “non luogo” dell’anima, difficile da inquadrare. È l’autore stesso, in uno dei racconti del libro, a tornare su questa questione:   Si può parlare dei Q.S. (or, if you like it, dei “Naples Spanish Quarters”), in vari modi: in modo “materiale”, cioè: fisico, geografico, topografico, antropologico, piscologico, sociale […]. E poi c’è, o ci sarebbe, un’altra maniera...

A cinquant’anni da una conferenza / Michel Foucault: “Cosa importa chi parla?”

Dopo un periodo di distaccamento all’Università di Tunisi durato due anni, dal 1° ottobre 1966 alla fine di settembre 1968, Michel Foucault rientra a Parigi, con l’incarico di insediare il dipartimento di filosofia al Centro universitario sperimentale di Vincennes. Agli inizi dell’anno successivo, si ripropone di fronte al parterre intellettuale francese, presso la Société française di philosophie, con una breve e singolare conferenza, intitolata: “Che cos’è un autore?” (oggi in: M. Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli 2004, pp. 1-21). Sulle prime, l’esposizione di Foucault appare una professione di ortodossia strutturalista che intona il mantra dell’irrilevanza dell’autore, già inaugurato dalla “nouvelle critique” di Roland Barthes, che prescindeva dalle referenze biografiche e psicologiche dell’autore a favore dell’analisi delle strutture interne del testo e del gioco della loro articolazione interna, e su cui confessa di avere ancora meno remore di quante ne mostrasse in Le parole e le cose di due anni prima, dove l’archeologo del sapere s’immergeva nello scavo del sottosuolo epistemico per rintracciare le “regole” di formazione di concetti e teorie, dentro grandi unità...