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Ariele

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Giorno 2 / L’interprete

«Cos’è un interprete?» chiede Testadizucca nel Mago di Oz. «Qualcuno che conosca sia la mia lingua sia la tua. Quando io dico qualcosa, l’interprete ti riferisce quel che ho detto; e quando dici qualcosa tu, lui traduce per me», risponde lo Spaventapasseri.   Qualcuno che conosce le due lingue, e tuttavia aspira, traducendole, a farne-dirne una sola, a cogliere di entrambe le sfumature al punto che diventi difficile dire, Questa è la mia lingua e quella è la tua. Difficile dire, Io sono di qui, tu sei uno straniero. Al suo tavolo con carta e penna, sul palcoscenico col proprio corpo, davanti al suo spartito con il proprio strumento, l’interprete dà voce. Una voce dapprima sommessa, talora stridente, poi sempre più morbida, consapevole e convinta, tanto da poterne infine ridere di gusto. E condividerla. Come dev’essere di tutto ciò che nasce dal desiderio. «S’io m’intuassi come tu t’immii» dice Dante a Folchetto di Marsiglia (Paradiso, IX, v. 81), verso bellissimo che meglio di qualunque altra cosa esplicita il particolare desiderio sotteso al tradurre, all’interpretare: quello di lasciare entrare dentro di sé un’altra coscienza, un’altra storia, un’altra scrittura, un’altra...

Elpis

Ogni uomo si trova preso nell’avventura, ogni uomo ha, per questo, a che fare con Daimon, Eros, Ananche, Elpis. Essi sono i volti – o le maschere – che l’avventura – la tyche – ogni volta gli presenta. Quando l’avventura gli si rivela come demone, la vita gli appare meravigliosa, quasi che una forza estranea lo sorreggesse e guidasse in ogni situazione e in ogni nuovo incontro. Presto, tuttavia, la meraviglia cede al disincanto, il demonico si traveste da routinier, la potenza che portava la vita – Ariele, Genio o Musa – si oscura e nasconde, come un gabbamondo che non mantiene le sue promesse.   Mantenersi fedele al proprio demone non significa, infatti, abbandonarsi ciecamente a lui, confidando che in ogni caso ci condurrà al successo – se siamo poeti, che ci farà scrivere le poesie più belle; se siamo uomini dei sensi, che ci darà la felicità del piacere. Poesia e felicità non sono i suoi doni: è lui, piuttosto, il dono estremo che felicità e poesia ci fanno nel punto in cui ci rigenerano, ci fanno nascere nuovamente. Come la Daênâ della mistica...