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Barthes

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Due insegnanti replicano ai professori universitari / Non sanno

Non sanno niente Andrea Giardina   “Non sanno niente”. Chi frequenta le malinconiose aule scolastiche sa che l’espressione è probabilmente la più ricorrente tra gli insegnanti. Una parola d’ordine, quasi un refrain, recitato talvolta con sofferta pietà nei confronti delle misera insipienza, talaltra con acrimonia appena rattenuta verso i guasti dei tempi e, in aggiunta, con un certo sottile compiacimento per la certezza di non essere parte della volgare schiera. Ma l’accusa di ignoranza crassa ricorre soprattutto in una circostanza. Si tratta di quella dolente fase d’avvio del percorso scolastico che, complici le ineffabili imprecisioni del sistema, si protrae almeno fino a Natale.   È questo il momento in cui i Consigli di classe si compattano per esprimere gli esiti dei test d’ingresso, da cui risulta, invariabilmente, la seguente trafila: chi ha fatto ingresso nella scuola secondaria di secondo grado dà l’impressione di avere abissali lacune, chi si iscrive alla scuola secondaria di primo grado sembra non essere mai stato scolarizzato. In qualche occasione, per personale esperienza, mi è occorso di sentire maestre della scuola primaria rivolgere le medesime accuse...

Post-verità / Bufale, complotti, imbecillità e fatti

Mentre sui giornali online tranquillamente campeggiavano le solite notizie sul referendum o sulla fitta corrispondenza fra UE e governo italiano, alle sette e quaranta di mattina, il mio stream di Facebook si riempie di proclami atterriti – «scossa fortissima», «tremava tutto», «stavolta è stata forte» e via postando. Alcuni, ricercando un effetto di maggiore immediatezza e verità, non si facevano scrupoli a postare foto del loro lampadario, con un duplice obiettivo, di comprovare ciò che affermavano coi fatti e, d’altra parte, di passare, seppur ridimensionato dall’incessante scorrere dello stream, il loro sgomento di protagonisti del memorabile evento ai loro lettori-amici.    Questo improvvisato allestimento stile Wair Blitch Project aveva l’effetto di dar forma ad almeno altri due significati, costituiva un modo di informare amici e parenti che il pericolo era scampato (sollievo) e, ancora, testimoniava l’imperituro orgoglio del postatore militante che, puntualmente e anche nella tragedia, si bea di essere – per quanto stavolta sul filo del rasoio – ancora una volta riuscito a battere sul tempo i media tradizionali. Ci vorrà poco perché questo giramento di lampadari...

Doppiozero al Festival della mente

Sembriamo ormai capaci soltanto di quella pigrizia che Roland Barthes definisce «imbronciata», carica cioè di tutto il senso di colpa di cui è permeato il nostro vivere. Vogliamo essere competitivi e al passo con il correre del mondo. Ma dove stiamo andando? Siamo ancora capaci di sostare senza percepire la sosta come una resa? Cosa abbiamo perso dopo aver abbandonato il piacere della dissipazione, del tempo e forse non soltanto di quello? Partendo da Roland Barthes, che ci descrive la delizia della pigrizia, e attraverso le parole di Peter Handke e le riflessioni che il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han dedica al tema della stanchezza, proviamo a ragionare su questi temi nella società contemporanea: il tempo e la pigrizia, l’indugio e la stanchezza, l’accelerazione, l’ozio, lo spreco, e il senso di un tempo senza finalità alcuna.   Evento n. 25 domenica 6 settembre 2015, ore 10.00 Approfonditamente Cinema Moderno 8   Festival della Mente, Sarzana 2015  

Pigrizia, stanchezza e il nostro continuo correre

Domenica abbiamo pubblicato su Doppiozero un’intervista di Roland Barthes sul tema della pigrizia. I dati di lettura di questo pezzo sono stati, sin dai primi minuti on line, superiori a ogni attesa. Certo: è Roland Barthes; certo: Radiotre in quel giorno annunciava lo speciale Barthes per i cent’anni dalla sua nascita; certo: è un’intervista e dunque più facile, ammiccante e leggera. Tutte variabili in qualche misura preventivate e che tuttavia non sono sufficienti per dare ragione di un numero così alto di lettori, ragione che forse – quando si tratta di scarto imprevisto, di effetto inatteso – deve essere ricercata più dal lato di quel je ne sais quoi che risiede, banalmente, in quel che si dice: i contenuti, il tema, le parole, il messaggio che in quelle righe la voce di Roland Barthes veicola con una tale incisività. La pigrizia. Una pigrizia tuttavia che non ha forma filosofica, che non è l’otium latino, che non è nemmeno quella che potremmo credere di conquistare seduti a un caffè dove, scrive il filosofo francese, ci sono comunque delle conversazioni e vi è, soprattutto, un dover ‘figurare’. La vera pigrizia differisce anche da quella che Barthes chiama ‘imbronciata...

Daniele Del Giudice. In questa luce

L'idea di un certo pensiero scientifico come pensiero di «sorvolo», come di una «scienza che manipola le cose e rinuncia ad abitarle» – che Merleau-Ponty dipana nel suo saggio L'oeil et l'esprit (1960) – dove il mondo si staglia come oggetto di fronte al soggetto che lo attraversa sempre dall'interno, abitandolo, ha accompagnato, minandola, la lettura dell'ultima fatica di Daniele Del Giudice, In questa luce, edita da Einaudi, non a caso, forse, tra le Frontiere.     La fatica, prima di tutto; una parola che qui non è banale abitudine fraseologica, ma dichiarazione programmatica di quell'inevitabile lavorìo-al-fallimento, di un «operare affinché i progetti vengano bucati, invalidati dalla narrazione, perché nel racconto ciò che vale è proprio tutto quanto eccede e vanifica il progetto», continuo naufragio, ammissione autobiografica di ossessione e fragilità, scacco rinnovato al mestiere-non-mestiere dello scrittore.   Così si apre questa preziosa raccolta disordinata, ma nel suo effetto sorprendentemente unitaria, di saggi,...