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Ben Ali

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Occhi aperti sul futuro

Tra i tanti film della Mostra di Venezia, fra i titoli in concorso e quelli fuori, fra ciò che resta del red carpet e di una manifestazione ancora grande ma in evidente ricerca di una via diversa ai festival del cinema, abbiamo scelto di parlare di un film visto nella sezione Giornate degli autori: A peine j’ouvre les yeux della tunisina Leyla Bouzid. Un piccolo film. Che parla però di cose grandi, grandissime, di ciò che resta delle primavere arabe, della Tunisia oggi, ai tempi dell’ISIS, della condizione femminile e della possibilità di fare cinema politico in quel paese.   Incontro Leyla Bouzid, la regista tunisina di A peine j’ouvre les yeux, sulla terrazza in cima all’edificio che ospita le Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia. È pomeriggio tardo e il sole sta calando. Vicino a lei, seduta su una sedia a sdraio, c’è anche Baya Medhaffer, la protagonista del film. Approfitto del momento di imbarazzo che precede ogni intervista per porgere una domanda che mi gira in testa da quando ho visto il film, e ancora più quando ho letto le prime recensioni che sono uscite sul web poco dopo...

Tunisi: Fala budda 'an yastajib al-qadar

Idha-sh-sha'bu yawman 'arad al-haya Fala budda 'an yastajib al-qadar  (Quando la gente vuole vivere, il destino deve sicuramente rispondere) La rivoluzione non è un pranzo di gala, e questo è ancora più vero in Tunisia, dove alla rivoluzione (o meglio, all'aspirante rivoluzione) si va in ciabatte, o con le zeppe, o in motorino in due senza casco. In piazza arrivano famiglie con bambini in spalla, donne eleganti e signore anziane, adolescenti goffe e ragazzini secchissimi e nervosi. Già alle sette lo spazio inizia a riempirsi. Lungo l’avenue 20 mars 1956, che richiama la data dell’indipendenza tunisina dalla Francia, inizia la coda per ricevere il vassoio dell’iftar, la cena di rottura serale del Ramadan. Tutti in fila, tutti pronti a dividere il cibo, a regalare prugne e uova tra un inno nazionale e un ‘Degage!”. Si canta, moltissimo. Si sventolano le bandiere, tutte rigorosamente della Tunisia. Si distribuiscono palloncini con il volto di Chokri Belaid, il baffo e il neo che hanno scosso nel profondo le emozioni del paese. E i sentimenti sono molti, che si intrecciano tra le colonne del Bardo,...

L'allegria contro Pinochet

Può la Milano da bere sconfiggere una feroce dittatura? Nel Cile del 1988, fu una frivola campagna pubblicitaria a propiziare la vittoria del No a Pinochet?   Bisogna prepararsi a bei paradossi davanti a “No - I giorni dell’Arcobaleno” di Pablo Larrain (nomination miglior film straniero Oscar 2013, vincitore a Cannes della Quinzaine), film che promette di incrinare più di un’idea corrente. Per cominciare, quella che vede nel linguaggio pubblicitario la negazione di ogni valore umanistico, una sorta di baco della democrazia. E se fosse invece una risorsa inutilizzata?     “No” è anche il primo film del cinema moderno a raccontare il pubblicitario come eroe democratico grazie al suo lavoro, non perché abiura o cambia vita. Nessuna parentela col tormentato Kirk Douglas scolpito da Kazan in The Arrangement o con gli alienati di Olmi in Un certo giorno. Il che fa di René Saavedra, il giovane creativo del film, una vera perturbante novità culturale.   Anche la pubblicità è raccontata da una prospettiva inedita ai più. Non sistematico inganno o gesto...