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Bruce Springsteen

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Born to come back / La voce di Bruce Springsteen

Per trovare una voce bisogna averla cercata a lungo. Quando, alla soglia dei settant’anni, una delle rockstar più amate del pianeta confessa di aver scoperto la propria voce nel padre, è l’impalcatura stessa del rock che rischia di venire giù. Di tutti i luoghi, il soggiorno di famiglia. A un certo punto, durante lo spettacolo che Bruce Springsteen ha tenuto al Walter Kerr Theatre di Broadway nel corso dell’ultimo anno, il cantante lo ammette serenamente: io sono Mister Born to Run, nato per correre (dal titolo della canzone e del disco che lo resero famoso), volevo fuggire da tutto, prendere l’autostrada e non tornare più, ma oggi abito in New Jersey, a dieci minuti dalla casa in cui sono nato. Se Bruce Springsteen rincorse la voce del padre è perché, dice, “quella voce aveva qualcosa di sacro. Quando non sapevo che vestito indossare, sceglievo delle tute da lavoro, le stesse che mio padre metteva in fabbrica. Tutto ciò che sappiamo della virilità è ciò che abbiamo visto e imparato dai nostri padri, e ciò che io vedevo in mio padre era l’eroe, oltre che il mio peggior nemico”. Racconta poi di aver sognato il padre poco dopo la sua morte. Douglas Frederick Springsteen è seduto in...

Ancora sul Nobel A Dylan / La vocazione metamorfica della letteratura

A me l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan sembra una buona notizia. La ragione è quella che molti (fra cui Francesco De Gregori) hanno indicato subito: al di là della persona del premiato, il riconoscimento va a un intero settore della produzione culturale. Questo, almeno, all’ingrosso; conviene aggiungere qualche precisazione. In primo luogo, considero fuorviante l’affermazione che anche le canzoni d’autore sono (o possono essere) «poesia». A meno che non si voglia riesumare un’idea di poesia di stampo crociano, qui non è questione di valore, ma di identità. Che la maggior parte dei testi delle canzoni abbia un valore poetico scarso importa poco: questo vale anche per i romanzi e le raccolte liriche. Il punto è che le canzoni rappresentano un uso poetico del linguaggio. Anzi, per dirla in termini più schietti: dell’uso poetico del linguaggio, oggi come oggi le canzoni rappresentano una parte assai cospicua. Senza inoltrarsi in questioni teoriche, valga qualche sintomo: i versi di canzoni che vengono ripresi come titoli di libri, che vengono trascritti sui diari e sugli zainetti degli adolescenti, che fungono da didascalie nelle firme elettroniche e nelle...

La legge del desiderio maschile / Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Nel 1984 Bruce Springsteen – in quegli anni una vera e propria icona della mascolinità americana – include in quello che diventerà il suo album di più grande successo commerciale, Born in the U.S.A., una canzone che può essere considerata un paradigma per le descrizioni di amicizie maschili. Il pezzo, che si intitola Bobby Jean, è una specie di lettera d’amore indirizzata al suo chitarrista di allora, Stevie Van Zandt, che poco prima dell’uscita dell’album lasciò la band per intraprendere una propria carriera solista. La lingua inglese, rispetto all’italiano, presenta però una differenza decisiva: quando indirizza un discorso alla seconda persona singolare – dato che gli aggettivi non vengono modificati a seconda del genere – è pressoché impossibile stabilire se l’interlocutore sia un uomo o una donna. Springsteen, non sappiamo se consapevolmente o inconsciamente, non solo dà al destinatario della canzone un nome che potrebbe essere indifferentemente sia maschile sia femminile – Bobby Jean appunto – ma non dà nessun elemento descrittivo che possa chiarire quest’ambiguità. Sarà soltanto grazie a degli elementi extratestuali – interviste o dichiarazioni dello stesso Springsteen –...

Bono Vox, nel nome del potere

Credo veramente che quando si scriveranno i libri di storia, la nostra epoca verrà ricordata per tre cose: la guerra al terrorismo, la rivoluzione digitale e quello che abbiamo fatto […] per spegnere l'incendio in Africa. La storia, come Dio, sta guardando quello che facciamo. Bono, 2006   Fidatevi del capitalismo: noi troveremo una via d'uscita. Bono, 2010   Paul Hewson, più noto come Bono Vox, o semplicemente Bono, è un'icona indiscussa dei nostri tempi. Cantante carismatico degli U2, un gruppo irlandese che non ha bisogno di presentazioni, è una rockstar di fama mondiale, un uomo ricchissimo e una figura mitologica dell'immaginario pop contemporaneo.     Posto che la sua è una delle più belle voci maschili del pop, si può discutere sulle fasi alterne di una produzione creativa e di una discografia che data dal 1980 arriva fino a oggi (in attesa di un imminente nuovo lavoro del gruppo), ma la critica musicale è abbastanza concorde nel ritenere che almeno fino ai primi anni Novanta gli U2 abbiamo scritto, con figure di primo piano alla produzione artistica come Brian Eno, Flood o Daniel Lanois, pagine molto importanti della musica pop. In ogni caso, questo...

Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Non so se è un bene che i brani migliori di High Hopes, il più recente album di Bruce Springsteen, siano i già conosciuti “American Skin (41 Shots)” e “The Ghost of Tom Joad”. Non so nemmeno se sia un male. Entrambe le canzoni sono splendidamente trasformate da un vigoroso arrangiamento, da Tom Morello e dalla sua chitarra hendrixiana. Non sono la “versione definitiva”, che a una canzone è meglio non chiedere mai, ma fanno l’effetto di un pugile che grazie al sorso di un intruglio davvero potente si solleva dal tappeto e sferra un pugno che decide l’incontro. Ma è un intruglio che rimane strettamente “legale”. Niente steroidi in Bruce, è tutta energia biologica. E anche questo può essere un bene, oppure no.     Da molto tempo Springsteen non passa mai la soglia oltre la quale sta il “chi mi ama mi segua” – la soglia che marca la differenza tra l’arte “umana, troppo umana” – o semplicemente umanitaria – e l’arte che si proietta oltre l’umano conosciuto, verso l’umano ancora sconosciuto. Il rock...

Il fantasma del censimento

Ancora oggi non so perché ho deciso di lavorare come rilevatrice al censimento della popolazione. Forse perché dopo mesi e mesi trascorsi da sola davanti a un computer per scrivere la tesi di dottorato avevo bisogno di mettere nuovamente le mani nella terra, sbriciolarla, farla entrare nelle unghie e sentirne l’odore. In poche parole avevo bisogno di gente, di rumore, di guai, di tutto quello che è quotidianità: il caffè prima di entrare in ufficio, il barista con cui parlare di politica, la discussione, il dibattito, lo scontro, la guerra, fuori dalle pareti della mia stanzetta.   Per molti mesi io stessa ho tenuto una mano sopra la mia testa, facendole tante carezze appaganti ma anche calcandola sotto il livello dell’acqua, giusto quel tanto per asfissiarmi e quel poco per poter tirare fuori il naso e respirare, il minimo per non credere di essere morta. La mia “dolce attesa” non era ancora iniziata, visto che il termine per la consegna della soffertissima tesi era la fine di ottobre, eppure già stavo esorcizzando il potere di quella parola, che è appunto “attesa” e di quell’...