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Bruno Zevi

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L’ebraismo è una concezione del tempo / La leggenda di Bruno Zevi

La vita di Bruno Zevi potrebbe essere narrata come quei racconti della tradizione chassidica in cui – con la velocità di un sogno o di una novella russa – si susseguono viaggi verso terre lontane, insegnamenti ricevuti o impartiti in una scuola e testimonianze di saggezza sapienziale.   L’incipit – come scrive lui stesso in Zevi su Zevi, 1993 – è «tutto sbagliato: data, cognome e nome»). La data, il 22 gennaio 1918: «Nascendo il 22 gennaio di quell’anno, […] in una fase intermedia, grigia, in cui si placa il trauma della disfatta, ma l’eventualità di un rilancio appare ancora remota […], ti precludi la disperazione e l’abbandono gioioso, sei costretto in un arco psicologico tra stupito e critico». Il cognome, Zevi: «Roland Barthes ha scritto esaustivamente sulla lettera Z, la “déviance”, dura, spezzettata, interrotta, rovesciata, innaturale, l’opposto della S fluida e continua. […] Zevi è un’intenzionalità verso Levi, perennemente frustrata? Neppure, c’è di peggio. In ebraico non esiste Zevi, bensì Zvi, ancora più breve e stridente». Infine il nome, Bruno: «[…] bisognava cercare un nome che lo integrasse, distendendolo, temporalizzandolo, rendendolo meno nevrotico. Che so?...

Arte in Italia tra le due guerre

Per effetto di rovesci economici o militari, cesure istituzionali e drammatici conflitti, la storia culturale italiana del Novecento ha caratteri come di palinsesto: una continuità profonda, scritta in un alfabeto spesso perduto, corre al di sotto di innumerevoli cancellazioni e rifacimenti di superficie. L’opacità dei documenti e la dispersione degli archivi consiglia un’estrema sensibilità storica e linguistica e una diffidenza metodica per l’apparente ovvietà dei processi di trasmissione culturale. La tradizione interpretativa, osservava Giovanni Previtali, dovrebbe esserci preziosa in senso per lo più eziologico: come storia dell’errore.   In Arte in Italia tra le due guerre Fabio Benzi si misura con due difficoltà principali. La prima interna: potremmo chiamarla reticenza documentale. Se molti artisti italiani del ventennio non avevano mancato di assicurare il loro sostegno al regime, per sincerità, convenienza o un inestricabile intreccio tra le due, questi stessi artisti avevano poi cercato, negli anni della guerra e subito dopo, di riscrivere la propria storia nel segno della dissidenza se non...

Città in crisi

Il titolo che mi è stato assegnato per questo incontro è “Città in crisi”. È un tema incredibilmente vasto e complicato, sul quale è molto difficile dire cose sensate e non troppo ovvie.   Ma intanto, il titolo stesso è già discutibile: le città sono davvero in crisi? Ci sono molti studiosi e cosiddetti esperti che non lo pensano affatto. Per esempio c'è un economista di Harvard, Edward Glaeser, che ha scritto un libro, tradotto in italiano da Garzanti, che si intitola addirittura Il trionfo della città: per lui le città contemporanee, anche le megalopoli più allucinanti, rappresentano una fase di splendore ineguagliato nella storia urbana, e i dati che le riguardano in materia di consumi, scambi commerciali, crescita economica e urbanistica, valore finanziario, sarebbero dimostrazioni “oggettive” del loro stato di salute e del grado di benessere dei loro cittadini.   Ci sono anche un sacco di architetti entusiasti della città contemporanea. Fuksas, uno degli architetti più amati dai media italiani (è l'erede della rubrica di...

Durbiano. Etiche dell'intenzione

«E il Quaracchi non sospetta di nulla» è l’affermazione che – racconta Fortini cambiando il nome proprio con un sostitutivo di fantasia – Montale avrebbe riferito a un noto uomo di lettere per rappresentare esemplarmente la quota di malafede insita al fondo di ogni postura accondiscendente. In un’epoca che ha saturato i paradigmi, l’assenza di sospetto e l’omissione delle prospettive equivalgono al gesto estremo del voler assicurare se stessi fuori tempo massimo.   In Etiche dell’intenzione. Ideologia e linguaggi nell’architettura italiana (Milano, Marinotti, 2014) Giovanni Durbiano attualizza questa condizione portando allo scoperto una volta per tutte la collusione culturale, grammaticalizzata e resistente, tra autorialità e architettura.   Il discorso inizia dalla presa d’atto di un dato storico: alla metà degli anni Cinquanta i principi posti a fondamento del Movimento Moderno vengono drasticamente messi in discussione, e questo ad opera di una generazione di architetti nati tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta – i cosiddetti “nuovi...

Soleri. Once Upon a Time in the West

La ricerca di una terra promessa nella quale impiantare la propria utopia ecologica e urbana spinge Paolo Soleri nel 1956 a lasciare definitivamente l’Italia alla volta dell’Arizona, Stati Uniti d’America. Nato a Torino nel 1919, Soleri si era laureato al Politecnico del capoluogo piemontese nel 1946. Attratto dall’aura e dalle opere di Frank Lloyd Wright (propagandate in Italia attraverso le parole e le azioni di Bruno Zevi), Soleri l’anno successivo si era recato a Taliesin West, per compiere la propria iniziazione presso il maestro ormai quasi novantenne. I rapporti avevano finito per rivelarsi difficili. Già nel settembre del 1948 il giovane architetto lasciava il quartier generale “occidentale” wrightiano ma non l’Arizona, dove nel 1949 ha modo di progettare e costruire la Dome House, una piccola casa per Leonora Woods, madre della sua futura moglie.   Dome House   Ritornato in Italia nel 1950 Soleri entra in contatto con Vincenzo Solimene, per il quale tra il 1952 e il ’55 realizzerà la Fabbrica di ceramiche artistiche a Vietri: un edificio che ricalca l’organizzazione interna del...

Angela Zucconi

“Arrivata all’ultimo tornante della spirale, la sola certezza che ho: siamo nati per crescere dalle nostre radici e dobbiamo fare di tutto per continuare a crescere fino alla fine.” Con queste penetranti parole si conclude l’autobiografia di Angela Zucconi, donna eclettica e combattiva, straordinaria e carismatica, protagonista discreta del nostro Novecento.   Ci sono momenti della storia in cui la coscienza collettiva si coagula intorno a temi “centripeti” sui quali si affannano intelligenze e passioni, come falene nel buio su una fonte luminosa. Uno di questi momenti è stato il dopoguerra italiano, quando i pensieri della resistenza affioravano in superficie come un fiume carsico; quando la libertà dall’oppressione sprigionava energie di cambiamento, la voglia di imprese nuove e nuovi orizzonti.   Questa spinta pionieristica, è vero, è rimasta appannaggio di pochi. Non ha trovato il terreno in cui attecchire e fare presa. Al contrario, ha dovuto scontrarsi con una sordità istituzionale e un’ottusità politica in un certo senso inaspettate, e senza dubbio frustranti. Ci...