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Christian Boltansky

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Conversazione / Boltanski: un fallimento che non si risolve

Christian Boltanski ha un lungo rapporto con l’Italia e con Bologna in particolare. Venti anni fa si tenne in questa città dalle molte ferite la sua prima mostra italiana, “Pentimenti”, all’interno della Villa delle Rose. Nel capoluogo emiliano ci è tornato per realizzare l’installazione dedicata Museo per la memoria di Ustica, la sua prima installazione permanente nel nostro paese realizzata al fianco dei parenti delle vittime. E ora torna per un progetto che coinvolgerà ancora una volta anche la storia della strage di Ustica, ma tutto il tessuto della città. “Ho sempre pensato di voler realizzare opere totali”, ha detto Boltanski presentando anche questo progetto che utilizza diversi linguaggi espressivi in una mostra diffusa, “Anime. Di luogo in luogo” (si è aperta domenica 25 giugno, al MamBo dove – parallelo a queste vare sezioni cittadine – è presente anche un allestimento che ripercorre i suoi lavori precedenti).   Fanno parte del progetto “Anime” la nuova installazione, “Réserve”, nel bunker della Lunetta Gamberini (inaugurata il 27 giugno, 37° anniversario della strage di Ustica), una performance, “Ultima”, e ancora, fuori dalla cerchia dei viali – nelle vie Agucchi...

Il Museo dell'innocenza

“Se un uomo sognasse di trovarsi in paradiso e gli venisse dato un fiore come prova che la sua anima è stata lì, e al suo risveglio avesse quel fiore in mano cosa accadrebbe?” Forse è proprio in questa impossibile domanda, una scintilla rubata con scaltrezza al fuoco romantico di Samuel Taylor Coleridge, che Orhan Pamuk ha nascosto, mostrandolo in esergo, il senso del suo monumentale e fragile Masumiyet Müzesi, il Museo dell’innocenza.   Un romanzo sterminato, Il museo dell’innocenza (trad. it. Di Salim B. La Rosa, Einaudi), che è anche (e contemporaneamente) una vertiginosa collezione di oggetti eterocliti e confortanti, una raccolta impressionante di reliquie, trovate o inventate poco importa, allegorie, metafore profumate, scorie e mirabilia che nel corso di alcuni anni lo scrittore ha cercato e poi allestito con pazienza e dedizione in affollate teche di legno disposte sui tre piani di un vecchio palazzo di Istanbul, nel cuore di çukurcuma, un tempo quartiere popolare, rifugio per nuovi e vecchi immigrati, e da qualche anno, per forza di progressiva gentrificazione, anche di artisti ed antiquari....

Intervista a Judith Malina

Sembra molto piccola, su quella sedia a rotelle, Judith Malina, una leggenda vivente, l’allieva di Piscator, la fondatrice del Living Theatre, la moglie di Julian Beck, la rivoluzionaria pacifista, un pezzo di storia del teatro e del pensiero underground americano. Ma, a 87 anni, non ci tiene a farsi imbalsamare. Cammina con difficoltà, ma non ha perso lo smalto carismatico, e neppure una certa aria da pantera, con le unghie lunghissime dipinte di rosa squillante e tanti braccialetti freak. Si scusa per il suo italiano, “un po’ arrugginito”, ma poi, quando inizia a parlare, è precisa, pungente, anche se ogni tanto deve ricorrere all’aiuto di Thomas Walker, un altro del vecchio Living, per precisare i termini. È tornata in Italia per rappresentare The Plot is the Revolution, uno spettacolo dei Motus, in cui la trentenne Silvia Calderoni come una scolaretta rivisita la straordinaria stagione teatrale e politica del Living, rievocando pezzi di famosi spettacoli come The Brig o Paradise Now, che debordò dal teatro trasformandosi in manifestazione di piazza, con attori nudi e intervento della polizia, al festival di Avignone...

Bologna, Museo della Memoria di Ustica

Non è la città dei portici e della letteratura, e neppure quella dello spritz e dello shopping la Bologna che si percorre, un po’ smarriti e persino inquieti, per arrivare, dopo molte fermate di autobus e qualche richiesta di informazione, agli ex depositi tramviari di via di Saliceto, alla Zucca. Qui, poco lontano da via Stalingrado, dalle larghe strade operaie un tempo ai limiti della campagna, dal 2007 riposa, per sempre senza pace, il relitto del DC9 Itavia abbattuto nei cieli di Ustica nel giugno del 1980. Ci sono ancora i binari a segnare, metallica e moderna nervatura, il percorso che conduce, attraverso l’aperto di un giardino pubblico senza troppe pretese, ai capannoni imponenti che accolgono le scarne spoglie dell’aereo e dei suoi ottantuno passeggeri, lamiere e pettini, maniglie e bambole strappate con chirurgica pazienza dal fondo del Mediterraneo e destinate alla discarica dopo aver raccontato in infinite sedi giudiziarie la loro storia di morte improvvisa.     L’Associazione dei familiari della vittime ha voluto però che quella storia – quelle tante, singole storie – continuassero ad...