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Clarice Lispector

(8 risultati)

Un: resto / Clarice Lispector. Un soffio di vita

Questo è un libro silenzioso, che parla piano, che esce dal nulla e va verso il nulla. È un libro accartocciato, un resto, un frammento. Un libro scritto “per fatalità di voce”, per un'urgenza di esistere, di essere corpo e parola, in un tempo che è adesso, non prima e non dopo. È un'implosione, come scrive Clarice Lispector, una bomba del non, che non urla, che non scalpita, che non ha una trama, che non si capisce; è un testo che si legge tutto d'un fiato, e non per l'attesa di un finale – che da subito risulta chiaro che non c'è – ma per la fame di parole impossibili, per quel desiderio “primitivo, grave e urgente” che traghettano.  Un soffio di vita (Adelphi, 2019) è il libro testamento di Clarice Lispector; iniziato nel 1974 e concluso nel 1977, uscito postumo a pochi mesi dalla sua morte. Olga Borelli, amica e assistente dell'autrice, che per otto anni le è stata vicina, ha raccolto e riordinato con grande cura questo “slancio doloroso che lei non era in grado di trattenere”. Attraverso un esorcismo dell'indicibile, che caratterizza la gran parte dei suoi testi, Lispector assembla i cocci della sua sofferenza, toccando tutti i temi a lei più cari – dalla morte, alla...

Babel Festival 2018 / Sola come Clarice Lispector

Non so perché ho raccontato questa storia.  Avrei potuto benissimo raccontarne un’altra.  Anime vive, vedrete come si assomigliano tutte Samuel Beckett, Lo sfrattato   Clarice Lispector è sola – «sola come Kafka», è lecito affermare, adattandole una formula famosa. Sola come Sylvia Plath. Come Anna Maria Ortese. Come un cane. E d'altra parte, come scrive in La mela nel buio, è il cane che è in noi che sa riconoscere la strada. Fin da giovane, quando era famosa per la sua bellezza e la sua eleganza da diva del cinema, tanto da far pensare a uno strano ibrido di Virginia Woolf e Greta Garbo, Clarice ci appare prigioniera di un'intensità sovrumana, assorta sul bordo di un abisso interiore, di un fuoco centrale che è anche un nulla, una mancanza, l'ombra di un perpetuo fallimento («ogni storia di una persona è la storia del suo fallimento», osserva ancora in La mela nel buio). Più ancora che nelle fotografie, questa dolorosa forza centripeta è evidente nel ritratto che le fa Giorgio De Chirico nella primavera del 1945, mentre le voci degli strilloni che annunciano la fine della guerra irrompono nella quiete dello studio romano del grande pittore, a piazza di Spagna....

La cultura, come l'arte e la danza, non è lavoro / Flânerie ed ebraismo a Rio de Janeiro

Passeggiare per Rio de Janeiro dà una strana sensazione, come camminare dentro un nastro di Moebius, le vie ruotano di continuo attorno alla città, marciapiedi coperti dalla calçada portuguesa, che, con l'usura, si disconnette e diventa scivolosa. Sono giorni di pioggia. È agosto e ad agosto a Rio fa freddo, come qui a marzo o a ottobre. Qui tutto è vecchio, non antico, quasi antico. Sembra di stare in una città anni Sessanta (prima di allora non me le ricordo le città) anche se non manca la tecnologia avanzata.    Per comprare una scheda telefonica per il cellulare devi andare dentro al chiosco del giornalaio, che ha sempre un banchetto dove avviene la ricarica. Con 20 Reais ti danno una settimana di colloqui telefonici, forse di più, a volte ti regalano un bonus di 10 Reais, ti danno 2000 megabyte di connessione a internet, sempre in questo chiosco cadente arrugginito, vecchio. Per le strade vendono scarpe e zoccoli usati, radioline, braccialetti vecchi, stetoscopi (ne ho comprato uno a 3 Reais). Per dare un'idea di questo Real brasiliano, per capire a che spese si va incontro, bisogna considerare che oggi un Euro vale circa 3.70 Reais, quindi uno stetoscopio da...

Sfidare il linguaggio / Clarice Lispector. La parola materica

“È con un’allegria così profonda. È un tale alleluia” (9). L’inizio è allegro, e il canale aperto è quello del desiderio, in un perimetro senza tempo né forma: c’è solo la materia, quella ruvida del tocco, dello slittamento, dell’attraversamento di faglie scoscese. Il libro di Clarice Lispector, Acqua Viva (1973), tradotto in italiano e pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 2017, incede per movimenti progressivi che sgretolano la funzione significante della parola e celebrano l’eulogia del suo effetto materico. Acqua Viva è un corpo a corpo con la parola, da una posizione sofferta e obliqua, che della parola mostra la relazione con il corpo e il tatto, anziché il segno e il significato. È per questo che, in una delle prime mosse audaci di questa lotta energica, Lispector sconfessa il rapporto di privilegio tra parola e udito: “Mi accorgo che non ti ho mai detto come ascolto la musica… appoggio leggermente la mano sul giradischi e la mano vibra trasmettendo onde a tutto il corpo” (11). L’udito, creduto a lungo il destinatario d’elezione della parola, è la prima delle vittime designate, che lascia il passo a un sentire tutto corporeo – un corpo che è campo di...

Ritratto della grande scrittrice sudamericana / Clarice Lispector: dire l'indicibile

C'è qualcosa che deve essere detto, qualcosa che può esistere solo se nominato, con voce di carne, con parole mancanti, perdute. “Occorrerà del coraggio per fare ciò che sono in procinto di fare: dire. Ed espormi all'enorme sorpresa che proverò di fronte alla povertà della cosa detta. Non appena l'avrò detta, ecco che dovrò subito aggiungere: non si tratta di quello! non si tratta di quello!”   La scrittura è, per Clarice Lispector, uno scavo nell'indicibile, un rovistare tra resti di parole cadute che reificano pensieri ed emozioni e scompongono una realtà che rimanda sempre ad altro. Come se un pieno non potesse mai darsi, come se le cose non fossero oggetti afferrabili, ma trasparenze da trapassare con la mano alla volta di qualcosa che sta dietro, eternamente dietro. Una lotta agonale, quella della scrittrice brasiliana, per arrivare a un punto che ogni volta scivola via, spostato più indietro da una penna che cerca inesorabilmente un'origine che non c'è. Un'origine cancellata, come la sua, quella di una bambina che negli anni '20 arriva in Brasile dall'Ucraina, paese che le lascia in eredità soltanto la morte della madre, deceduta dopo aver contratto la sifilide a causa...

I documenti di Alejandro Zambra

“A volte la vita”, afferma Julio Ramón Ribeyro (1929-1994), “si compiace di offrirci compendi allegorici della realtà o, meglio, citazioni magnificamente scelte dal grande testo della storia che viviamo” (Scritti apolidi, La Nuova Frontiera, trad. a cura di Gina Maneri, p. 25). Qualche riga prima, in un altro dei frammenti contenuti in questo zibaldone che, per la sua unitarietà, pare un diario, scrive: “Dato che siamo imperfetti, la nostra memoria è imperfetta e ci restituisce soltanto quello che non può distruggerci” (p. 24).   In altre parole, di nuovo le sue, ma stavolta parafrasate: del dolore e del piacere si può avere il ricordo, tuttavia, non siamo in grado di ricostruire la sensazione di quel ricordo. Altrimenti, vale la pena aggiungere, ce ne andremmo in giro fino alla fine dei nostri giorni scorticati da stati di coscienza permeabili a qualsiasi stimolo esterno o interno capace di riportarci ogni volta a un daccapo che ha tutte le caratteristiche della tortura.   Scritti apolidi, Julio Ramon Ribeyro   Con il pudore sentimentale che contraddistingue le pagine del libro I...

Animali domestici e squali equilibristi

Animali domestici (Adelphi 2015) di Letizia Muratori e L’equilibrio degli squali (Einaudi 2008) di Caterina Bonvicini sono due romanzi le cui autrici appartengono a una precisa generazione, quella delle nate negli anni Settanta e, almeno dal punto di vista anagrafico, inevitabilmente figlie di un periodo storico cruciale cui entrambe le trame di questi libri fanno riferimento in modo indiretto.   Che siano figlie di padri inutili come la dolce Chiara ritratta da Muratori, o figlie di madri peggio che problematiche come quella di Sofia, protagonista del romanzo di Bonvicini, è comunque l’ottica dell’eterna figlia quella con cui le protagoniste di questi due racconti tentano di restituire a chi legge, attraverso linguaggi molto diversi tra loro, una sorta di necessaria allucinazione. Uno shock che ridoni un minimo di vitalità a quell’impoverimento cui le minuterie quotidiane paiono destinate, e che insieme le salvi dalla remissività di crederle irrilevanti.   Ma Muratori e Bonvicini provano questa rianimazione anche assecondando ambizioni narrative più vaste. Nel 2004 entrambe le autrici compaiono su un’...

Dove e quando ho imparato a leggere

Fino a quarant'anni le letture erano sistematiche, dall'inizio alla fine. Oppure, quando il libro era proprio illeggibile, mi fermavo a un certo punto e abbandonavo. Perché ci sono libri illeggibili che sono insostenibili in un sistema di lettura completo, benché straordinari. Libri di genere e libri degenerati. La lettura per me non è stata esperienza lineare, ho faticato, combattuto col testo.   Lessi Cent'anni di solitudine sdraiato sul mio letto, senza dormire, nel corso di due giornate, cominciai un pomeriggio, finii il giorno successivo. Avrò avuto diciotto anni, con le pulsioni dell'età, agitato da questo infinito succedersi di amori esplosivi, di corpi conturbanti, di generazioni. Mi muovevo convulsivamente. Descriverei quell'esperienza come un'incubazione, il processo di trasformazione per i pellegrini di Epidauro presso il tempio di Asclepio. Li immagino immersi in una battaglia interiore tra Eros e Thanatos. A diciotto anni prevale Eros, lenzuola da lavare.   Gli anni di Márquez furono anche quelli di Thomas Mann, La montagna incantata, la tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli. Anche i...