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Daniel Libeskind

(6 risultati)

L’imperativo estetico / Peter Sloterdijk. Tutta la musica è “musica ritrovata”

Mentre in Germania Peter Sloterdijk diventa sempre più un oggetto-tabù del – per non dire una persona non grata nel – dibattito culturale, in particolare dopo una famigerata intervista rilasciata al magazine Cicero dal titolo “Das kann nicht gut gehen” (“Non può andare [a finire] bene”), in cui criticava le politiche di integrazione e accoglienza dei profughi del governo Merkel, in Italia continua la scoperta – grazie all’editore Cortina – dei testi che hanno affermato il filosofo di Karlsruhe come uno dei più rilevanti, oltre che controversi, pensatori viventi. L’ultimo volume pubblicato – L’imperativo estetico. Scritti sull’arte – dall’editore milanese è una versione ridotta (una selezione di 10 saggi, dei 20 presenti nell’originale) de Das ästhetische Imperativ, pubblicato ormai dieci anni fa da Sloterdijk come compendio delle proprie incursioni nei più disparati campi dell’estetica.    L’operazione di selezione da parte dell’editore italiano – va detto – è riuscita: dalla lettura del testo è possibile ben comprendere la poliedricità dello sguardo estetico di Sloterdijk, che è stato per 15 anni rettore di una delle più importanti Accademie di Belle Arti tedesche, la...

Torino, le rovine

L’Architettura non è un’Arte facile   L’Architettura non è un’Arte facile, sostiene Daniel Libeskind, architetto fra i più influenti al mondo, ebreo polacco, newyorkese di adozione, stimolato sulle recenti battute di arresto del suo controverso cantiere milanese Citylife. Certo è che il tormentato passaggio della nostra epoca nel giovane millennio ha segnato il manifestarsi conclamato di uno stato di crisi permanente e disatteso le speranze verso un futuro di nuovi paradigmi. A pagarne le spese più di altre discipline, è stata l’Architettura per la sua natura così compromessa alla capacità della società di esprimere i valori della giustizia e della bellezza.   Se il primato dell’Architettura è la complessità del suo linguaggio, saper ascoltare ed entrare in dialogo con i contesti, interpretare nel profondo la natura dei luoghi,  rendere espressivi e confortevoli gli spazi, nei suoi pieni e soprattutto nei vuoti, stiamo vivendo un’epoca infelice dove la pratica del costruire e disegnare gli spazi sembra aver smarrito il rapporto con l...

Berlino, Jüdisches Museum

Arrivandoci a piedi attraverso le strade animate di Kreuzberg, tra parchi colorati di hijab leggeri e bambini in canottiera, qualche educato graffito, biciclette e pannelli solari, il Jüdisches Museum di Libeskind, già tante volte incontrato nei libri e sulle pagine patinate delle riviste o dei lussuosi cataloghi di architettura, non fa poi tutta l’impressione che ti aspetti. Sarà forse per la presenza vistosa della vigilanza, o per l’accenno ordinato di coda, di qui le scolaresche, di là i visitatori singoli, o forse per il senso di precarietà dato dalle alte transenne che chiudono il cantiere della piazza di fronte, rumore di scavi e voci straniere, ma l’ingresso al museo attraverso la sua parte antica è più una formalità aeroportuale (apra la borsa, prego) che l’attesa emozione. Una volta entrati poi, navigare a vista tra biglietteria, infodesk e guardaroba seguendo il flusso regolato della folla ancora vociante contribuisce alla sensazione di percorrere l’ennesimo non luogo e la delusione è lì lì per affiorare, tenuta fortunatamente a bada dalla serietà e dall...

Rosalind Krauss. Under Blue Cup

Quello che sto per scrivere non suonerà come un’indiscrezione, perlomeno tenendo conto di quello che i lettori più affezionati di Rosalind E. Krauss – la più brillante storica e critica d’arte contemporanea americana, con un nutrito seguito anche in Italia – si raccontano a mezza bocca da dieci anni. Ma soprattutto non suonerà come un’indiscrezione per una ragione più sostanziale, che è l’oggetto principale dell’ultimissimo libro di Krauss. Procediamo per ordine: fine 1999 a Manhattan, in uno dei migliaia di taxi che sciamano a zig zag sfidando la griglia urbanistica della città, Rosalind Krauss vive un’esperienza quasi letale: la rottura di un aneurisma. Raggiunto l’Ospedale di New York a bordo dello stesso taxi viene ricoverata d’urgenza e si salva per un pelo. L’emorragia cerebrale ha pertanto delle conseguenze devastanti sulla sua memoria. Il XX secolo si chiude per Krauss con un vero e proprio azzeramento, un reset dei suoi ricordi.   In tanti consideravamo The Optical Unconscious (tr. it. L'inconscio ottico, Bruno Mondadori 2008) – uno dei...

La solitudine dell’architetto

Recentemente Stefano Boeri, per spiegare alcune sue prese di posizione in merito a diverse questioni riguardanti la città di Milano non in linea con quelle del sindaco Giuliano Pisapia e della sua giunta, ha avuto modo di affermare: “Nel modo in cui faccio politica ho portato molto del mio lavoro: un progettista lavora spesso in solitario”.   A prima vista l’affermazione può apparire paradossale, o forzata. Chi meno solitario dell’architetto? Ovvero, chi più dell’architetto è – verrebbe da dire “per antonomasia” – inserito all’interno di un tessuto relazionale, è immerso nel corpo vivo della società? Chi è più teso – e a volte addirittura conteso – tra committenti, amministratori, finanziatori, costruttori, esecutori, semplici cittadini, abitanti, utenti? Per non parlare dei suoi stessi collaboratori, degli eventuali allievi, ammiratori, lettori – uno stuolo di persone che, letteralmente o metaforicamente, affiancano pressoché in ogni circostanza l’architetto. Insomma, chi è più “pubblico” dell...

I manifesti elettorali di Letizia Moratti

  Letizia Moratti che abbraccia gli anziani; Letizia Moratti in mezzo ai giovani; Letizia Moratti ecologica; Letizia Moratti urbanista; Letizia Moratti spazzina; Letizia Moratti maestrina; Letizia Moratti mammina…   La campagna elettorale di Letizia Moratti per la poltrona di sindaco di Milano è incentrata su uno degli stereotipi più triti della politica italiana contemporanea: quello del politico (e nella fattispecie, del sindaco) “tuttofare”. Per di più, rispetto ad analoghe “performance” precedenti – specie berlusconiane – quella della Moratti è caratterizzata da un tasso di retorica e da una fiacchezza davvero difficilmente immaginabili ed eguagliabili. Immagini “costruite” in modo estremamente banale, e al tempo stesso artefatto, dove le comparse raggiungono il non invidiabile risultato di apparire “stanche” del loro ruolo, e dove la stessa attrice protagonista pare essere a disagio e mostra un volto che è tanto digitalmente manipolato quanto pateticamente smarrito, quasi fuori luogo.   Tutto ciò rientra comunque nelle consuete strategie...