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Didi-Huberman

(7 risultati)

Una mostra a Milano / Muybridge. Fotografia in movimento

Grande appassionato di cavalli, il ricco e influente Leland Stanford chiede nel giugno del 1872 a Eadweard Muybridge di fotografare la corsa del suo celebre Occident per verificare la tesi che c’è un istante durante il galoppo in cui il cavallo ha tutte le zampe sollevate da terra: comincia così la storia della cronofotografia. Muybridge si era trasferito nel 1850 dalla natìa Gran Bretagna negli Stati Uniti, per il suo lavoro in ambito editoriale e librario, poi, dopo qualche anno passato di nuovo in Gran Bretagna, dal 1866 si era stabilito a San Francisco. Qui aveva avviato un’attività fotografica professionale, dedicandosi a soggetti vari, soprattutto paesaggistici, di cui nella mostra milanese (Muybridge Recall, a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio, al Palazzo delle Stelline, fino al 1 ottobre) ci sono alcuni esempi significativi. Ambizioso ed eccentrico, accetta la sfida e la decisione segna da quel momento il tracciato della sua vita, che sarà tutta dedicata al miglioramento, alla variazione e alla diffusione della sua invenzione.   La sfida consisteva nel fatto che l’occhio umano non riesce a cogliere con certezza la posizione delle zampe e i dettagli del...

Nuit Debout (parte II) / Parigi. Il marzo infinito

#75marzo. Tre giorni fa la Loi Travail è scandalosamente passata grazie al 49.3 (articolo della Costituzione che consente al Governo di adottare una legge senza il voto del Parlamento) ma le notti passate in piedi sono molte di più, e il Movimento «ne lâche rien» (non molla), anzi. La città si accende di nuove occupazioni e investimenti di spazi fortemente simbolici. Il #73marzo, mentre gli studenti occupavano un’ala delle Beaux-Arts con i militanti di Nuit Debout, l’AG (assemblée générale) si è tenuta tra lo sbocco di un ponte e i semafori spenti sul Quai d’Orsay davanti all’Assemblée Nationale, e faceva un certo effetto vederle giustapposte, queste due assemblee. …mentre scrivo leggo su Le Monde che l’occupazione delle Beaux-Arts è stata sgomberata dalla polizia stamattina e ho un moto di sconforto, mi dico che è tardi, che questo entusiasmo dovevo scriverlo prima, sbrigarmi prima a raccontarli, questi giorni; poi penso alla disciplina e alla determinazione della piazza, che fa i bagagli e si autosgombera ogni sera per tornare il giorno dopo, adesso ancora più motivata dal colpo di mano di un primo ministro che per applicare una legge iniqua ricorre a uno strumento...

Purtroppo ti amo. La fotografia si dichiara al suo territorio

L’intima convivenza che porta spesso la fotografia e il territorio a incontrarsi è un concetto tutt’altro che banale, come potrebbe invece apparire d’acchito. La rappresentazione del luogo che ci circonda, che con lo sguardo circondiamo, è una dichiarazione affettiva che ha riempito tele pittoriche fin dagli albori dell’arte del pennello e della tavolozza e può sembrare – perché di fatto è – naturale che la fotografia abbia calcato le stesse strade. E, pure, ri-calcandole, guardandole nuovamente, riscrivendone le tracce.   La fotografia di paesaggio è infatti, spesso e facendo di ciò la propria peculiarità, fotografia di passaggio. La dimensione temporale che essa abita è quella dello sguardo/occhiata e non tanto quella dello sguardo/contemplazione (decisiva la differenza tra i termini inglesi glance e gaze, proposta dal filosofo americano Edward S. Casey in The world at a glance, differenza che le traduzioni rispettivamente di “occhiata” e “sguardo” non rendono così efficacemente). E non per questo, la fotografia diventa meno capace di...

Cannes, l'America e noi

È l’edizione numero 68 ma non è certo tempo di rivoluzioni al Festival del Cinema di Cannes. Nonostante l’avvicendamento del presidente, che non è più il cinecritico Gilles Jacob ma l’ex businessman di Canal + Pierre Lescure, figura molto più marketing oriented, il programma non sembra averne risentito e si muove nella linea di una sempre più autocentrata e autocelebrata  conservazione cannoise. A essere onesti c’è da dire che la selezione presieduta come sempre da Thierry Fremaux quest’anno ci è sembrata essere persino un po’ meno paludata e conservativa dell’anno scorso, anche se molti dei nomi noti più audaci sono finiti fuori dalla mostra concorso, in Un Certain Regard e alla Quinzaine des Réalisateurs (tra questi Apichatpong Weerasethakul, Brillante Mendoza, Philippe Garrel e Miguel Gomes). Tra le poche novità ce n’è senz’altro qualcuna negativa, come la scelta del film d’apertura che al posto del classico blockbuster americano è ricaduta su un’opera francese di apparente taglio sociale – in realtà spiccatamente conservatrice –, La Tête haute di Emmanuelle Bercot che riesce senza alcun disagio apparente a fare un’apologia senza ombre del sistema giudiziario francese...

Atlanti e fantasmi Redux

Imagine no museums   Dopo Atlas. ¿Cómo llevar el mundo a cuestas? al Reina Sofía di Madrid, allo ZKM di Karlsruhe e alla Sammlung Falckenberg di Amburgo (2011), dopo Histoires de fantômes pour grandes personnes al Fresnoy, Studio national des arts contemporains di Tourcoing, al Museu de Arte do Rio in Brasile e al Beirut Art Center in Libano (2012), apre al Palais de Tokyo di Parigi l’ultima volet di questo percorso espositivo: Nouvelles Histoires de fantômes (fino al 7 settembre). Curatore e ideatore è Georges Didi-Huberman, lo storico dell’arte francese più influente degli ultimi trent’anni, che chiude così il periplo attorno alla figura e al pensiero di Aby Warburg.   Atlas non era una semplice mostra itinerante, ma un atlante aperto a configurazioni ed estensioni ogni volta diverse a seconda delle sedi espositive e dei prestiti accordati. Preso atto della difficoltà o del disinteresse istituzionale (leggasi il Centre Pompidou) verso una tappa francese di Atlas (“nemo propheta in patria”), Didi-Huberman ha accettato l’invito di Alain Fleisher di reinventare il...

La Germania ad uso del Louvre

Collaudo   Nel corso degli anni ho collaudato e affinato un protocollo per visitare le mostre d’arte. Quando entro nella prima sala conosco a malapena il titolo dell’esposizione. Ne ho sentito parlare da un amico o alla radio, ho intravisto un’affiche sulla metro o il catalogo nella vetrina di una libreria, ho ricevuto una newsletter, in alcuni casi persino un invito per inaugurazioni spesso disattese. Certo, anche quando mi pare d’inciampare nella mostra sono immerso in un orizzonte di attese, tuttavia m’illudo che questo non interferisca troppo con la visita, che resti un brusio di fondo. Né faccio alcunché per foraggiare queste attese: ignoro i prestampati in distribuzione all’ingresso, il pannello introduttivo e quelli sulle singole sezioni. Girovago per le sale guidato dalla sola curiositas. Una forma, un colore, un suono, un movimento captano la mia percezione o la mia memoria; le gambe e il corpo vengono attratti dalla fonte potenziale di godimento. Pari a quella di una zanzara magnetizzata dal neon viola è la mia incoscienza. Raramente annoto qualcosa sul taccuino. Del resto cosa c’è da...

Roland Barthes

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Strano destino, quello di Roland Barthes. Fra gli intellettuali più noti e più citati del Novecento, critico militante e pensatore snob, scrittore raffinato e analista minuzioso di riviste di moda, semiologo rigoroso e nemico giurato d’ogni metodologia, entusiasta scopritore delle leggi narratologiche e oracolo della dispersione del senso, caustico mitologo della società di massa e massimo teorico del piacere del testo, omosessuale e riservato cultore del corpo polimorfo, Barthes ha finito per non avere eredi. In molti si sono accalcati, all’inizio, nell’immaginario studio di un improbabile notaio, nella speranza di un testamento...