Il libro degli esseri improbabili
Se dividere gli animali in categorie è idea risalente ad Aristotele, è nel Settecento, col Systema naturae di Linneo, che ha origine il concetto di specie. Nonostante le incertezze – inizialmente la balena, a suo dire, è un pesce – è con l’opera del naturalista svedese che gli animali e le piante (e in minor misura i minerali) trovano una collocazione ordinata nella sua tassonomia universale. E, soprattutto, ottengono un nome scientifico, secondo l’ordinamento binomiale destinato a durare fino ad oggi. Usando il latino, Linneo trova spunti ovunque: nelle caratteristiche morfologiche, nell’origine geografica e nel comportamento di animali e vegetali; oppure nell’apporto della tradizione classica o nel riuso dei nomi di naturalisti che amava o che detestava. Quando pubblica la prima edizione del suo libro, nel 1735, il numero delle specie che vi ha catalogato è ancora ridotto. Le versioni successive aggiungono centinaia di pagine all’originario smilzo libretto e le specie ammontano a più di quattro migliaia. Linneo, che è un fissista, è convinto di aver quasi esaurito la ricognizione del vivente. Non può immaginare che le specie siano molte di più, probabilmente un centinaio di milioni, in gran parte ancora oggi ignote. Sul piano onomastico, il lavoro di Linneo è una rivoluzione. Quanto ha fatto lo pone, lui figlio di un pastore protestante inizialmente avviato a seguire le tracce del padre, nella condizione di un nuovo Adamo. Cosa appare evidente? Linneo dimostra che gli animali esistono non solo quando li vediamo – con frequenza o una volta nella vita – ma anche (o soprattutto) quando, dopo averli raggruppati secondo un modello standard, diamo loro un nome. In qualche modo era quello che aveva intuito anche il suo coetaneo Buffon, che però, ispirato da Guglielmo da Ockham, riteneva che le specie fossero solo un nome, pura astrazione creata per raggruppare individui. Insomma, il nome è l’animale. E lo è a tal punto che per secoli il nome era stato sufficiente per dare vita anche ad animali che non erano mai esistiti. È il presupposto di ogni bestiario. Operazione che nel Novecento ha ripreso Borges nel Libro degli esseri immaginari e che, al contrario, dando visibilità e nome a creature improbabili ma esistenti, è all’origine di Il libro degli esseri a malapena immaginabili di Caspar Henderson.

È per questa via – quella delle fantasie che germogliano dall’atto del nominare – che si va a finire leggendo il divertente libretto Il felicottero ed altri animali anomali di Paolo Pergola e Andrea Carlo Pedrazzini, edito da Exòrma. Perché Pergola, che è zoologo e scrittore, e Pedrazzini, che è disegnatore (impegnato da più di vent’anni col De Bestiarum Naturis, raccolta di centinaia di illustrazioni di animali), dimostrano che, a ben vedere, l’epoca dei bestiari non è finita e che, con la chiave dell’ironia, gli animali possono ancora nascere dalle parole, trasformandosi in immagini e diventando, per un attimo, irresistibilmente veri. Pergola è membro dell’Oplepo (Opificio di letteratura potenziale, parallelo del leggendario Oulipo francese), un “gruppo di bizzarri ingegni”, come scrive Stefano Tonietto nell’introduzione, “che elaborano e mettono in pratica, nelle loro scritture, certe precise regole”. In Il felicottero il vincolo (la cosiddetta contrainte) è lo scarto di una lettera. Rispetto all’originale, quindi, una lettera all’inizio, alla fine o al centro del nome dell’animale viene alterata. Quasi sempre una sola. Ma con effetti dirompenti sulla natura dell’animale, che, a causa del nome – sempre rigorosamente affiancato da un’improbabile nomenclatura binomiale – acquisisce fisionomie e attitudini diverse rispetto alla specie originaria, quella che non ha subito la “mutazione” della lettera. Così l’anaconta “passa la maggior parte del tempo a testa in su, a guardare se ci sono pappagalli sugli alberi, e a contarli”. Mentre l’aquila leale è arrivata sull’orlo dell’estinzione perché avverte le prede del suo arrivo. Il bradopo è più lento del suo quasi omonimo e tende a procrastinare tutto. Se si va a pesca del bronzino è indispensabile la calamita, ma dal capodaglio, per via del suo “alito pesantissimo”, è meglio tenersi alla larga. Quasi impossibile da avvistare è la “sempre vigile e attentissima” cavallerta, al contrario di quanto capita col coccobrillo, invariabilmente rintracciabile in prossimità dei “bar del molo, dove aspetta che gli arrivino liquami alcolici che beve in gran quantità”. Una doppia in più cambia il servizio che l’animale rende all’uomo: il cricetto, con la sua “caratteristica di pesare esattamente un etto”, “era usato nei tempi antichi come unità di peso e ogni commerciante dell’Eurasia ne possedeva almeno uno”. Peccato che ormai sia estinto il donosauro, che “aveva la forma di un enorme pacco regalo con tanto di fiocco sul dorso invece della tipica cresta dei dinosauri”. Né una né due gobbe sulla schiena, ma quattro droni: ecco fatto il dronedario, che con questa forma si solleva in aria in verticale quando cerca zone dove abbeverarsi. In qualche modo procede come il felicottero rosa, che con le ali a forma di pale può “atterrare e decollare sul posto”. Più statico è invece l’erbellino, che, “consapevole del proprio aspetto estetico estremamente attraente”, passa il tempo “a rimirarsi allo specchio e a lisciarsi il pelo”. Il gamberotto non se lo può permettere: la sorte di specie lo costringe a vivere nella frammentazione, per cui non se ne danno “esemplari intatti”. Alcune varianti facilitano le vocazioni artistiche: il ghebardo comune è una specie canora che “si accompagna con uno strumento simile alla lira” per narrare al popolo della savana le gesta dei suoi simili. Quando si trovano insieme, i ghiri gori scarabocchiano tutto quanto hanno davanti, usando le zampe “a mo’ di pennarelli indelebili”. Intrattabile è la givaffa di cui abbiamo traccia esclusivamente per via di insulti sonori indirizzati agli astanti, maniacale è la iena radens, la cui azione depilatoria è il “motivo principale per cui non esistono animali a pelo lungo nella savana”. Utile per le nostre esigenze è il corpo del lombricco, “che ha la capacità di arrotolarsi su se stesso fino a formare un recipiente con beccuccio nel quale si può tranquillamente preparare il caffè o bollire il latte”. Sofferente per evidenti motivi è l’orso bipolare, ma lenitivo per gli umani in ambasce è il pappacallo medicinale, “specie di uccello tropicale che si ciba principalmente dei calli della gente”. Attenti alle nostre necessità sono il paramocio, “con cilia in microfibra” e il “pitoner”, che le copisterie conservano in gabbie apposite; impresentabile è invece il pettirozzo, il cui richiamo “è una sequela di insulti”. Con un po’ di attenzione, nelle “notti di luna piena” è possibile vedere colonie di ricci di Marx mentre tengono un singolo pedicello alzato, “con la ventosa chiusa a pugno”. Impegnativo è l’ufficio del rinocaronte che trasporta nel corpo a forma di barca i resti delle prede da una riva all’altra dei fiumi africani. Lo scaravaggio è un insetto che è solito nutrirsi di frutta, ma solo “quella dipinta sulle tele di artisti italiani della fine del Cinquecento”. Il tabiro ha al suo attivo un romanzo esistenziale. La trotta cammina e corre sui fondali sabbiosi di laghi e di fiumi. Lo zippopotamo è uno strano ibrido che brucia tutto quanto lo circonda con vampate letali. Che dire? Pergola e Pedrazzini indubbiamente giocano con gli animali – non solo con i loro nomi, ma anche con la loro forma e con quelli che la scienza chiama etogrammi, cioè il repertorio dei comportamenti della specie. Si sorride, perché disegni e giochi di parola sembrano capaci di generare infinite combinazioni tutte piacevolmente logiche nella loro infondatezza. Ma anche questo, come tutti i giochi, chiama in causa qualcosa in più. Fare e disfare il mondo degli animali immaginandoli e riproducendone morfologie e gesti secondo tracciati di fantasia è pratica antica, a parere degli antropologi è uno stadio che tutte le culture umane hanno attraversato, una sorta di passaggio obbligato prima dell’accesso alla dimensione della razionalità. Che sia ancora possibile “giocare con gli animali” oggi forse non serve a dare consistenza e appigli alle nostre paure per poi lasciarcele alle spalle. È più probabile che suggerisca altro, magari che tutto è casuale e ricco di incroci possibili, che nulla è per sempre, e che, se guardiamo con attenzione, potrebbe transitarci accanto una formoca, l’insetto sociale composto non da tre ma da due segmenti, sorprendentemente identici alla moca del caffè.