Dress code 22. Umberto Eco
L’abito parla il monaco, parla il corpo e parla l’intellettuale italiano più noto al mondo: Umberto Eco. Basta guardare i ritratti di Tullio Pericoli – che lo divertivano tantissimo – oppure le sue iterazioni fumettistiche in Topolino e Dylan Dog, o ancora il monumento dedicatogli nella sua Alessandria, per capire che alcuni indumenti sono strutture sintattiche della sua strategia discorsiva. Cappello a falda larga, di feltro o di cotone, chiaro o scuro a seconda della stagione e dell’outfit; occhiali da vista; giacca; gilet di lana; camicia a righe – spesso colorate –; cravatta – regimental o monocolore –; jeans o pantaloni; scarpe rigorosamente di fattura inglese.

Nelle mille vite vissute da Eco troviamo altrettante varianti del suo stile personale, associate a citazioni, anche vestimentarie: il cappello “deerstalker”, celebre grazie a Sherlock Holmes, o, nel periodo in cui usava il bastone, il racconto – divertito – che vi celasse una lama, figura tipica dei romanzi d’avventura.

E ancora il mezzo sigaro toscano spento, che teneva tra le labbra a lezione e ai convegni, preceduto da sigarette – forse Merit – e pipa. Nella prima fotografia pubblicata sulla stampa nazionale, Eco viene ritratto con sigaretta e senza barba su “La Settimana Radio TV” del novembre 1961, in qualità di curatore di collane filosofiche per Bompiani.
La barba è il suo segno distintivo più marcato – non “iconico”, aggettivo che non amava – e fa notizia quando, nel novembre 1990, se la taglia lasciando solo i baffi, come riportato da Epoca nell’articolo “In barba alla vignetta”. Pericoli, in un’intervista a la Repubblica, indica il suo volto come modo simbolico di espressione e comunicazione, riconoscibile per “un paio di occhiali, un bel naso e la barba”. Senza barba non riusciva a vederlo, arrivando a disegnargliela sul volto sbarbato una sera di Capodanno, con un tappo annerito dal carbone.

Una barba addirittura modellizzata da Simona Bulgari che, a partire dalle caricature di Pericoli, realizza il “quadrato barba-semiotico” nel saggio dedicato a Eco per il volume in onore dei suoi sessant’anni, curato da Patrizia Magli, Giovanni Manetti e Patrizia Violi, Semiotica: storia e interpretazione (Bompiani, 1992). Così su Eco vediamo un’incolta barba marxista opposta a una più lunga e classica da filosofo à la Platone; una cerimoniale nello stile di Ramses II – emblema di saggezza e immortalità – in contrapposizione alla barba mondana nella foggia di Manet, a rappresentare le sfaccettature del multiforme ingegno del “tuttologo”.
Lo stile di Eco attraversa una soglia: chi l’ha avuto come Professore riconosce un prima e un dopo Il nome della rosa, che segna il passaggio da accademico a scrittore di fama internazionale. A Bologna saliva in cattedra con giacche modello sahariana da intellettuale sessantottino, poi sostituite da blazer più classici per calcare la scena mondiale.

Nei rari momenti dell’anno dedicati all’otium, a Monte Cerignone, il suo buen retiro, lo si vedeva in cardigan, maglioncino, camicie a maniche corte o t-shirt, consapevole di essere pienamente ozioso e al contempo occupato. In realtà la t-shirt la indossava anche a Urbino, durante gli annuali seminari di semiotica: memorabile quella con Charlie Brown con cui entrò nell’anfiteatro, seguito da un codazzo di allieve e allievi in fila, interrompendo una lezione di Paolo Fabbri.
Ricordo di essere rimasta colpita dal suo trench Burberry – ho controllato la marca con alcune acrobazie – visto a un congresso dell’AISS – Associazione Italiana di Studi Semiotici – tenutosi a Teramo nel 2014, e di aver pensato: allora non è riprovevole vestirsi griffati se si è intellettuali. In quell’occasione, durante l’intervento in plenaria, aveva osservato la consueta alternanza tra registro alto e basso inserendo un riferimento a Belen Rodríguez – di cui purtroppo non ricordo il contesto, a differenza dell’outfit, immortalato nel primo selfie tra “semi-ottici”, parole sue.

Eco evidenzia il rapporto abito-corpo e l’influenza degli indumenti sul contegno. In uno dei pochi testi dedicati interamente alla moda, “Il pensiero lombare” del 19 (ora in Il costume di casa), racconta la tragicommedia quotidiana di indossare indumenti che “costringono” respiro, organi interni e movimenti, rendendoci coscienti dei mutamenti di stato e di peso. Pur trovando comodi i blue-jeans perché non si sgualciscono e resistono alle macchie, osserva che il capo casual per eccellenza impone in realtà un’etichetta, un codice comportamentale: “Di solito sono sguaiato, mi seggo come viene, mi abbandono dove mi piace senza pretese di eleganza; i blue-jeans mi controllavano questi gesti, mi facevano più educato e maturo”.
Riflette anche su quanto il corpo femminile sia stato condizionato da tacchi a spillo e indumenti aderenti, corti, arrivando alla conclusione che l’abito-armatura abbia influenzato la “moralità esteriore”. Eco tiene conto degli stati del corpo, menziona addirittura la compressione degli indumenti durante il periodo mestruale – disastrosa, posso confermarlo – perché l'impatto dei capi sì, fa pensare in modo diverso, tanto che nei momenti ad alto tasso intellettuale, dovremmo indossare tute o tuniche. Non a caso Eco elogia il saio dei monaci perché fa esperire la libertà del ventre senza pressioni sulla regione lombo-sacrale. Abiti poveri che rendono ricchi di interiorità, liberando il flusso dei pensieri dalla schiavitù dell'ossessione esteriore. E qui, rileggendolo, mi rendo conto di quanto Eco, alla fine dei conti sia stato illuminante anche su una questione di genere, perché la donna viene schiavizzata da indumenti-armatura che le hanno imposto un contegno vezzoso, “eccitante”, rendendola oggetto sessuale del patriarcato per complicarle la vita da soggetto pensante. Elucubrare nei panni femminili e non in comode tonache o felpette è questione complessa e ammirevole, oserei dire.

Linee, tagli, cuciture e volumi portano il corpo a muoversi in un determinato modo, ad assumere una certa postura, perché, spiega Eco, imponendo un contegno esteriore gli abiti sono artifici semiotici, ovvero macchine per comunicare. Se le strutture sintattiche della lingua influiscono sul modo di articolare il pensiero allora anche quelle del linguaggio vestimentario plasmano il modo di vedere il mondo e in modo molto più fisico della consecutio temporum o dell’esistenza del congiuntivo. I capi d’abbigliamento inducono a tenere un contegno e a preoccuparsi di cosa può succedere al corpo e all’abito a seconda dei gesti e delle situazioni, sviluppando, così come accade a Eco mentre indossa i suoi jeans probabilmente comprati a New York – dove amava fare shopping –, una sorta di eterocoscienza, o, meglio ancora, un’autocoscienza epidermica perché l’indumento orienta comportamenti e relazioni. L’indumento è sì un oggetto di moda, ma è dotato di uno statuto particolare per via della sua valorizzazione estetica, perciò va considerato un’affordance dalle qualità sinestesiche con un sistema di valori incorporato. L’indumento ingloba una somma di stili, di chi lo realizza e di chi lo indossa, identità sociali e culturali, riferimenti anatomici, e le sue funzioni si determinano proprio a partire da questi elementi e dalla sua morfologia. La sintassi dei capi racconta la storia di chi li indossa, poiché manipola la persona secondo un dover-fare, ossia il modo in cui si propone alla società, presupponendo una competenza acquisita, un saper-fare, che conduce all’azione, all’occasione d’uso più adatta. Tra l’indumento e chi lo indossa si instaura un contratto che presuppone un fare persuasivo e interpretativo, entrambi tradotti per mezzo del corpo e della sua relazione con i contesti d’uso.
Possiamo vedere ogni persona come parte del discorso quotidiano della moda, in cui l’abbigliamento individuale si configura come sottocodice: una convenzione radicata che connota un modo di essere riconoscibile, come quello dell’intellettuale brillante. Ogni gruppo sociale e culturale si fregia di un determinato stile che, come scrive Umberto Eco su Panorama del 18 dicembre 1975, n. 103, veicola “un vero e proprio messaggio”, in quanto l'appartenenza argomenta la rappresentazione identitaria. Secondo Eco difficilmente si scelgono indumenti e accessori a caso, “senza avere la netta sensazione di fare una scelta ideologica: o almeno, di stendere un messaggio, una lettera aperta ai passanti, e a coloro che incontrerà durante la giornata” (Eco 1972). Anche se Eco si riferisce a una cravatta, è chiaro che “l’abbigliamento è comunicazione” e va considerato “nel quadro di una vita “associata”, o nell’ambito di una forma di vita da “semiotico” per l’appunto.

Se l’abito è una macchina per comunicare, Eco non l’ha mai lasciata in folle. Ha abitato i tratti distintivi del suo stile come si abitano le categorie, argomentando l’autocoscienza epidermica dei jeans, le falde del cappello, le montature degli occhiali – dalla celluloide al metallo – fino a giungere alle varie forme della barba. Ogni forma impone un contegno, ogni tessuto orienta un gesto, ogni t-shirt è un atto teorico.
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