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Edgar Degas

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Daniel Halévy / Degas parla

Edgar Degas è stato un personaggio straordinario, artista riconosciuto ma problematico almeno tanto quanto chiacchierato il suo carattere. Sicuramente le due cose vanno insieme, arte e personalità, per questo le testimonianze dei contemporanei sono determinanti oltre che gustose da leggere. Con la pubblicazione di Degas parla di Daniel Halévy (Adelphi, Milano 2019, traduzione di Tommaso Pezzato) in italiano ne abbiamo tre che è interessante, forse necessario, vedere insieme. Artista problematico, dicevo, perché al di là del valore indiscusso resta il più tradizionalista degli impressionisti, gruppo al quale è assimilato ma a nessuna delle peculiarità del quale aveva aderito veramente (l’en plein air? Uh, quanti spifferi!, diceva), ponendo così un problema storico non peregrino, tanto da essere impugnato perlopiù e tutt’oggi per argomentazioni conservatrici. Ma l’apparente contraddittorietà del suo carattere mette subito sull’avviso che in gioco c’è un nodo difficile da districare, un “segreto” che forse scavalca, con un “salto della tigre” direbbe Benjamin, le questioni legate a una visione della storia dell’arte progressiva.     Partiamo da Paul Valéry (Degas Danza...

Manuele Fior. Mondi dietro mondi

Un sogno dentro un sogno dentro un sogno. Sfogliare Le variazioni d’Orsay, l’ultimo lavoro di Manuele Fior, equivale a cadere, morbidamente, da una linea – a volte chiara, a volte claire – sulle tinte pastose di Rousseau e sulle linee vaporose di Degas. Disegnate per il Musée d’Orsay (pubblicate in Francia con Futuropolis e in Italia con Coconino Press), le tavole delle Variazioni nascono per celebrare quello che è uno dei musei più importanti di Parigi e di Francia, ma non in modo didascalico. Come l’atmosfera della Parigi dei primi del Novecento aderisce ancora, suo malgrado, alle sale della vecchia stazione eretta per l’Exposition Universelle, così la storia dei Fauves e degli Impressionisti è per Fior nell’impasto dei colori e nella consistenza delle pennellate, e ancora, risalendo lungo pigmenti e pennelli, nell’impeto di chi li ha lasciati sulla tela.   Manuele Fior, Le variazioni d’Orsay, Coconino Press 2015   È all’inseguimento di questo movimento dalle creazioni ai creatori che la linea di Fior si getta, senza paura di assumere le sembianze di chi...

Il cane di Corot e Doisneau

E c'erano un Inverno di Millet e un piccolo paesaggio di Corot, bellissimi che nessuna riproduzione manco lontanamente rende l'idea. E poi quest'altro Corot, bello, che ho capito dove Doisneau ha preso il cane della famosa fotografia: uguali, anche la taglia e il colore. E se non l'ha preso ma solo trovato, è lo stesso. Il nesso, la memoria, c'è in chi guarda. Il tempo va indietro e torna avanti. Funziona così. In me, almeno.     E poi c’era l’autoritratto di Degas mentre saluta con il cappello a cilindro e soprattutto il piccolo, splendido Ritratto di Henri Michel-Lévy nel suo studio, del 1879. Che gran pittore è Degas! Un suo minuscolo desolato autoritratto da vecchio, della collezione di Emil Buehrle se ricordo bene, è uno dei miei preferiti in assoluto. Questo del suo amico Henry è quasi dello stesso livello. Il pittore è appoggiato al muro, o meglio: a una tela appesa al muro, con la testa leggermente reclinata, lo sguardo, si direbbe, torvo, più che concentrato o severo, accentuato dal fatto che metà del viso è in ombra per effetto della direzione...

Lo sguardo di Valentine

Ecco un dipinto del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Quando tempo fa mi è cascato sotto agli occhi, grande è stato il mio disinteresse: un paesaggio spoglio e convenzionale, esteticamente scialbo, ancor più se considerata la data d’esecuzione, 1915. All’epoca c’erano già le avanguardie, i collages, il cubismo e sulla Svizzera stava per abbattersi la tempesta dada che spazzerà via l’idea di arte in voga sin dal Rinascimento. Nell’occhio del ciclone, Hodler non trova niente di meglio che piantare il cavalletto ai bordi del lago Lemano (o di Ginevra) e dipingere il sole che scompare dietro le montagne – un rigurgito impressionista mi viene da pensare, come una cartolina inviata dalla zia da un resort vacanziero. Un’opera marginale rispetto alla storia della pittura ma anche rispetto a quel poco che conosco dell’artista. Il mio conto con Hodler è presto chiuso.   Per caso o per serendipità qualche settimana fa ritrovo lo stesso dipinto. Identico il mio sentimento di sufficienza, ma questa volta guardo meglio e leggicchio qualcosa. È così che Coucher de soleil sur...

Woody Allen. Midnight in Paris

Tanto per chiarire le cose, è innegabile riconoscere che se Woody Allen un film come Midnight in Paris l’avesse girato venticinque anni fa, probabilmente gli sarebbe venuto l’ennesimo capolavoro dei suoi straordinari anni ottanta. Oggi, però, Allen non ha più la grazia dolente dei tempi di La rosa purpurea del Cairo e di Radio Days, non ha più la voglia di raccontare storie e tratteggiare figure fragili come quelle che popolavano i suoi film più nostalgici ed elegiaci. Oggi il suo cinema è distratto, talvolta evanescente, non superficiale ma spesso rinunciatario. A ogni giro venuto bene ci si riprende dalla delusione di aver visto evaporare un genio, e inevitabile scatta la frase “questo è il migliore tra i suoi ultimi film”; mentre a ogni giro venuto male ci si gira dall’altra parte e si fa finta di niente. La pratica critica è tanto ingiusta quanto inutile, ma soprattutto riproduce in modo sorprendente la dinamica dei sogni e dei desideri dei personaggi di Midnight in Paris: questa volta, insomma, Woody sa di cosa parla e sa a chi si sta riferendo. Non tanto ai suoi spettatori, quanto a chi...