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Ermanno Rea

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Raccontare, raccontare, raccontare / Working Class Storytellers

Non avrai altro Dio all’infuori di Steve Jobs. Non desiderare la start up di altri. Ama la mission come te stesso. Ricordati di santificare le skills.   Era già successo ai borgatari raccontati da Pasolini.  Una progressiva perdita della propria identità e di una cultura autonoma. L’iniziare a vergognarsi di chi si è, il voler dimenticare il mondo a cui si appartiene. La voglia di aderire ad altri modelli, vivere le vite degli altri.  E poi quelle carte d’identità modificate, il sottoproletario che scrive “studente” nel campo della professione per non dire chi è veramente.  È risuccesso anche dopo, se volete una data la mettiamo, così, per capirci: 14 ottobre 1980. Il giorno simbolico della cesura, la retorica della fine: da lì in poi possiamo chiamarla sconfitta, preferibilmente accompagnata dal suffisso «storica». È la «marcia dei quarantamila» di Torino, quella dei quadri, dei colletti bianchi, dei capi. Che fossero meno, più o meno spontanei, poco importa. Da lì in poi non c’è più la «centralità operaia», stop a quell’idealtipo sociale: austero, fiero, dignitoso. La narrazione politica sino a quel momento aveva forgiato il mito.  Negli anni Settanta c’...

È morto a 89 anni / La severità pietosa di Ermanno Rea

Ermanno se n’è andato. Come in altri suoi bei libri, anche in Napoli ferrovia ha saputo guardare la sua città (e l’Italia) in un modo speciale. Riprendiamo questa recensione di Raffaele Manica perché ci sembra tocchi alcuni tratti essenziali della personalità di Rea.   Ci sono romanzi che, nel punto strategico che sono le prime pagine, presentano se stessi: «Un grande scrittore una volta disse di amare soltanto le storie “dettagliate ed esatte”. Io la penso come lui». Così, cominciando a muoversi con nitore di percezione nella sua materia, che sembra sempre notturna; giudicando con fervore, come si vede anche nell’organizzazione del libro – che è sempre un giudizio intorno alla materia trattata –; procedendo con rigore nell’osservazione di piccoli e grandi fatti, tanto da presentarli come un referto di sintomi e mali, Ermanno Rea dà inizio a Napoli Ferrovia, romanzo che va nella parte buia dell’anima e di Napoli. Sembra quasi che Rea, movendosi nei quartieri addossati a piazza Garibaldi – «Napoli Ferrovia», appunto – proceda per accumulo: accompagnato dal fotografo naziskin Caracas, una specie di re in cammino nei quartieri che non appartengono più ai napoletani, il...

Storia napoletana di un delirio a sinistra

Durante la direzione nazionale del PD Pier Luigi Bersani ha paventato il rischio di caso Boffo contro chiunque all’interno del partito esprimesse posizioni discordanti da quelle della maggioranza o comunque diversa dalla linea impressa dal segretario. È chiaro che la dialettica interna in un partito è parte essenziale della sua stessa vita, tuttavia quello che oggi è definito generalmente sotto l’etichetta di macchina del fango sembra avere un impatto sulla vita personale e politica principalmente di carattere mediatico: può stroncare una carriera; perché oggi una carriera politica è, al pari di mille altri mestieri, una professione spesso carica di ambizioni, ma povera di passioni.     Tutta un’altra storia con quanto accadeva anche solo fino a qualche anno fa all’interno dei movimenti politici e in particolare all’interno del Partito Comunista italiano. Molti si ricorderanno l’espulsione del gruppo de il manifesto, ma pochi avranno memoria del Gruppo Gramsci di Napoli. Il Gruppo Gramsci fu al centro del romanzo di Ermanno Rea, Mistero napoletano, lo stesso Rea vi ritorna a distanza di...

Ermanno Rea: "Non volevo fare il giornalista"

È in un appartamento elegante di un palazzo dei primi del Novecento, a un passo dalle mura vaticane, che mi accoglie Ermanno Rea. Il sole caldo di questa tarda mattina illumina le stanze e, superato l’ingresso, riconosco alle pareti alcune delle fotografie scattate nei suoi viaggi da inviato. Mi colpisce il primo piano di una giovane donna velata, in un niqab bianco, i suoi occhi scuri, malinconici e indagatori. La foto è stata scattata ad Algeri all’indomani della liberazione dal colonialismo francese.     Atri scatti di quel reportage sono pubblicati in Io reporter (Feltrinelli, 2012) il volume che raccoglie molta della produzione fotografica di Ermanno Rea. Nella breve introduzione al portfolio sull’Algeria, lo stesso Rea ricorda come in quel periodo, primi anni ‘60, fu colpito dai numerosissimi casi di suicidi femminili di cui si dava notizia sui giornali locali. La ragione era una sola: quelle giovani donne si toglievano la vita perché vittime di matrimoni forzati, vendute dai loro padri. In quel soggiorno ad Algeri, mentre documentava la nascita di una nazione indipendente, a Rea accadde un incontro fortuito, casuale, per quanto folgorante. Invitato a partecipare...

Scrittori in fabbrica

La dismissione è un crollo, l’assenza è tempo libero, i cicli di produzione diventano esperienza autobiografica slegata da ogni vincolo di classe all’interno del generale appiattimento determinato dal precariato. La classe operaia non esiste più, si sa; ma gli operai resistono tra una chiusura e l’altra e raccontare le loro storie spesso significa attraversare un deserto di senso dentro cui non ha più alcun valore la razionalità alienante dell’organizzazione, del lavoro e di quella che una volta era la dura vita di fabbrica.   Oggi di duro è rimasta la vita tout court al cui centro non domina la dignità del lavoro e della lotta sindacale, ma la malattia: ultimo e unico residuo di una cultura ormai tutta rinchiusa nel Novecento (almeno in occidente) che prometteva emancipazione e benessere. Promesse in parte certamente mantenute, ma al prezzo in primis della vita stessa di chi oggi si ritrova reduce di una sterminata folla di compagni (così ci si chiama in fabbrica, al di là dei credi e delle tessere: i colleghi sono quelli con i colletti bianchi) uccisi sul lavoro e dal lavoro e al prezzo...

I neoborbonici a “Piazza Garibaldi”

Ermanno Rea ha l’età di mio padre e per il lettore impaziente aggiungo che mi ritrovo a navigare con una certa sorpresa verso i sessanta. Credo che il suo ultimo La fabbrica dell’obbedienza sia stato piuttosto sottovalutato: ci si è soffermati sulla diagnosi dell’origine controriformistica dell’inciviltà degli italiani, peraltro condivisibile, trascurando il coraggio ammirevole mostrato nel tracciare le coordinate di una possibile via d’uscita, e nel darle un nome. E quando scrivo di coraggio, intendo quello proprio degli eretici, come proverò a spiegare. C’è un innegabile furore nella costruzione argomentativa di Rea ed io a quel furore intendo rendere omaggio. Per quanto sappia che l’intransigenza oggi non paga e che, come in tanti ci ricordano, la complessità dei giorni nostri non sopporta semplificazioni.   Gli eroi del libero pensiero meridionale sono, per Rea, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e l’Università napoletana postunitaria, quella di Francesco De Sanctis e, soprattutto, di Bertrando Spaventa. Alla storia meravigliosa di quel “cantiere napoletano di...