Categorie

Elenco articoli con tag:

Erving Goffman

(8 risultati)

Marca e consumatori / Pubblicità

Le società contemporanee sono invase da un’enorme quantità di messaggi pubblicitari in tutti i loro principali spazi. Negli Stati Uniti, è stato calcolato che le persone passano mediamente circa tre anni del loro tempo di vita a guardare degli spot sugli schermi televisivi. Eppure, di solito non ci si preoccupa di porre dei limiti alla costante crescita di tali messaggi, sebbene oggi siamo in grado di conoscere piuttosto bene gli effetti sociali che questi producono.  Le conoscenze disponibili sul funzionamento della pubblicità portano a ritenere che quest’ultima operi, più che determinando direttamente dei comportamenti d’acquisto, stimolando la nascita di una disposizione d’animo favorevole, che potrà successivamente tradursi nell’atto d’acquisto desiderato da parte delle imprese. Per ottenere questo risultato, i pubblicitari operano soprattutto cercando di associare ai prodotti dei significati e delle immagini piacevoli. Il consumatore odierno, infatti, più che la soddisfazione di bisogni di tipo funzionale, cerca nei prodotti numerosi significati di cui pensa di avere necessità nella sua vita sociale: il successo, il prestigio, il potere, il fascino, la bellezza, ecc....

Atul Gawande: scegliere la propria vita / Essere mortale

Rendendo merito ai numerosi professionisti che, nelle più remote località degli Stati Uniti, hanno contribuito a innovare le pratiche di assistenza, Gawande afferma: “Nel mondo ci sono persone che cambiano il modo di pensare della gente”. È questo il ruolo di Gawande nel panorama sanitario statunitense. Medico, chirurgo, giornalista, scrittore, professore di chirurgia alla Harvard Medical School, e alla Harvard School of Public Health, autore di articoli e saggi considerati tra i più influenti in ambito medico.   Gli occhi scorrono, parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina, e faticano a staccarsi dal testo che si dispiega attraversando storie di pazienti oncologici e di anziani. Soprattutto restano attoniti di fronte alla capacità di acuta osservazione e di analisi di un momento culminante dell’esistenza: il fine vita. In un’epoca in cui l’invecchiare e il morire avvengono per lo più in ambiti sanitari (ospedali e residenze sanitarie assistite), tanto che deleghiamo abitualmente alla medicina la gestione di questa fase fondamentale della nostra esistenza, dall’interno del mondo medico Gawande, figura di spicco nel panorama medico statunitense, lancia un invito...

La bici nella cyclette. Gli affettati

A volte ci si sente un po’ come l’Ohio, lo stato americano che nelle elezioni fa da specchio della nazione intera (As Ohio goes, so goes the nation, dicono in USA), perché sembra di intercettare ed esprimere la sensibilità generale, di provare quello che tutti dovrebbero provare. Naturalmente non è vero, ma è come se di fronte a certi comportamenti succedesse. L’enfasi, per esempio, di un atteggiamento affettato, penso sempre tra me, non può non infastidire. Da piccolo pensavo che gli affettati fossero i salumi che mia madre comprava per i panini di noi bambini (a me piaceva tantissimo il profumo della mortadella). Ci è voluto un bel po’ prima che la parola affettato si riferisse anche a un individuo non spontaneo e insincero. E comunque, anche prima di questo arricchimento semantico, a me non erano mai piaciuti i bambini un po’ spacconi e sempre in recita. E, cambiate le situazioni, ancora oggi non mi piace l’affettazione, perché mi pare che se ne possa fare a meno.   Perché si dovrebbe accettare di parlare con delle messe-in-scena, con persone che si aggrappano a una loro...

Erving Goffman. Rappresentazioni di genere

Pubblichiamo in anteprima la postfazione di Vanni Codeluppi al saggio di Erving Goffman, Rappresentazioni di genere in uscita per Mimesis.     Uno degli ambiti nei quali la pubblicità esercita i suoi maggiori effetti sul piano sociale è probabilmente quello della rappresentazione delle donne e dei loro corpi. Non stiamo parlando solamente delle cosiddette «donne-oggetto», cioè quelle donne che appaiono prive di personalità perché il loro valore sembra dipendere unicamente dalla bellezza fisica e dalla carica erotica e che sono da sempre numerose in pubblicità come nell’intero flusso mediatico. Stiamo parlando soprattutto di qualcosa che è meno evidente, ma che configura nell’insieme dei messaggi pubblicitari un’analoga situazione di subordinazione della donna rispetto all’uomo e che è probabilmente ancora più problematico sul piano etico proprio perché subdolo e non esplicitamente evidente. Stiamo parlando, cioè, di qualcosa che, in qualche misura, “naturalizza” un’immagine di inferiorità della donna.   Nel corso dei decenni...

M'inchino

La deferenza è da servi, da sottomessi, da schiavi, da sfruttati, da subordinati, da mediocri, da serie B. Non si può ambire a diventare deferenti, sarebbe un errore di prospettiva, per così dire, una mancanza di lucidità sulla società tutta. Per chi si alzava la mattina per uscire a demolire il mondo – cioè per molti, moltissimi baby-boomers come me – questo era un assioma, non un dogma perché i dogmi sono qualcosa che sa di religione, cosa che semplicemente andava negata. Lasciamo stare come è andata, per favore. Qui intendo semplicemente indicare quanto feroce fosse il piglio politico-culturale che per decenni ha posseduto almeno una generazione del secondo dopoguerra.   In un tempo non molto più remoto, negli anni cinquanta, essere deferenti era la lezione primaria che, nella società ancora prevalentemente contadina e classista, veniva impartita nell’educazione dei piccoli uomini e donne (erano di là da venire i bambini e le bambine), e crescere nella deferenza verso il padrone era l’etica strutturale dell’intera società. Dai Sessanta in poi, questo macigno...

L’identità tra rete e “realtà”: I used to be Pamela

Prendiamo due situazioni qualunque della mia vita quotidiana: in una ci sono io che scambio due parole di circostanza col mio vicino di posto (già, ero in tribuna) aspettando il concerto dei Queens of the Stone Age; nell’altra ci sono sempre io, ma stavolta sto commentando una foto postata sulla pagina Facebook ufficiale della medesima band. Quale dei due contesti è più “reale”? Dove la mia identità è più “virtuale”? Sono domande che hanno segnato lo studio di Internet almeno dal 1984, l’anno in cui “The Second Self” di Sherry Turkle finiva sugli scaffali delle librerie. Ora che i pomeriggi passati a far finta di chiamarsi Pamela sulle chat anonime sono esclusiva di pochi nostalgici, i tempi sono maturi per un cambio d’approccio. Il “dualismo digitale”, ossia l’idea che vi sia una netta discontinuità tra il mondo sociale offline e quello online, ha finora dominato gran parte del discorso pubblico e accademico intorno ai social media. Peccato che, mentre veniva alternativamente dipinto o come un cyber-spazio egualitario capace di garantire libere sperimentazioni...

G|A|M|E - Preso in giro dal “cerchio magico”

La pervasività della dimensione ludica non è mai stata tanto attuale come in questo periodo. Il diffondersi di termini quali gamification –  per restare nell’attualità – rende complicato tracciare un confine tra gioco ed esperienza quotidiana e distinguere ciò che è ludico da ciò che non lo è.   Johan Huizinga affronta questo tema in Homo Ludens (1955), discutendo il rapporto tra gioco e cultura. Attività ludiche e rituali – scrive Huizinga – costruiscono con le stesse modalità mondi temporanei delimitati nel tempo e nello spazio, al cui interno i comportamenti, gli obiettivi e le aspettative dei partecipanti assumono altri significati rispetto a quelli della vita quotidiana.   Questo concetto, noto con il nome di “cerchio magico”, è stato per diversi anni terreno di scontro all’interno dei game studies. È davvero possibile pensare il gioco in totale separazione dalla vita quotidiana? Diversi studiosi dopo Huizinga hanno affrontato questo tema: Roger Caillois, Gregory Bateson, Erving Goffman e molti altri hanno offerto letture...

Addio alla prossemica

Chi ricorda la prossemica? Chi ha tuttora presente quell’affascinante serie di studi che, venti o trent’anni fa, cercavano di osservare i comportamenti delle persone, e soprattutto i modi con cui esse si accostano o si distanziano reciprocamente? Pochissimi ritengo, almeno fra i matti gestori di quelle odierne sale cinematografiche che sempre più affliggono le nostre serate libere, la nostra inesausta voglia di godere delle magie del grande schermo. Sentite che cosa mi è successo qualche tempo fa. E ditemi se non sarebbe il caso di rendere obbligatoria, a certi personaggi, la lettura di un libro luminoso come La dimensione nascosta di Edward Hall o di certi scritti del mai troppo compianto Erving Goffman.   L’idea era semplice: niente di meglio che andare a vedere il pluripremiato The Artist, film muto sul film muto, nostalgicamente in bianco e nero, in un vecchio cinema di periferia, meglio ancora se in provincia. Immaginiamo compiaciuti sedie cigolanti col velluto rabberciato, un cinefilo d’antan al botteghino e l’odore acre di umidità dalle pareti: un’esperienza estetica tanto ...