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Frank Sinatra

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Ombre di Bob Dylan

Nelle scorse settimane ho letto molte recensioni a Shadows in the Night, l’omaggio che Bob Dylan ha reso al Gran Libro della Canzone Americana e indirettamente a Frank Sinatra nel centenario della sua nascita. “The Great American Songbook” è il termine con cui si indica la formidabile produzione di standards, canzoni scritte senza un particolare esecutore in mente, disponibili ad essere riarrangiate e interpretate infinite volte, e il cui genere comprende la parlour song di inizio ventesimo secolo, lo swing tra le due guerre, la ballata romantica spesso basata su temi di derivazione classica, fino alla lenta deriva verso il pop negli anni Cinquanta e Sessanta. Il rock and roll è nato indipendentemente dallo standard, il folk non ci ha niente a che fare, e la combinazione di folk e rock sulla quale Dylan ha costruito la sua fama non si presta a contaminazioni con il mondo dello standard. Questioni di voce, di tono, di arrangiamenti, di un’intera filosofia di vita. Tutti ostacoli che Dylan, come ha già fatto in passato, supera ignorandoli. Shadows in the Night raccoglie dieci canzoni che hanno fatto parte del repertorio di Sinatra, anche...

Romanzo di un giovane povero

Simone Carella (1946) è pugliese d’origine ma romano d’adozione. È stato uno degli animatori del teatro di ricerca, ma non solo, a Roma dalla fine degli anni ’60 ad oggi. Dalle prime esperienze al teatro Dioniso di Giancarlo Celli al movimento studentesco, dall’amicizia con Gino De Dominicis all’ideazione del mitico Festival di Poesia di Castelporziano, Simone non ha mai smesso di inventare spettacoli, festival ed eventi che hanno contraddistinto un’epoca.           Simone Carella    È stato l’animatore del Beat 72 di Roma, un teatro off che è stata una vera e propria fucina dell’avanguardia culturale italiana della seconda metà del Novecento. Regista teatrale, autore, impresario, factotum, perfomer, Simone Carella ha fatto tutto e di più e ancora oggi continua a lavorare guardando avanti senza nostalgia del passato. Per chi – come chi scrive – quegli anni li ha vissuti solo a parole, l’esperienza umana e professionale di Simone è preziosa. È un invito a non dimenticare i protagonisti di quell’avanguardia romana la cui storia è ancora tutta da scrivere, nella speranza che le nuove generazioni possano contribuire a...

Iván Thays. Un posto chiamato Oreja de Perro

La voce narrante non perde tempo. Scopre le carte fin dalle primissime pagine: la paternità mutilata del protagonista, l’abbandono da parte della moglie, l’incarico che il direttore del quotidiano gli assegna in una delle zone più desolate del paese, la musica caraibica del tutto inopportuna in mezzo alle Ande peruviane, le fosse comuni e il silenzio di mosche di Oreja de Perro. Orecchio di cane, in italiano. Forse per la particolare conformazione del territorio, di difficile accesso, i sassi che ricoprono il terreno brullo sembrano nei sulle estremità cartilaginose dei cani. In realtà sono stati i militari a dare questo nomignolo alla fascia meridionale del distretto di Chungui, nel dipartimento di Ayacucho, che visto su una qualsiasi carta geografica sembra la sagoma di un cane seduto. O forse c’è un’altra spiegazione plausibile, quasi una premonizione, considerata la storia recente del Perù, perché per vent’anni in quel luogo si sono ammazzate centinaia di persone con la stessa efferatezza riservata alle bestie nei mattatoi.   Mescolando la messa in scena della dimensione pubblica della...

James Westcott. Quando Marina Abramović morirà

Questa biografia (autorizzata) di James Westcott (Johan & Levi editore, Milano 2011) recita un titolo che incuriosisce ma allo stesso tempo inquieta. Un libro affascinante che mi ha riportato alla mente lo spettacolare The Life and Death of Marina Abramović, alla cui première ho avuto la fortuna di assistere nello scorso luglio al MIT Festival di Manchester. Entrambi condividono lo stesso incipit che chiarifica questa scelta: il funerale di Marina e il complesso rituale ad esso connesso, preventivamente comunicato ai posteri tramite pubblicazione del proprio testamento. Tre bare, di cui solo una (ma non sapremo mai quale!) contenente il proprio corpo, spedite in tre continenti diversi, il lutto abolito, gli ex allievi chiamati a creare un progetto per l’occasione, Antony di Antony and the Johnsons canta My Way di Frank Sinatra. In sostanza “la cerimonia sarà insieme una celebrazione della vita e della morte. Al termine seguirà una festa con una grande torta di marzapane che avrà la forma e le sembianze del mio corpo. Voglio che la torta sia distribuita tra tutti i presenti”. Un estremo hic est enim corpus meum, l’ultima...