“Si conservano le negative”

11 Marzo 2026

“Ed ora siam qui, nella stanza del rito, / dove nostra reliquia si mostra per quello che è: / contenitrice di tempo, serena, felice di darsi / e darsi alla vista e a qualunque dei sensi / ne voglia sentire, sapere qualcosa”: se i mille volti esposti a Padova, nella sotterranea Galleria Cavour, potessero parlare, me li immaginerei mormorare tutti insieme questi versi di Daniele Gorret tratti dalla raccolta Reliquie, di cui ha scritto qui Italo Rosato. Scendere in quegli spazi, in queste settimane, ha in effetti qualcosa di rituale: è un po’ come calarsi nelle stratificazioni passate della città, e anche in un ambiente quasi sacrale che ci dice chi siamo stati. Lì, fino al 15 marzo, si raduna nella mostra “1000 facce 1 città” una folla di padovani, ritratti in bianco e nero nell’arco di molti decenni di attività di due storici studi fotografici cittadini che si succedettero, con i loro archivi, nei locali del precedente studio Caporelli, fondato nel 1895.

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Tra questi, ne spicca uno a colori, più recente: un signore con alle spalle un’aureola e un cielo stellato composti da conchiglie, che regge una grande valva all’altezza del cuore: è Nicolas Khoury, nato in Siria nel 1930 da una famiglia cristiana greco-ortodossa, che in un’esistenza erratica e romanzesca visse in Libano, a Damasco, Trieste, Formosa, in Corea del Sud, a Saigon, e poi di nuovo in Italia. Nel finale approdo padovano, rilevò lo Studio Tagliapietra, lo rinominò ArtFoto, e lo condusse fino al 1999, quando decise di dedicarsi interamente alla sua altra vena artistica e diventare appunto “l’uomo delle conchiglie”, componendo e disfacendo questi mosaici marini.

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Ideatore e curatore della mostra è il figlio, Richard Khoury, che alla chiusura dello studio si oppose alla distruzione del suo contenuto. Nell’intuizione di aver ricevuto in custodia molto di più che una immensa serie di volti, salvò così un patrimonio archivistico di oltre 240.000 ritratti – più degli abitanti della Padova di oggi. “Si conservano le negative” era la dicitura sotto la pubblicità di tanti studi fotografici dell’epoca, e lui l’ha fatta propria, trasformandola anche in un monito, e in qualche modo, per questa mostra, in una dichiarazione di poetica.

Perché che cos’è un negativo, o una negativa, come si diceva allora? Rubo l’analogia a Michele Smargiassi: è una “piccola sindone”, l’impressione unica, non altrimenti fabbricabile, di un bagliore della vita di ciascuno. Nel Giappone dell’Ottocento si temeva che la fotografia rubasse l’anima. Ecco, la negativa non ruberà l’anima, ma ne cattura un soffio vitale; sente, nasce, è un attimo di vita, di cui i positivi sono le repliche ed evocazioni più meccaniche, potenzialmente infinite, dislocate nel tempo e nello spazio.

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All’interno della mostra c’è un’installazione in cui Richard Khoury riesce in qualche modo a riaccendere quell’istante. È una lunga parete di mille negative giustapposte, come un fototessuto retroilluminato, che lo spettatore può trasformare in positivi guardandole attraverso un’app scaricata sul telefonino. Quando si compie quel gesto, pare di premere un interruttore che riattiva il momento passato. Le ombre misteriose del negativo si volgono in positivo, e in quell’attimo è come se con un cortocircuito noi gettassimo un ponte verso il momento vivo dell’impressione; un momento che come in quei chiaroscuri invertiti, giocoforza ci sfugge, intrappolato nel mistero della dimensione diversa di chi non è più, o non abbiamo mai incontrato. È un piccolo escamotage tecnico che ci fa percepire la magia della “compresenza dei morti e dei viventi”, per scomodare il filosofo Aldo Capitini. E sono state moltissime dall’apertura della mostra le persone che in quei ritratti di studio, in larghissima parte anonimi, catalogati solo per numero, hanno riconosciuto parenti e antenati, andando a comporre un “Quaderno dei Ritrovati” che verrà pubblicato dopo la chiusura.

In un certo senso, la nostra esistenza in questo mondo si estende oltre la morte fino a quando ancora qualcuno riconosce il nostro viso, il nostro nome. Un arco di tempo che si è già consumato per molti di questi padovani, così immortalati (come ci parla, a proposito, l’etimologia) in una posa studiata, curati nel vestire: una versione pettinata di se stessi, della famiglia, dell’occasione, che in molti casi sarebbe rimasta una testimonianza fragile e rara, se non unica, della loro fisicità. Una volta depotenziata la carica affettiva relazionale, le loro immagini si trasformano, com’è per tutti i materiali d’archivio, in un messaggio in bottiglia per il futuro. E rappresentano una vera miniera di informazioni per chi ricostruisce la storia della nostra società: quanti gesti, sguardi, posture rivelatrici di qualcosa, anche in quelle foto di studio. Perché chi fa fotografia fa storia, e così era, forse inconsapevolmente, anche per chi accoglieva i clienti in quelle sale di posa: i “fotografi di comunità”, coautori della nostra nouvelle histoire.

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I pannelli che in mostra raggruppano le foto stampate “per categorie” ricordano certe “accumulazioni” d’artista, e insieme parlano dei meccanismi di costruzione delle immagini mentali, dei concetti. La serialità ci aiuta a formarci in testa l’idea della ragazza, del bambino devoto, della famiglia dell’epoca, almeno all’interno di un certo contesto; come ora avviene nell’AI, che impara appunto dall’accumulazione di immagini, parole, suoni e dalle loro combinazioni, illuminando ulteriormente l’importanza degli archivi, e di tutti quei luoghi che sono depositari dei contenuti originari – un po’ la “vasta caverna” della memoria di Sant’Agostino. Mentre i nostri occhi vagano tra analogie e variazioni, poi, noi ne ricaviamo un senso di appartenenza a una coralità, di pari se non uguali – di nuovo Gorret: “Quid est homo? Chiede il salmo ottavo. / Responso – pensa l’uomo seduto su divano –/ è in questa foto che tiene nella mano. / L’uomo, cioè, capisce meglio l’Uomo / (quello che è, realtà quintessenziale) / guardando nella foto del passato”.

La mano dell’archivista, e qui del curatore, lotta “contro la perdita della memoria” – così, “Against the Loss of Memory”, Umberto Eco intitolò la sua lectio magistralis a New York alle Nazioni Unite nel 2013, che è bello rivedere ora, a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa (dieci anni in cui la smaterializzazione e la possibile falsificazione della memoria hanno conosciuto un’accelerazione difficile da immaginare).

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Oltre a preservare documenti materiali, il lavoro di Richard Khoury evoca e difende il mondo che ognuna di quelle esistenze ha racchiuso, al di là del momento in cui non ci sarà più nessuno a incrociare con affetto quegli sguardi. Anche allora, sentendone il palpito, sarà un modo di celebrare la loro e la nostra dignità, meno transeunte delle nostre piccole vite, e di raccontarci chi siamo. Così, in uscita, risuona ancora Gorret: “Poi, tentando di tornare in preda / al mio me d’ora, di presente attuale / – il mio povero me asciutto e triste – / penso a chi ride di questo e d’altri arcani: ben più tristi di me sono i profani”.

1000 facce 1 città”, Galleria Civica, Piazza Cavour, Padova, fino al 15 marzo 2026.

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TAGGED: Nicolas Khoury