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Gabriele Frasca

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Il nulla positivo / Theodor W. Adorno su Samuel Beckett

“Mio Dio che porcheria ne sarebbe uscita”. È un appunto del 1967 che Adorno annota dopo aver incontrato Beckett a Parigi. Un commento sprezzante a quanto gli aveva appena raccontato il drammaturgo irlandese e cioè che Bertolt Brecht, prima di morire, avrebbe progettato di scrivere un “anti-Godot”. A parere di Adorno, nulla sarebbe più strutturalmente refrattario a entrare in dialogo con la drammaturgia di Beckett dell’ironia didattica e ammiccante del teatro engagée di Brecht, che con le sue prese di posizione morali, con le sue scelte politiche, con l’esplicito schierarsi in favore del blocco orientale, tagliava i ponti con una critica ostinata e radicale come quella che Adorno chiedeva all’arte del secondo Novecento.    Tre sono agli occhi di Adorno i grandi modelli letterari del secolo. Kafka, con la spietata lucidità della sua prosa da realista distorto. Proust, nelle cui parole intime e private il mondo viene raffigurato in tutto il suo respiro asmatico e difficoltoso. E infine Beckett, disarmato osservatore della miseria umana, che nell’ultimo attimo della distruzione cerca, probabilmente invano, le tracce di un nulla positivo. E Il nulla positivo è anche il titolo...

Monica Biancardi e Gabriele Frasca / Ricalcare più vive membra

Sullo schermo appare un sipario rosso; sul suo sfondo si proiettano le silhouettes di due spettatori, di spalle, in attesa che il sipario si apra. Poi si materializza, sul bianco, una seconda immagine – che sovrasta la precedente. All’inizio vediamo disegnarsi solo delle linee verticali: il colore è lo stesso rosso dell’immagine-matrice, ma le linee sono come evidenziate da una pulsazione interna. Poi, a partire da quelle linee di forza, appare il resto dell’immagine-eco: una donna è seduta, i piedi nudi poggiati su dei gradini metallici; il suo corpo è incorniciato, forse imprigionato, dalle linee verticali rosse, pure di metallo, che – capiamo ora – sono le sbarre della ringhiera di sicurezza posta ai lati della scala. La donna ha il volto seminascosto dalla mano destra che lo sorregge, nella posa canonica della melancholia. Ma la riconosciamo: perché anche il vestito che indossa è dello stesso rosso del sipario, e presenta le stesse pieghe. Mentre va in scena, nel giro di pochi secondi, questo piccolo quanto acutissimo dramma della percezione e del riconoscimento, si sente una voce maschile – sullo sfondo del paesaggio sonoro, sottile quanto straniante, di Stefano Perna –...

Letteratura e scienze della mente

Le forme della natura sono forme umane. È nel nostro cervello che si formano i triangoli, gli orditi e le ramature. Noi li riconosciamo, li apprezziamo; ci viviamo in mezzo. In mezzo alle nostre creazioni, creazioni umane, comunicabili all’uomo, noi ci sviluppiamo e moriamo. In mezzo allo spazio, allo spazio umano, noi creiamo misure; tramite tali misure noi creiamo lo spazio, lo spazio tra i nostri strumenti. L’uomo poco istruito è terrorizzato dall’idea dello spazio; egli se lo figura immenso, notturno e vorace. Egli immagina gli esseri sotto la forma elementare di una sfera, isolata nello spazio, raggomitolata nello spazio, schiacciata dall’eterna presenza delle tre dimensioni. Terrorizzati dall’idea dello spazio, gli esseri umani si raggomitolano; hanno freddo, hanno paura. Nel migliore dei casi essi attraversano lo spazio, essi si salutano con tristezza in mezzo allo spazio. Eppure tale spazio è in loro stessi, non si tratta d’altro che della loro stessa creazione mentale. Michel Houellebecq, Le particelle elementari     1. Le particelle elementari della critica   Appena prima di scoccare, nel 1899...

Campioni # 3. Gabriele Frasca

Gabriele Frasca, Rimi, I da Id., Rimi («Bianca» Einaudi, gennaio 2013), p. 33   che ci sia un piano è certo ma lo scopo della bonifica si scopre in proprio. quando per ogni assenza s’arroventa un raggio da stagliare nel tramonto. come all’approssimarsi della sera dovesse darsi in mille pezzi il giorno. ciascuno luminoso ancora il giusto ma solo d’una luce tutta sua. finché comprendi che credesti un sole lo sciame delle stelle appena spente. che solo perché stampano dal corpo l’ombra che detti giureresti attive. se nel chiarore di quei morti incendi li ravvivi per quanto più ti stagli. e scorgi in loro quello che hai creduto tenerti in te nell’intimo tenace. così che poi sembra che sia un albergo quella che ritenesti a lungo casa. dove con quelle d’altri residenti c’è pure la tua camera con vista. l’unica certo con il panorama ma per il resto identica alle altre. passi la vita a scegliere l’arredo e poi ti accorgi che era in dotazione. che non è mica un male se a pensarci dispone meglio l’animo allo sfratto. anonima com’è la si abbandona con...

Un Paese

Ce l’hanno insegnano a scuola: la letteratura vive nella storia. Come ogni cosa che appartenga alla vita, del resto. Ma c’è modo e modo. La maggior parte degli scrittori, oggi, non fa altro che produrre storie, una quantità infinita di storie. Magari perché così, mentre ci rimpinziamo delle loro storielle, non pensiamo che intanto la Storia prosegue, pare precipitare anzi, certo non aspetta chi rimane indietro. O forse perché da qualche tempo in qua la Storia, quella che ci riguarda tutti, è diventata sempre più difficile da raccontare.   Poi però ci sono altri scrittori. Sono scrittori che vengono da lontano, e da lontano vengono i loro testi. Se quegli altri passano il loro tempo al mercato, a cercare di sbolognare le loro mille carabattole, questi invece ci mettono anni a scriverli, i loro testi, anzi decenni. Alle volte non fanno neppure in tempo a vederli pubblicati in vita. E così, magari anche al di là delle loro intenzioni, queste loro opere recano su di sé le macchie, gli urti, le ferite della Storia. Rispetto al tempo in cui viviamo le loro scritture sono termometri sempre...