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Gaetano Salvemini

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Ritornando su Leone Ginzburg / Il cortese mestatore dello spirito

A rileggerne il denso ritratto che ne fece Norberto Bobbio, nell’introduzione ai suoi «Scritti», provvidenzialmente raccolti dalla casa editrice Einaudi una prima volta nel 1964 e ristampati nel 2000, quasi sorge un po’ di reverenziale timore. Così lo definisce il filosofo e politologo torinese, in pagine dense di affettuosi ricordi: «tra i compagni, Ginzburg godeva di particolare prestigio non solo culturale ma anche morale. La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e più solida, più agguerrita di fronte alle tentazioni della buona figura a buon mercato, ma anche di una consapevolezza del proprio compito, già pienamente conquistata nell’età dei conflitti, delle lacerazioni, dei cedimenti». Seguono poi, per parte del medesimo Bobbio, altre considerazioni. Tante per la verità, in sé assai poco proclivi al malinconico e struggente memento al quale a volte ci si abbandona ripensando agli anni della gioventù; semmai – piuttosto – molto orientate a ricostruire l’humus morale e civile in cui maturò una generazione senza padri ma che avrebbe avuto figli e nipoti, ossia quella dell’antifascismo torinese. Di quest’ultimo, peraltro, Leone Ginzburg, «fanciullo di...

Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi / Filomena Fantarella, Un figlio per nemico

Tra le figure del Novecento che sembrano crescere di statura man mano che il “secolo breve” si allontana da noi, spicca quella di Gaetano Salvemini: per il suo pensiero politico, per la sua opera di storico e di meridionalista, per l’intransigenza delle scelte di vita sempre coerenti con un antifascismo senza incrinature. Mancava però finora, nella nutrita bibliografia salveminiana, una riflessione approfondita sul costo emotivo di quell’intransigenza, sul suo contesto psicologico e affettivo: Filomena Fantarella ha colmato la lacuna, fondandosi su importanti fonti documentarie sinora ignorate e reperite negli archivi di Roma, Firenze, Parigi e Cambridge. Alla luce della sua ricerca, si disegna con inedita precisione il profilo della seconda moglie di Salvemini, Fernande Dauriac, intellettuale e femminista dalla forte personalità, e la tragedia che mette in crisi, negli anni Quaranta, il profondo rapporto d’amore su cui si fonda il loro matrimonio.  Salvemini diceva di aver dovuto ricominciare a vivere tre volte: una prima volta quando, a sedici anni, figlio di contadini, era approdato a Firenze dalla natia Molfetta e aveva dovuto rimediare alle insufficienze di una prima...

Un ricordo e una storia / L'omissis di Alessandro Leogrande

Ci sono la vita e la morte, e non c’è nient’altro. Questa è l’unica verità, ma è una verità inutile, è impossibile aggrapparsi a lei perché non è vera: ci sono l’amore e l’odio, l’amicizia e i fallimenti, la contentezza e la disperazione, scrivere e cadere, sfiorarsi e perdersi o il contrario di tutto questo. Siamo niente più che una parola in un aforisma di Gesualdo Bufalino: “Biografia: nacque, omissis, morì”; ecco, per raccontare l’omissis di Alessandro Leogrande non basteranno mille scrittori e cento vite. Dal giorno dopo la sua morte parenti, colleghi, amici hanno cominciato a parlare di lui, di quel modo preciso, gentile, forte e integro che aveva di stare al mondo. Alessandro Leogrande era un intellettuale, lui l’avrebbe messo tra virgolette, come Sciascia, per schermirsi, ma noi possiamo fare a meno dell’ironia: il suo nome discende da Gaetano Salvemini, Alexander Langer, Carlo Levi. Loro riempivano le giornate di Alessandro, che intanto si dava da fare per buttare giù le frontiere e i naufragi, il caporalato e l’ignoranza, la malafede e le ingiustizie.   Alessandro Leogrande aveva quarant’anni, li aveva compiuti a maggio al Salone del libro di Torino dove era...

I neoborbonici a “Piazza Garibaldi”

Ermanno Rea ha l’età di mio padre e per il lettore impaziente aggiungo che mi ritrovo a navigare con una certa sorpresa verso i sessanta. Credo che il suo ultimo La fabbrica dell’obbedienza sia stato piuttosto sottovalutato: ci si è soffermati sulla diagnosi dell’origine controriformistica dell’inciviltà degli italiani, peraltro condivisibile, trascurando il coraggio ammirevole mostrato nel tracciare le coordinate di una possibile via d’uscita, e nel darle un nome. E quando scrivo di coraggio, intendo quello proprio degli eretici, come proverò a spiegare. C’è un innegabile furore nella costruzione argomentativa di Rea ed io a quel furore intendo rendere omaggio. Per quanto sappia che l’intransigenza oggi non paga e che, come in tanti ci ricordano, la complessità dei giorni nostri non sopporta semplificazioni.   Gli eroi del libero pensiero meridionale sono, per Rea, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e l’Università napoletana postunitaria, quella di Francesco De Sanctis e, soprattutto, di Bertrando Spaventa. Alla storia meravigliosa di quel “cantiere napoletano di...