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Gianni Agnelli

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Immagini di camminatori / Dimmi come cammini e ti dirò chi sei

Dimmi come cammini e ti dirò chi sei. Come ci ricorda Rebecca Solnit nella sua Storia del camminare (Bruno Mondadori), l’atto di camminare, per quanto meno necessario di respirare, mangiare e dormire – senza dei quali non potremmo neppure sopravvivere – costituisce tuttavia la vera esposizione di sé nel mondo.   Se n’era accorto Honoré de Balzac quando scriveva la sua Commedia umana, e nel 1832 diede alle stampe un piccolo gioiello: Teoria dell’andatura. Forse è da qui che bisogna partire per cercare di capire qualcosa dell’atto di camminare di personaggi come Mao e Stalin, Churchill e J. F. Kennedy, Madre Teresa e Gandhi.   Nel Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, accanto a opere d’arte (mostra curata da Stefania Ricci e Sergio Risaliti, fino al 12 aprile 2015) e alle scarpe storiche dello stilista, sono visibili delle brevi clip che ritraggono la camminata di questi personaggi. Se l’andatura è la fisionomia del corpo, Mussolini vi appare impettito: testa alta, passo sicuro, circondato dai suoi gerarchi in divisa con stivali d’ordinanza, nel filmato dell’Istituto Luce veste di bianco e ha la paglietta in testa.   Avanza altero, spingendo la gamba in avanti. Non è...

La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo...

Arbasino tutto stile

Ma perché mi piace Arbasino? Non riesco a rispondere a questa domanda. Neanche ora che ho terminato di leggere Ritratti italiani, un libro in cui si fondono i tanti Arbasino che conosciamo: il narratore, il saggista, il giornalista. Ma un libro in cui ogni pagina è il frutto di ibridazioni stilistiche.   Quando Arbasino affronta snodi cruciali, come ad esempio lo stile “chiarificatore e nitido” di Moravia, il saggista si ricorda di essere romanziere, e dipinge un Moravia che cede alle sue manie come un personaggio dei suoi romanzi. Ma la prima pagina del libro, in cui sarebbe facile tirare fuori un romanzo dalla figura di Gianni Agnelli, il grande Gatsby del nostro Novecento, è invece una intricata mappa di riferimenti letterari e filosofici, da Giordano Bruno a Hemingway, da Castiglione a Calvino.     E la Loren? L’intervista alla Loren disegna un personaggio che non è certo l’attrice nazional-popolare di tanti film di successo. Si parla di Gide, Voltaire, dei racconti di Cechov, della Nausea di Sartre, di Fitzgerald… Sempre spiazzante e, si sarebbe detto qualche anno fa, straniante, Arbasino si...