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I Guardiani della Memoria

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Ottolenghi e Tagliacozzo / Due famiglie ebree nella Storia

Il finale l’hanno scritto i giornali. Mentre Lia Tagliacozzo, figlia di sopravvissuti alla Shoah, presentava su Zoom il suo ultimo libro sulle persecuzioni razziali, un coro d’odio ha fatto irruzione. “Hanno iniziato ad urlare ‘ebrei ai forni’, ‘sono tornati i nazisti’, ‘vi bruceremo tutti’, ‘dovete morire tutti’”, ha scritto Sara, la figlia dell’autrice, che in un post ha denunciato l’accaduto. Sullo sfondo, immagini di Hitler e svastiche.  Per alcuni lancinanti minuti, i fantasmi del passato si sono così ripresentati nella casa dove settantasei anni prima, nella razzia degli ebrei romani, era stata deportata la famiglia Tagliacozzo. E non per caso è accaduto in vista del Giorno della Memoria – uno sfregio a chi in nome delle vittime tiene vivo il loro racconto e all’Italia che ha scelto di non dimenticare.  Lo zoombombing, così lo chiamano, è uno degli incerti di questo tempo risucchiato dagli schermi e oggi, usciti dal perimetro della cronaca, mi sono chiesta se scriverne a rischio di regalare un’altra cassa di risonanza agli hater. Se non che quel veleno dà conto delle inquietudini che in un singolare controcanto intrecciano il libro di Lia Tagliacozzo La generazione...

Delirio produttivo / Il giorno dopo il giorno della memoria

Quando il 27 gennaio 1945 l'Armata Rossa varca la soglia di Auschwitz e passa sotto la scritta di ferro che sormonta l'ingresso, il mondo scopre quella frase: Arbeit Macht Frei, il lavoro rende liberi. Si tende spesso a leggerla come un tragico inganno a danno dei deportati o come un simbolo di falsificazione propagandistica. La realtà è peggiore. Finché quei prigionieri non moriranno – assassinati, oppure di stenti e fatica – il loro destino è fare da manodopera a basso costo per l'industria tedesca. Come lavoratori schiavi, insomma. Perché molte aziende e molti marchi dell'epoca vedono nella loro prigionia niente più che un'opportunità vantaggiosa per produrre a basso costo.   Il progetto coinvolge tutti i campi di concentramento. Come ricostruisce il Dizionario della Resistenza, la scritta è stata installata sull'ingresso di Auschwitz nel 1940 per emulazione di quella già situata nel campo di Dachau. Andavano sfruttati fino all'estremo, lavorando undici ore al giorno ininterrotte tranne la mezz'ora per il pasto, in un tempo di lavoro che è sempre tempo di terrore, all'interno del quale sono sempre possibili ovunque e in qualsiasi momento violenze, maltrattamenti, sevizie e...