Categorie

Elenco articoli con tag:

Jackson Pollock

(11 risultati)

Al Mudec di Milano / Roy Lichtenstein: la creatività nel grande acquario dei cliché

Perché un'altra mostra su Roy Lichtenstein? Perché per il grande pubblico è la Pop Art per antonomasia: facile, colorata, divertente, positiva, spettacolare, popolare. E non importa se per i critici apocalittici rimane il caso più paradigmatico di «predazione generale sfrenata delle immagini della cultura pop commerciale e pubblicitaria americana» (Marc Fumaroli, Paris-New York e ritorno, Adelphi, 2011). Questa è un'arte ancora oggi di successo e di facile richiamo, un'arte che i mercanti d'aura hanno osannato e l'immaginario collettivo ha fagocitato con voracità. Quei fumetti e quei frammenti di immagini pubblicitarie ingigantiti e dipinti in modo freddo e distaccato, ce li ricordiamo bene. E non c'è niente da capire. Eppure ci sarebbe molto da capire, perché Lichtenstein ci ha spiattellato davanti agli occhi, e quindi nascosto nel modo più subdolo, una questione che riguarda da vicino la nostra cultura e il senso dell'arte in essa: noi viviamo letteralmente immersi nei cliché. Come si fa ad essere artisti in un mondo di cliché? C'è davvero differenza tra le immagini prodotte da un grafico “creativo” e quelle prodotte da un artista “creatore”? E se sì, qual è?    Nei...

Mostre in corso / C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile

“C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile”: lo sosteneva Simone de Beauvoir molti anni fa e possiamo confermarlo noi nel presente, soprattutto per quanto riguarda l’attività newyorkese dedicata all’arte contemporanea. “Yes We Can” non è solo lo slogan coniato da Barak Obama a seguito delle primarie in New Hampshire, né soltanto la traduzione inglese del motto “Si Se Puede” della lotta degli anni Settanta condotta dal sindacato dei braccianti United Farm Worker. Sembra piuttosto la convinzione o la forza motrice di ogni attività di ambito culturale che nasce e trova sviluppo a New York. Musei dalle enormi dimensioni con collezioni vaste e diversificate, nonché con una programmazione di mostre temporanee e di eventi ricchissima; ma anche fondazioni private volte alla conservazione dell’opera dei grandi maestri del contemporaneo, così come centri per il supporto dei talenti emergenti provenienti da tutto il mondo; infine molteplici gallerie d’arte private, spazi no profit, centri culturali, lofts destinati a residenze d’artista; biblioteche specializzate; graffiti e installazioni urbane site-specific: questa e molto di più è l’arte contemporanea nella città di...

Dracula al museo. Su Chris Burden

Azione e protocollo Dal 10 maggio, giorno della scomparsa dell’artista americano Chris Burden, non ho smesso di compulsare i necrologi con un fastidio crescente. Della sua opera non restano altro che Shoot (1971) e Trans-fixed (1974), e la parte viene presa per il tutto. Riprendiamo da qui la faccenda.   Shoot. Il 19 novembre 1971 Burden – allora studente venticinquenne all’Università di California a Irvine – è alla Santa Ana Gallery, vestito in jeans e maglietta bianca, l’uniforme di Jackson Pollock nel suo atelier. Qui sfidò e sfuggì alla morte con una sorta di suicidio assistito: alle 19:45 chiede a un amico di sparargli sul braccio sinistro (sulle prime pensava alla cassa toracica) con un fucile calibro 22, a soli quattro metri e mezzo di distanza. Fu “come se un camion mi colpisse il braccio a 130 km/h”, ricordò, “In quel momento ero una scultura”; un incidente, dirà invece al pronto soccorso. Lo stesso anno Judy Chicago – che nel 1970 inaugura alla California State University a Fresno il Feminist Art Program – realizza una litografia in cui si mostra costretta...

Camille Paglia: imparare a guardare

“George Grosz rifiutava con fermezza l’astrazione. ‘La grande arte deve essere comprensibile da chiunque’, diceva”.     Può non essere il libro di una storica dell’arte, ma è certamente un libro sulla storia dell’arte. Provvisto di una filosofia dell’arte, un’istanza patriottica e una teoria critica saldamente radicata in una prospettiva democratica.   In Seducenti immagini Camille Paglia si pone un problema educativo. Ciò che conta, afferma, è “imparare di nuovo a guardare”. La sua preoccupazione si volge soprattutto ai piccoli e agli adolescenti. Come potranno sopravvivere al caos visivo? E interessarsi al mondo là fuori, “con i suoi doveri e i suoi dilemmi morali”? Legioni di immagini sollecitano quotidianamente la nostra attenzione ammiccando dagli schermi di cellulari e monitor, dalla TV, dai cartelloni pubblicitari. Può sorprendere che una agit-prop si distolga dalla militanza di gender per interessarsi a problemi pedagogici o storiografici. Ma è così: dall’intero libro traspare un allarme. “La cultura...

Renzo Piano. The Menil Collection

Quando il 31 gennaio 1977 viene inaugurato il Centre Georges Pompidou, tra i quadri esposti nel Musée National d’Art Moderne spicca una tela di Jackson Pollock di due metri e venti per un metro e cinquanta di notevole, insolita bellezza. Il suo titolo è The Deep; Pollock lo aveva dipinto nel 1953.   Nel 1974 Dominique de Menil era entrata a far parte del comitato incaricato di provvedere agli acquisti del Museo. «Sono colpita che il mio nome compaia tra quelli dei sette membri del nuovo comitato. Non so se potrò essere di grande aiuto, poiché ora sono molto impegnata a Houston, ma accetto con piacere l’invito a farne parte. Sarà un’occasione per me per imparare meglio ciò che oggi accade nel mondo dell’arte».   Jackson Pollock, The Deep   Dominique e suo marito Jean avevano conosciuto Max Ernst a Parigi negli anni Trenta. Ernst aveva ritratto Dominique nel 1934 e naturalmente il quadro fa ancora parte della Menil Collection. Quando Parigi viene occupata dai tedeschi, i de Menil si trasferiscono negli Stati Uniti e cominciano a frequentare le gallerie e i mercanti d’arte...

L'uomo che visse due volte

– “Tutti i giorni sparisce qualcuno” – “Ogni volta che uno esce da una stanza” (da Michelangelo Antonioni, Professione Reporter) 8 Ottobre 2013. Queste righe trattano di una mostra che ha già chiuso i battenti. E’ una pratica poco corretta, lo so. Il lettore deve essere nelle condizioni di metter alla prova quanto scrive un critico: non è questo uno dei lasciti fondamentali, quanto poco rivendicati, del modernismo? Almeno da quando Clement Greenberg, alla metà degli anni quaranta, invitava i lettori di “The Nation” a verificare di persona quanto scriveva sulle primissime mostre di un pittore sconosciuto, Jackson Pollock.   Ma il caso presente è singolare. Perché la mostra in questione ha chiuso non da qualche giorno bensì da quasi dieci anni. Eppure solo adesso mi sembra giunto il momento propizio per parlarne – o forse solo il più intempestivo per un blog.   2004, Maison de la Photographie di Parigi. Visito Un état des lieux, mostra del fotografo Bruno Rosier. Chissà cosa avevo in mente di così importante da...

Fiori di morte: Jack Kerouac a Milano

La grande americanista e traduttrice Marisa Bulgheroni raccoglie in Chiamatemi Ismaele. Racconto della mia America, in uscita presso il Saggiatore, i suoi incontri con gli scrittori che hanno fatto la storia della letteratura e della società americana dal secondo dopoguerra a oggi (da Norman Mailer a Harold Brodkey e Grace Paley, passando tra gli altri per Saul Bellow, Philip Roth, Allen Ginsberg, Vladimir Nabokov, Cynthia Ozick). Sono splendidi articoli e interviste pubblicati soprattutto a partire dal 1959 al 1991, integrati da ritratti e da ricordi inediti.     E così ecco il leggendario Jack Kerouac, che non sono riuscita a incontrare in America, che non avrei più creduto di poter incontrare, che, a sorpresa, sono invitata a presentare al pubblico milanese una sera del novembre 1966. Eccolo, spaesato e indomito, nella grande sala sotterranea della libreria Cavour gremita di ragazze e ragazzi in frenetica attesa, colorati, eleganti nei loro costosi stracci beat. Lui, lo scrittore marinaio che – «come Melville a New Bedford» un secolo prima – era arrivato a Boston nel giugno 1942 in cerca di lavoro, con la sua...

Michelangelo Pistoletto. Vetrina

Pubblichiamo un estratto da Geopolitiche dell'arte di Michele Dantini   Il volume sarà presentato al MACRO di Roma giovedì 7 febbraio alle 18.30. Con l'autore interverranno Stefano Chiodi, Francesca Coin, Andrea Cortellessa   Il biennio 1965-1966 è cruciale per Pistoletto, che si distacca dalla produzione dei Quadri specchianti e avvia la serie degli Oggetti in meno. Sin dal titolo questi si propongono di essere non opere d’arte, dunque “oggetti” a pieno titolo, ma esperimenti ironici e eclettici volti piuttosto a saggiare una tecnica o una stile per sbarazzarsene subito dopo. “A differenza dei Quadri specchianti”, afferma Pistoletto nel 1966, “le mie cose di oggi non rappresentano,... non vogliono essere costruzioni o fabbricazioni di nuove idee,... non vogliono essere oggetti che mi rappresentino, da imporre e per impormi agli altri. Sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa - non costruzioni ma liberazioni”.   L’orientamento è al gioco, al pastiche, alla citazione irriverente: prevale un atteggiamento di sorridente incredulità riguardo a un...

Greenberg for Italians

Non esiterei un istante a considerare l’antologia italiana degli scritti del critico americano Clement Greenberg (L’avventura del modernismo. Antologia critica, Johan & Levi, Milano 2011, pp. 448, € 35) come uno dei maggiori eventi editoriali dell’anno. I curatori Giuseppe Di Salvatore e Luigi Fassi hanno pazientemente lavorato su un corpus di oltre 1.500 pagine, riuscendo nella sfida di offrire al lettore italiano una panoramica esaustiva del pensiero di Greenberg dal 1939 al 1986. In senso più ampio, l’antologia della Johan & Levi è da oggi lo strumento imprescindibile per comprendere il modernismo americano, in Italia conosciuto quasi esclusivamente attraverso il riflesso, a volte distorto dalla partigianeria critica, offerto dall’allieva più brillante, impaziente e ingrata di Greenberg, Rosalind E. Krauss, dato che, per una congiuntura editoriale anomala rispetto ad altri paesi europei, i lettori italiani, soprattutto i più giovani, hanno conosciuto Greenberg proprio attraverso Krauss & Co.   L’avventura del modernismo è ordinato secondo un criterio cronologico e tematico. Le...

Rosalind Krauss. Under Blue Cup

Quello che sto per scrivere non suonerà come un’indiscrezione, perlomeno tenendo conto di quello che i lettori più affezionati di Rosalind E. Krauss – la più brillante storica e critica d’arte contemporanea americana, con un nutrito seguito anche in Italia – si raccontano a mezza bocca da dieci anni. Ma soprattutto non suonerà come un’indiscrezione per una ragione più sostanziale, che è l’oggetto principale dell’ultimissimo libro di Krauss. Procediamo per ordine: fine 1999 a Manhattan, in uno dei migliaia di taxi che sciamano a zig zag sfidando la griglia urbanistica della città, Rosalind Krauss vive un’esperienza quasi letale: la rottura di un aneurisma. Raggiunto l’Ospedale di New York a bordo dello stesso taxi viene ricoverata d’urgenza e si salva per un pelo. L’emorragia cerebrale ha pertanto delle conseguenze devastanti sulla sua memoria. Il XX secolo si chiude per Krauss con un vero e proprio azzeramento, un reset dei suoi ricordi.   In tanti consideravamo The Optical Unconscious (tr. it. L'inconscio ottico, Bruno Mondadori 2008) – uno dei...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...