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Ludovico Ariosto

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500 anni di Orlando Furioso a Ferrara / Ludovico Ariosto ad occhi chiusi

Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi. È il sottotitolo della mostra Orlando Furioso 500 anni, curata da Guido Beltramini e Adolfo Tura che ha inaugurato il 24 settembre a Palazzo dei Diamanti di Ferrara e proseguirà fino all’8 gennaio 2017.  Vorrei soffermarmi su questa soglia testuale perché non è ambizione da poco dire che cosa vedesse Ariosto a occhi chiusi, ossia verosimilmente quando sognava, fantasticava o ricordava.  La vita onirica e interiore di ogni individuo di rado lascia traccia storica, essendo in larga parte inattingibile dall’esterno e talvolta indecodificabile perfino a chi la vive. Per quel che concerne gli artisti, è vero – nella misura in cui l’interpretazione ne guadagna – le opere possono essere lette come la proiezione, a diversi gradi e livelli di sublimazione e trasfigurazione di processi intellettuali-culturali non meno che emotivi, con qualche cautela, anch’essa di vario genere e grado. Nel caso di Ludovico Ariosto il poema in ottave Orlando Furioso, di cui si celebra il cinquecentenario della prima edizione risalente all’aprile 1516, sarebbe la scatola nera che – stando al sottotitolo – ci porta nella mente del creatore, verso quel...

Astolfo e l'esperienza / Orlando furioso: il poema della coscienza

L’affermarsi del romanzo moderno come forma narrativa egemone ha radicalizzato la tendenziale identificazione tra narrazione e intreccio: le diverse declinazioni del romanzo, infatti, da quelle psicologiche a quelle indiziarie, avrebbero in comune un’idea della narrazione come movimento vettoriale di un soggetto, e di una situazione, attraverso il tempo. Le teorie narrative più recenti, al contrario, attente alle implicazioni cognitive ed esperienziali dei racconti, si interrogano sulla narrazione come trasformazione conoscitiva. Non basta il verificarsi di un avvenimento per dare senso a una storia, serve il prodursi di un evento che determini un aumento di conoscenza sul mondo. Il requisito per definire un enunciato narrativo non è tanto la sua transitività, quanto la sua densità cognitiva. Ciò che distingue una storia da un’inerte giustapposizione di fatti è la sua capacità di rappresentare una qualità dell’esperienza, di incorporare i qualia dell’esistenza, i suoi tratti fondamentali, le strutture primarie dell’emozione.    Concepita come espansione e stilizzazione di un nucleo fondamentale di senso, la narrazione sembra aderire ai processi profondi di emersione...

Il Furioso di Lenz

L’amore che non si sazia è un tempo che corre sempre uguale a se stesso. Quello che è stato, sarà ancora, in tutte le direzioni in cui riesci a guardare. “Qui” è un moto a luogo continuo ne Il Furioso di Lenz Fondazione. Trasportato dal suo farsi, il desiderio di dirsi e darsi straborda oltre gli argini di Ludovico Ariosto e del Museo Guatelli a Ozzano Taro di Collecchio, provincia di Parma. Come se la terra intera fosse argine, ogni zolla e attrezzo che l’ha coltivata fossero l’espressione di una possibilità inappagata: costruire, realizzare, compiere la propria vita per mezzo dell’oggetto amato. Contenere tutto dell’altro e lasciare libero tutto di sé. Correre restando fermi.   Per questo, la nuova ricerca drammaturgica di Lenz dedicata all’Orlando furioso, nei suoi due primi episodi (andati in scena per l’ultima volta al Guatelli sabato scorso), La Fuga e L’Isola, può essere considerata una fantasmagoria, un’allegoria di fantasmi abitati dagli attori sensibili – con disabilità psichica e intellettiva – e dagli attori storici della...

Il consigliere

Con Il royal baby (Rizzoli 2015) Giuliano Ferrara lancia un'opa, per nulla ostile, sul governo Renzi, o meglio, benché sia una cosa sola, sul giovane premier. A far da coerente termine medio Berlusconi, a cui per vanto e non per scorno viene avvicinato Renzi: «Ha il fuoco nella pancia, il nuovo nato, come l'altro, il babbo, brucia di megalomane ambizione. Ma è anche lui mite, alla fine, e ridanciano e innamorato del suo ostentarsi piacente al populazzo (Ludovico Ariosto)». Non che, quanto a megalomane ambizione, Ferrara sia da meno, quando intitolando capitoli e sottocapitoli Io e Renzi, Craxi. Il Cav. Renzi. E io, si mette ben in evidenza nella foto di famiglia. È proprio la psicologia del consigliere di cui vorremmo fare un po' di filogenesi.   Matteo Renzi e Silvio Berlusconi   Per tracciare il profilo, anche storico, di tal figura, il primo nome che verrebbe alla mente è quello dell’Ulisse dell’Iliade allorché comincia col suggerire le modalità con cui Elena potrà scegliere tra i suoi molti pretendenti (Biblioteca Di Apollodoro) e termina ovviamente in gloria con l’...

Baliani: il racconto del teatro

Il merito di Marco Baliani – scriveva Silvia Bottiroli nel 1994 sulla rivista “Prove di drammaturgia” – è quello di “aver cercato ostinatamente nuove forme di una drammaturgia del racconto (…) tra continui slittamenti, domande, tentativi non sempre riusciti di ridefinizione”.   Oggi, vent’anni dopo, quella riflessione non ha perso validità. Consacrato a maestro del teatro di narrazione e punto di riferimento indiscusso per le nuove voci del racconto orale, Baliani sembra non aver perso l’urgenza di mettersi in gioco e di sperimentare (il suo percorso teatrale fino al 2004 lo racconta ancora Silvia Bottiroli nella monografia Marco Baliani, pubblicata per l’editore Zona). Tra monologhi e opere collettive, tra rielaborazioni di classici e scritture sul contemporaneo, gli ultimi spettacoli confermano la volontà di esplorare ancora e di destrutturare le possibilità del racconto.   A tenere insieme esperienze molto diverse, più o meno riuscite, è ancora l’indiscusso talento narrativo di Baliani; emerge con forza – nel confronto con i compagni di scena stabili...

#noteprimadegliesami

Come ogni anno, l’inizio dell’estate è scandito, sulle pagine dei giornali, dalle notizie sulla maturità, che presto verranno seguite dalla ricerca del tormentone musicale, dalla calura (o dal freddo), dal ritorno dei sandali o dal salvataggio di qualche cucciolo. Inossidabile nel tempo il topic ‘maturità’, evento che coinvolge circa 500.000 famiglie italiane, per circa tre giorni avrà anche la prima pagina oltre una serie di speciali collegati e il coinvolgimento di alcuni di noti intellettuali. Il fatto che io stesso sogni ancora ogni tanto lo scritto di matematica e che stia per partecipare a una cena di reduci nel ventennale della mia maturità, mi induce a ribadire che comunque è davvero un momento di passaggio importante che si colloca a chiusura di un ciclo, che è anche l’apertura di un altro. Forse davvero uno degli ultimi grandi riti di passaggio di massa, tale da catalizzare immaginario e produrre eccedenza di significati. Il boato delle trombe da stadio dei miei studenti e i fiumi di lacrime delle mie studentesse che hanno preceduto i loro gavettoni dell’ultimo giorno di scuola me lo...

Stefano Dal Bianco. Alla mia stufa, alla fatica

  Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.   Stefano Dal Bianco ha abitato a Padova, Milano, Torino e ora vive in provincia di Siena, dove è ricercatore all’università. Il suo ultimo libro di poesia è Ritorno a Planaval, (Mondadori 2001). Ha pubblicato studi sulla metrica di Petrarca, Ariosto e Zanzotto. Di Zanzotto ha anche curato il Meridiano Mondadori nel 1999.      Alla mia stufa, alla fatica     Per poterla riattizzare presto la mattina dopo e trovare anche la stanza meno fredda ogni sera faccio in modo che si crei un bel letto di braci per il ciocco che vi depongo prima di chiudere la presa d’aria.   Questa sera le braci sono molte, anzi moltissime: una vera montagna incandescente con tutte le valli, a ombrìo e a solatìo e con torrenti e fiumi e laghi rossi e neri sbuffi e feste di paese…   Io mi sono fermato...

Pasolini ritratto da Dino Pedriali

Elio Grazioli e Marco Bazzocchi presentano il volume che raccoglie gli scatti di Dino Pedriali dedicati a Pier Paolo Pasolini (Johan & Levi, pp. 128, 38 €, progetto grafico Studiopaola ).   Oggi la Triennale di Milano inaugura la mostra Pier Paolo Pasolini con fotografie di Dino Pedriali.     Durante la seconda e terza settimana di ottobre del 1975 un giovanissimo ma già acutissimo Dino Pedriali ingaggia un corpo a corpo fotografico con il grande Pier Paolo Pasolini, all’apice del suo successo, che verrà assassinato di lì a pochi giorni. Una prima sessione fotografica ha luogo a Sabaudia, nello studio del Poeta, intento al lavoro, per le strade della città, in automobile – la “mitica” Alfa 2000 – e a piedi. Una seconda sessione si tiene pochi giorni dopo nella casa immersa nella vegetazione che il poeta ha fatto costruire ai piedi della Torre di Chia, vicino a Viterbo, cui Pedriali dedica alcuni scatti. Qui Pasolini di nuovo scrive, disegna anche, poi dialoga silenziosamente con il fotografo, guarda in macchina, lo fissa, infine si spoglia e si muove per casa...

L’audace impresa io canto

L’aspetto alto contenuto nel raid continua a perpetuarsi nei racconti medievali. Nel Perceval di Chrétien de Troyes, per esempio, si svolge una ricerca di un oggetto da recuperare ammantata di mistero e di simbologie cristiane. Il protagonista del racconto è perciò unico e tendente ad un’inedita individualizzazione; si ricordi a tale proposito il punto in cui una damigella deforme giunge alla corte di re Artù annunciando la possibilità di far grande giostra o tenzone al Castello Orgoglioso, al che tutti i cavalieri più nobili si entusiasmano dichiarandosi subito pronti a correre laggiù, “ma Perceval parla in altro modo… nessuna pena si risparmierà, finché non saprà a chi si serva il graal e avrà ritrovato la lancia che sanguina e ne sappia anche il perché”.   Tuttavia in una delle molte continuazioni del poema, contenute nel ciclo anonimo chiamato Lancelot Graal, il protagonista viene affiancato da Galvano, già ampiamente presente nel testo iniziale di Chrétien de Troyes, da Bohor e da Galaad, formando di nuovo il piccolo gruppo di iniziati...

La patria come luogo qualsiasi

Primo Levi ha bisogno di concretizzare l’idea di “patria”, di localizzarla. Lo fa partendo dall’analisi del termine, per arrivare fino quasi a cancellarne la natura retorica e deterrente. La abrade con accuratezza, passo passo, frase dopo frase. Vi passa sopra la carta ruvida della propria esperienza di “ebreo indigeno” in Italia, che è come dire “ebreo errante”, oppure “uomo senza patria”. Il risultato è qualcosa che quasi non si vede più, lisciato e levigato, chiaro, ma senza alcunché di rassicurante. “Se morrò, morrò in patria, e sarà il mio modo di morire per la patria”. Significa: morendo qui dove vivo, magari senza neanche capire bene come e perché ci sono finito, sarò un eroe che muore per la patria. Basterà che io sia qui, ossia nel luogo qualsiasi in cui mi è capitato di vivere in seguito a evenienze e contingenze, o a “difficoltà psicologiche”, perché io possa morire da eroe. Trascorrere la vita in un luogo qualsiasi, e ancora di più, morire in un luogo qualsiasi, è un’azione...