Dittamo raro e leggendario

29 Maggio 2022

Finalmente. Finalmente l’ho incontrato, e non in un giardino botanico. Da quando, molti anni fa, vidi il dittamo (Dictamus albus) a Uppsala, in un’aiuola della casa di campagna di Linneo, ho desiderato ritrovarlo nel suo ambiente d’elezione: i prati soleggiati e il sottobosco caducifoglio. Ma l’occasione non è consueta. 

Inaspettatamente, me l’ha offerta un’iniziativa virtuosa di due piccole comunità del piacentino – Sarmato e Pianello Val Tidone – che hanno vinto il bando nazionale per la promozione del libro e della lettura “Città che legge” 2020. Uno di quei miracoli di cui andar fieri, e che alimentano la vita culturale in provincia. Tra le molte e interessanti proposte, nell’ambito del “Sentiero d’autore: storie per una valle”, v’era anche una passeggiata nella conca del torrente Chiarone dalla singolare forma geologica a canoa, dominata dalla rocca d’Olgisio, un fortilizio con ben sei ordini di mura. Un luogo che pare incantato, sospeso in un silenzio stupefatto, d’altri tempi, tra i profili dolci dei colli e qualche dilavato calanco, messa in evidenza del substrato argilloso. Non ci avrebbero colti di sorpresa cavalieri dall’elmo piumato e lancia in resta rampanti su su, all’attacco del castello.

 

 

Annalisa, l’esperta guida ambientale dell’Associazione “I Calcaterra”, prometteva al piccolo drappello di escursionisti l’osservazione di numerose orchidee selvatiche, vero scopo della camminata. Promessa mantenuta: mai viste tante varietà nello stesso areale e in così considerevole numero. Immortalate dagli obiettivi, hanno arricchito il nostro erbario fotografico diverse specie quali l’Ophrys insectifera, fuciflora e purpurea, l’Anacamptis pyramidalis, l’Orchis simya e mascula, il Limodorum abortivum, la Cephalanthera damasonium e longiflora, la Platanthera bifolia. Persino esemplari di Himanthoglossum adriaticum ancora in boccio.

 

Ed ecco, in tanta soddisfazione per gli occhi e per lo spirito, Annalisa annunciare, come per accidente, che avremmo trovato anche il dittamo. Il Dittamo?! Ma davvero? ma dove? Fu la mia stuporosa reazione. Più in basso, sulla via del ritorno in prossimità del corso del Chiarone, ci appaiono infatti tra la luce filtrata delle giovani foglie degli alberi i cespi fioriti nella loro rara, perfetta bellezza.

Con ragione, Baudelaire esalta la beauté assoluta, tutta intera, del corpo femminile paragonandola al dittamo: «Poi che in Lei tutto è dittamo, che cosa preferire? Dacché tutto mi rapisce, ignoro se qualcosa mi seduce maggiormente» (Tout entière, da Spleen et idéal in Les fleurs du mal).

 

Il Dittamo è una perenne suffruticosa (i cui getti sono legnosi solo alla base), della famiglia delle Rutaceae, dai fusti pelosetti, semplici ed eretti che possono raggiungere anche il metro d’altezza. L’infiorescenza a racemo porta grandi fiori dal calice caduco di cinque sepali, corolla di altrettanti petali bianchi screziati di porpora, quattro volti all’insù e uno ripiegato al basso, cosparsi di ghiandole scure come i dieci stami dai lunghi filamenti arcuati, cinque anche gli stili insieme saldati. Bello anche il frutto, un coccario stellato di carpelli cuspidati che a maturità si aprono liberando lucidi semi neri. 

 

Questo fiore leggiadro, ammaliante per venustà ed effluvio, è chiamato anche “Frassinella” per le sue foglie imparipennate composte da lamine simili a quelle dell’albero d’alto fusto, ovali e coriacee, o “Limonella” per via della fragranza aromatica che la pianta sprigiona al tatto. Le ghiandole sono così ricche di olii essenziali da saturare l’atmosfera e, nelle calde giornate estive, la pianta può incendiarsi al fuoco di un fiammifero, tant’è che per inglesi e francesi è il burning bush o buisson ardent.

Il nome rinvia all’isola di Creta (in greco Dikté, e thamnos, arbusto), e l’aggettivo, più che al bianco della corolla, pertiene a quello della carnosa radice. Ma non è da confondere con l’Origanum dictamnus, questo sì presente sull’isola dell’Egeo, una più modesta erbacea perenne delle Lamiaceae, pur graziosa nelle tonde foglioline argentate e nelle rosee nappine florali. 

 

 

Il dittamo è essenza leggendaria nella tradizione letteraria, citato da Plutarco e Aristotele, è nell’Eneide di Virgilio che trova la sua celebrazione e inaugura una lunga serie di occorrenze poetiche. Siamo nell’ultimo canto dell’epopea (XII, 411-414) quando, rotto il patto tra Enea e il re Latino, infuria di nuovo la battaglia per l’azione sobillatrice di Giuturna, la ninfa sorella di Turno. L’eroe troiano, colpito da una freccia scagliata da mano sconosciuta, è condotto all’accampamento e medicato da Iapige, conoscitore dei poteri delle erbe. Ma il vecchio medico vanamente cerca di rimuovere il dardo dalla carne e a nulla valgono le sue arti apprese da Apollo:

 

Qui la madre Venere, turbata dall’immeritato dolore

del figlio, colse sull’Ida cretese il dittamo,

stelo dalle rigogliose foglie e chiomato da fiori

purpurei; erba non ignota alle capre selvatiche,

quando alate frecce si piantano sul loro dorso:

Venere lo recò, avvolta l’aspetto d’oscuro

nembo; con quello intrise le acque versate

in una lucida conca, medicandole in segreto, e sparse

succo di salubre ambrosia e odorosa panacea.

Il vecchio Iapige ignaro curò la ferita con quell’acqua;

subito tutto il dolore fuggì dal corpo, 

e tutto il sangue stagnò nella profonda ferita.

E già, seguendo la mano, la freccia cadde, senza che nessuno intervenisse,

e le energie rinnovate tornarono simili a prima.

 

 

Da qui viene la scena dell’Orlando furioso di Ariosto in cui Angelica medica con il dittamo il petto ferito di Medoro (XIX, ottave 21-22). Ancor più appresso al dettato virgiliano è il Tasso della Gerusalemme liberata che invia l’angelo custode a coglierlo sul monte Ida per guarire Goffredo colpito a una gamba da Clorinda («erba crinita di purpureo fiore, /ch’ave in giovani foglie alto valore», XI, vv. 575-76, ottave LXXII-LXXV).

Potrei continuare con l’Adone di Marino, la Sofonisba di Alfieri, i Canti dell’Aleardi …

Di piaga in piaga, s’arriva a quelle del carme manzoniano In morte di Carlo Imbonati («a le sue piaghe / sarà dittamo e latte il raccontarle», v. 102-103), e del quarto ditirambo alcioneo di D’Annunzio dove, più volte, ricorre «il fiore del dìttamo crinito»: «Il vento parea piaghe / sùbite aprire nel mio corpo nudo / acerbe sì che non sarìemi valso / a medicarle il dìttamo dell’Ida». 

 

Ben altra, invece, è la piaga cui allude Pascoli che aveva in memoria, oltre a Virgilio, anche il Cicerone del De natura deorum: «si dice che le capre selvatiche di Creta, quando sono state colpite da frecce avvelenate, cerchino l’erba chiamata dictamo, e che, dopo che l’hanno mangiata, le frecce si stacchino dal loro corpo» (II, 50). Al dittamo Pascoli intitola uno dei dodici componimenti dell’ultima sezione di Myricae, Alberi e fiori. Glielo aveva mandato da Sogliano la sorella Ida, e non sfugga il divertissement tra il mitico monte e il nome della sorella bionda e prediletta. Quella a cui forse si deve la ferita?

 

Dittamo nato all’umile finestra,

donde pel Corpusdomini sorrisi

alla soave tra fior di ginestra

e fiordalisi

 

processïone; io so di te, che immensa

virtù possiedi ne’ chiomati capi,

cespo lanoso ed olezzante, mensa

ricca dell’api.

 

Te, con la freccia tremolante al dosso, 

cerca nei monti il daino selvaggio,

farmaco certo – di lui segue un rosso

rigo il vïaggio –

 

Dittamo blando per la mia ferita

l’avete, o balze degli aerei monti,

dove nell’alto piange la romita

culla dei fonti?

 

Bianche ai dirupi pendono le capre;

l’aquila passa nera e solitaria;

sibila l’erba inaridita; s’apre,

sotto il piè, l’aria.

 

 

Ma affacciamoci a un’altra e più divertente finestra, quella della zia Bettina del Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli), che con il suo dittamo in vaso conversava ogni giorno e, d’improvviso, se lo vede crescere miracolosamente per uno degli scherzi birbanteschi del nipote. Sempre nell’ambito dei grandi classici della letteratura per ragazzi (e non solo), al succo di dittamo che lenisce le ferite – perché le fate si feriscono molto facilmente – ricorre pure la Regina Mab nelle Avventure di Peter Pan di James W. Barrie; e nella saga di Harry Potter è uno degli ingredienti della “Pozione rigeneratrice”, nonché il medicamento magico che il professor Piton usa per guarire Draco Malfoy. Se non proprio magico, medicamentoso il dittamo lo è per davvero: lenisce crampi allo stomaco e stomatiti; una tisana al dittamo ha proprietà digestive e tonificanti.

 

E, se non v’ho troppo tediato, aggiungo che compare pure nel Nome della rosa di Umberto Eco: il frate Severino sostiene sia una di quelle piante che «quando sono in fiore provocano ebrezza nei giardinieri che le toccano, come se avessero bevuto del vino». D’altronde, i suoi oli essenziali sono impiegati, oltre che in profumeria, per aromatizzare distillati come i vermouth: se amate il Martini, il dittamo è la vostra pianta, tenetela sul davanzale per olezzanti ubriacature.

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