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Mark Zuckemberg

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Facebook-Cambridge Analytica / Cosa avrei chiesto a Mark Zuckerberg

“Per risolvere i problemi di Facebook ci vorranno anni”, ha dichiarato Mark Zuckerberg quando ha iniziato a rendersi conto della gravità del bubbone Cambridge Analytica, lo scandalo che gli  ha fatto mettere la giacca e la cravatta prima di sedersi sul banco degli imputati davanti al Congresso USA. Per capire i problemi di Facebook bisogna fare un passo indietro, non basta risalire al 2013, quando è stata fondata Cambridge Analytics.    Se servono anni per risolvere questi problemi, quando sono iniziati?   Forse bisogna tornare ai primi anni Duemila, nell'Era dell'Innocenza della Rete, quando ancora non esistevano i social network e la rete era una Zona Temporaneamente Liberata: avevamo tutti diritto di parola e “uno valeva uno” (almeno in teoria). Vivevamo in un'anarchica Era dell'Ingenuità, con i forum senza moderatore, l'anonimato, gli pseudonimi fantasiosi e provocatori. La sgangherata utopia della rete aveva qualche difetto: il fenomeno “zero comments”, dove tutti parlano e nessuno ascolta; la “fine dell'esperto”, ovvero l'incompetenza al potere; infine l'imperversare di troll, haters e molestatori vari.  Chi gestiva un forum “aperto”, o lo ospitava,...

Sto meglio così / Tre anni senza Facebook

Ai primi di dicembre del 2014 mi sono disiscritto da Facebook d'istinto, senza solenni proclami (non ci vedevo nulla di solenne, e sono allergico da tempo ai proclami). Forse avrei potuto avvisare, per garbo, le persone che mi hanno seguito lì per tanti anni: d'altro canto, basta una ricerca su Google per ritrovarmi. Il punto è che Facebook mi aveva stancato da tempo, sia per la quantità di interazioni che mi sentivo chiamato a gestire sia, soprattutto, per una questione di design. Il coacervo di immagini e parole, l'abbondanza di notifiche, l'attenzione spasmodica al tempo presente, la difficoltà a recuperare i contenuti passati, i troppi video, lo scrolling infinito, la mancanza di asimmetria fra relazioni (a differenza di Twitter, dove follower e following sono distinti). Da allora sono rientrato di tanto in tanto, di sfuggita; ma ogni volta ho disattivato il profilo.   So cosa state pensando. Gli articoli che parlano della propria assenza da un social network hanno sempre un tono paternalistico: o si lanciano in sermoni sulla superiorità della vita "reale" (come se il digitale non fosse reale), inneggiano al disconnessionismo spinto, blaterano attorno all'importanza del...

Alessandro D'Alatri, “The startup” / Meritocrazia come eugenetica

Nel film di David Fincher The Social Network (2010), Zuckerberg viene raffigurato nel finale come un uomo solo in cima a un lussuoso cumulo di rovine affettive, come il protagonista di Quarto potere (Orson Welles, 1941) intento a rimpiangere, in punto di morte, la sua “Rosabella”. In The Startup di Alessandro D’Alatri, che racconta la storia (vera) dello “Zuckerberg italiano” Matteo Achilli, il finale è invece riconciliatorio, secondo il canone nazionale. Achilli (interpretato nel film da Andrea Arcangeli), romano del Corviale e maturando al liceo scientifico, aspira a vincere i campionati italiani di nuoto, ma al suo posto viene selezionato il figlio dello sponsor della squadra, proprio nei giorni in cui il padre cinquantenne viene licenziato per una ristrutturazione del personale.   Il “vero” Matteo Achilli (a sinistra) con l'attore Andrea Arcangeli.   Sembrano gli ingredienti per una presa di coscienza dei meccanismi sociali ed economici di produzione della disuguaglianza. Invece per Matteo è l’occasione per maturare un aspro ressentiment individualistico: asseconda i genitori sulla scelta della Bocconi e congegna un rivoluzionario social network come antidoto...